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Impact Hub: idee, spazi e giovani

Trento assomiglia un po' a Berlino

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Provate a immaginare un ufficio open space a New York o a Berlino. Divanetti di design, con materiali riciclati, una grande sala cucina, tazze da caffè colorate, su un grande tavolo computer aperti, grigi metallizzati e con una mela morsicata illuminata nel mezzo. Poi una lavagna, di quelle di una volta, con scritte in varie lingue e memo appesi con appuntamenti o numeri di telefono. All’ingresso, in un angolo, delle bici, ma non «normali e banali»: hanno un lucchetto che si apre e si chiude grazie a un’app sul telefonino. Sui muri foto artistiche di un concerto, una piccola mostra. Lungo la parete alcune piccole stanze, tra le quali una adibita a Skype, ovvero una sorta di cabina telefonica 2.0, per telefonare in giro per il mondo. In ogni angolo, poi, particolari, oggetti, mobili che ti fanno pensare «come starebbe a casa mia?». 

LE FOTO (di Alessio Coser)

 

Un posto così, oltre che a New York o a Berlino, si trova anche a Trento, in via Sanseverino. Si chiama Impact Hub. Dall’esterno pare una galleria d’arte moderna, invece è, di fatto, l’ufficio di un’azienda. Ma non di un’azienda qualsiasi. Anzi, in realtà lo è di più aziende. Lo location non è casuale ed è altamente simbolica. Dietro c’è un quartiere che sta (lentamente) nascendo e una grande biblioteca in costruzione. Le Albere: forse il futuro, residenziale e culturale, di Trento. Di fronte, oltre il fiume e l’autostrada che collega il nord e il sud, l’ex Italcementi: un’area che fu operaia, di industria, di lavoro e che diventerà qualcos’altro. Forse fiere e concerti, quindi vita e gente, stando alle ultime notizie. A fianco, da una parte, le ormai ex caserme che si trasformeranno in un luogo di accoglienza e solidarietà, dopo essere state luogo di armi e divise. Dall’altra il Muse, diventato in pochi anni il simbolo della città. In mezzo a tutto questo c’è, appunto, Impact Hub. Persone vecchie, nella mentalità e non necessariamente nell’età, e ingrigite, nell’anima e non necessariamente nel colore dei capelli, forse non vorranno mai sforzarsi di capire cosa sia e cosa rappresenti. Forse lo liquideranno con un «fuffa» o un «ciàcere», per dirla alla trentina. Invece no. Lì dentro c’è tanto, quasi di tutto.

Ma cosa si fa lì? Chi c’è lì? Ci sono persone prima di tutto. Ragazze e ragazzi (sì, perché oggi tra i trenta e i quaranta, diciamo l’età media dei frequentatori di Hub, si è ancora ragazzi) che hanno capacità, competenze, idee. Che parlano usando tanti termini inglesi, da coworking a call e potluck lunch, per indicare le attività che fanno. Che hanno lauree e master: che ne sanno, insomma. Con noi hanno parlato il presidente, Paolo Campagnano, milanese classe ’83, antropologo, Dalia Macii, trentaseienne di Perugia, laureata in beni culturali, e Stefania Costa, di Rovereto, «scienziata» della comunicazione. I primi due sono anche i fondatori di Impact Hub (pronunciate «àb», non «üb», alla trentin-bergamasca), insieme al trentino Jari Ognibeni. «La nostra avventura è iniziata a Rovereto nel 2010: una città legata all’industria ma anche all’innovazione, ci pareva l’ideale. Siamo partiti in un’ex galleria d’arte di 150 metri quadrati, poi ci siamo spostati per questioni banali ma fondamentali: cercavamo un luogo più grande, con parcheggi, dove prendesse il telefonino. Abbiamo trovato uno spazio di 250 mq in centro, l’abbiamo ristrutturato e abitato. Poi la scelta di Trento: ci serviva una massa critica più ampia e allora siamo venuti nel capoluogo. Prima in via Belenzani poi, da maggio, qui in via Sanseverino. Abbiamo 550 mq di open space, uffici, sale, un’area all’aperto per gli eventi e per l’orto verticale». 

All’interno di questi spazi, ogni giorno, si vedono imprenditori, investitori, freelance, startupper, creativi, artisti, consulenti e giovani professionisti. Il ruolo di Impact Hub è proprio mettere insieme le persone per generare idee, condividendo un luogo ma anche una filosofia. A fine mese, però, ci sono otto stipendi da pagare. Come? «Una parte delle entrate arriva dall’affitto delle postazioni, ma poi ci sono attività di formazione e consulenze. Ci rivolgiamo al pubblico, ma anche e soprattutto a start up, aziende, scuole, imprese: a volte siamo noi a cercare loro, spesso loro cercano noi. Si arriva qui con un’idea, possibilmente con una bella idea, e si studia come fare in modo che la gente sia disposta a pagare per quella idea: questo è un discorso molto legato alle start up, alle quali noi offriamo un aiuto nel creare un business plan, forniamo contatti, individuiamo insieme un percorso».

Quindi niente contributi o finanziamenti provinciali. «Comune e Provincia sono nostri clienti, come altri. Con l’amministrazione della città, ad esempio, abbiamo il progetto FuturaTrento, per la cura e l’uso creativo dei beni comuni. Noi siamo uno strumento per gli altri e abbiamo una nostra indipendenza e sostenibilità economica». Ma la «fredda» Trento, come ha accolto tanta innovazione? Dalia lascia la parola a Paolo: «Lui è il presidente, lui è un buon democristiano, lascio rispondere a lui». Il presidente: «Trento ci piace, ci sono possibilità. Siamo ambiziosi: su certi temi speriamo e pensiamo di diventare punti di riferimento e di poter essere attrattivi».

IMPACT HUB

I numeri del 2015 della sede di Trento


 

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