Economia, Draghi stupisce e porta a zero tutti i tassi

Mario Draghi stupisce ancora, trovando nella Bce il consenso su un potenziamento inatteso degli acquisti di debito, un taglio dei tassi e una spinta al credito bancario che non trova precedenti neanche fuori dall'Eurozona: l'arsenale è di oltre 2.200 miliardi di euro.
«Abbiamo mostrato che non ci mancano le munizioni», dice il presidente della Bce: un segnale forte ai dubbi dei mercati su quanto le banche centrali possano ancora fare, accolto però con una fiammata iniziale delle borse poi andate giù: Milano chiude a -0,50% dopo aver superato il +2%, le altre piazze europee sono in negativo con un tonfo a Francoforte (-2,3%), l'euro anziché scendere vola a 1,12 dollari: pesano le parole di Draghi secondo cui, sulla base dei dati attuali, i tassi Bce non dovrebbero più scendere. Lo spread è sceso fino a 104 dopo le decisioni di Francoforte per poi chiudere a quota 115.

«Le misure approvate a stragrande maggioranza fanno piena giustizia della nostra volontà di agire», spiega Draghi ai giornalisti. «Immaginate se non avessimo fatto niente, incrociando le braccia e dicendo "nein zu allen", no a qualsiasi cosa. Oggi ci ritroveremmo con una disastrosa deflazione», aggiunge l'italiano togliendosi il sassolino dalla scarpa di fronte a certe rimostranze tedesche (le Sparkassen ancora ieri parlavano di una nuova «dose di veleno»). Ma a differenza di occasioni passate, secondo quanto si apprende, ieri non vi sarebbe stato un confronto serrato con la Bundesbank (che non aveva diritto di voto in base alla rotazione) nel consiglio Bce. Ma piuttosto un negoziato «costruttivo» sulle singole misure con appena due voti contrari sul solo Qe.

Il segnale è diretto a chi temeva che una fronda tedesca avrebbe spaccato il consiglio Bce legandogli le braccia; e a un'economia sfiduciata - europea e non solo - che rischia un avvitamento sulla deflazione: di pari passo con la crescita rivista in peggio, è drammatico il taglio delle stime d'inflazione da parte di Francoforte, che per quest'anno vede +0,1% da +1% di tre mesi fa e per il prossimo un magro 1,3%: il ritorno verso il 2% slitta al 2018 e ci aspetta «inflazione negativa nei prossimi mesi», spiega Draghi.

Per l'italiano, poi, si trattava di riaffermare la fiducia nell'efficacia della Bce in una sorta di terza prova del fuoco dopo il «whatever it takes» del 2012 (e di quel 26 luglio Draghi indossava la stessa cravatta), la svolta del Qe l'anno scorso e la delusione con il più blando «Qe2» dello scorso dicembre.

Tecnicamente ha funzionato: il Qe passa a 80 miliardi di titoli comprati al mese e si aggiungono ora anche i «corporate bond», tanto da poter parlare di un vero e proprio «Qe3» che fa lievitare il totale dell'intervento a 1.750 miliardi di euro.

Scende nuovamente il tasso principale, da 0,05% a 0%. E scende, come da attese, quello sui depositi delle banche, a -0,40% da -0,30%. E c'è la novità di quattro maxi-prestiti alle banche, i «Tltro2», che rappresentano un unicum su scala globale per stimolare il credito all'economia: alle banche che presteranno al di sopra di un «benchmark» prestabilito, la Bce presta liquidità illimitata non più a tasso zero ma al tasso negativo sui depositi: in pratica le paga (al tasso dello 0,40%) per prendere a prestito purché reimpieghino i prestiti. L'intervento complessivo vale 2.200 miliardi.

La reazione dei mercati, però, solleva alcuni interrogativi. Se sia sufficiente l'azione delle banche centrali, innanzitutto: non è un caso che Draghi ieri abbia ricordato che occorre l'azione dei governi. Se misure tanto forti da parte della Bce non nascondano preoccupazioni sul futuro, ora che il Fondo monetario internazionale si appresta nuovamente a tagliare le sue stime di crescita. E, probabilmente, anche se abbia senso per le banche centrali seguire le attese dei mercati che si fanno sempre più elevate.

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