25/11/2009 16:16
Gli americani lo chiamano «Salvèdi», ma la pronuncia corretta sarebbe Salvetti: Franco Salvetti, con due T. T, come Trentino. È trentinissima una delle teste pensanti della squadra di Lorenzo Thione (con l'H di hotel), fondatore della Powerset, che a San Francisco lavora ad una tecnologia innovativa: un supermotore di ricerca (si chiama «Bing») con cui Microsoft vuol dare l'assalto a Google. Nel luglio 2008 l'azienda fondata da Bill Gates ha acquisito Powerset, i suoi cervelli e il suo progetto. «Con Bing - ha spiegato Thione - abbiamo sviluppato un modo diverso di interpretare le stringhe di ricerca. Mentre Google e gli altri motori guardano la rilevanza di una parola, il mio sistema cerca di interpretare l'intera frase». Powerset è stata acquisita per una cifra mai rivelata. «Comunque nell'ordine dei 100 milioni». Nella squadra di ricercatori c'è Franco Salvetti, 43 anni, roveretano. Ex di Google, vive e lavora in California, nella Silicon Valley. Salvetti, con Microsoft state andando allo scontro con Google. Missione possibile? «Sì. Ho molto rispetto per Google e so che c'è molto lavoro da fare e che loro non staranno a guardare, ma siamo ottimisti».
Com'è lavorare con Lorenzo Thione? «Intenso. Lorenzo è una delle persone più intelligenti e dinamiche che io conosca, ed ovviamente le nostre interazioni su nuovi progetti sono altrettanto intense e dinamiche. Lui è di Milano, dove ho vissuto prima di trasferirmi in America, ma ci siamo conosciuti a Stanford durante una conferenza sull'analisi automatica dei blog, che organizzai nel 2006 per l'Associazione americana per l'intelligenza artificiale».
Cosa pensa dei software liberi come Linux? «Linux è un incredibile successo della comunità, che opera sull'open source». La sua storia è la conferma che «i migliori cervelli se ne vanno dall'Italia» per essere riconosciuti e premiati all'estero? «Non posso giudicare, ma è chiaro che molti italiani si sono trasferiti qui in Silicon Valley e che quelli che sono qui sono, in generale, tutti di altissimo profilo, iniziando da Federico Faggin: dopo la laurea in Fisica a Padova si trasferì in California negli anni '70 e diede vita al primo microprocessore della Intel». Qual è la sua carica? Com'è la sua giornata tipo? «Io sono manager del team responsabile per le reference instant answers. La mia giornata? Sveglia alle 6:30. Leggo le news di tecnologia sul New York Times e TechCrunch direttamente dall'i-Phone, mentre rispondo alle prime e-mail. Alle 7:30 vado in palestra, poi in ufficio; molti meeting, specialmente adesso che lavoriamo con altri gruppi a Seattle e in Cina; un sacco di posta elettronica e troppi caffè. Continuo il lavoro su prototipi per migliorare Bing. Alla sera poi si esce a cena e si continua a parlare di tecnologia, progetti e sogni». Come sono stati i primi giorni in California? Ha trovato tante porte chiuse? «Sono arrivato in California con un primo lavoro in IBM Ricerche. Il primo impatto è stato abbastanza duro, ma non mi lamento: molto lavoro e molta fatica, ma ne valeva la pena. Ho trovato un sacco di persone disponibili, ma nulla è facile ed ogni cosa te la devi guadagnare con la qualità del tuo lavoro».
A cosa ha dovuto rinunciare? «Alla mia famiglia e agli amici in Italia, ma non ci si può guardare indietro». È «figlio d'arte»? Suo padre, sua madre o i suoi zii lavorano nel settore della ricerca scientifica? «No. Sono figlio di imprenditori trentini, che 60 anni fa fondarono la Cisa di Rovereto (azienda che produce dolciumi, ndr)». L'Università di Trento è considerata fra le migliori d'Italia, ma siamo ancora molto lontani dalle vette delle classifiche internazionali. Lei che ne pensa? «Alla fine quello che conta sei tu. Se sei bravo e ci credi, non c'è nulla che ti possa fermare. Detto questo, un titolo di studio di Stanford aiuta, ma aiuta solo... non fa il lavoro per te. Quello che forse conta più è cosa viene considerato "successo" nell'ambiente in cui studi e lavori. Se tutti attorno a te credono che il successo siano le pubblicazioni scientifiche, verrai condizionato in quel modo. Se invece credono che successo significhi avviare una società, che poi verrà acquisita, allora cercherai di fare quello». Negli Stati Uniti si va avanti senza raccomandazioni, tessere di partito e «amici»? È veramente così? «Sì. Negli Usa non c'è nulla del genere. Devi conoscere un sacco di gente, ma nessuno ti darà mai un lavoro se non sei più che qualificato per farlo. Nessuno! Ti presentano a chi conta solo se sanno che sei valido e qualificato». Parliamo degli istituti di ricerca scientifica. Conosce la Fbk (Fondazione Bruno Kessler)? È un carrozzone all'italiana, come dicono i critici, o una cellula dei migliori cervelli? «Ho visto qualche cosa sul web al riguardo e sinceramente preferisco non commentare. Alla fine quello che conta sono le valutazioni obiettive sulle ricadute economiche: a) posti di lavoro creati; b) stipendi medi; c) numero di società fatte partire; d) numero di acquisizioni e, per gli istituti di ricerca, la qualità nel trasformare un progetto di ricerca in una start-up. Se i numeri ci sono bene, altrimenti si chiude». Cosa pensa del centro di bioinformatica di Microsoft Research e Università di Trento? «È una grande opportunità. Con tutti questi centri di ricerca e l'Università, sarebbe ora e tempo di vedere industrie di alta tecnologia: dovrebbero fiorire in Trentino come i tulipani fioriscono in Olanda». Che giudizio dà del «sistema Trentino»?
«È sempre molto difficile esprimere pareri senza avere tutti i dettagli, ma è anche chiaro che ci sono ampi spazi di miglioramento».
E del «sistema Italia»? «Ci sono cose che funzionano molto bene, come la moda. Dolce e Gabbana a Milano sono l'equivalente di Page e Brin (gli inventori di Google) qui in Silicon Valley. Il tessuto socioeconomico italiano funziona per la moda, ma non per l'informatica. I tedeschi fanno le automobili, gli americani i film e i computer, gli Italiani fanno i vestiti. Forse c'è da accettare un certo livello di segmentazione a livello internazionale».
Che suggerimenti si sentirebbe di dare ad un giovane che si iscrive all'università? E ad un neolaureato? «Per quanto riguarda le facoltà tecnico-scientifiche, dico di imparare l'inglese, di fare esperienze internazionali, di scegliere tra ricerca e industria. Si deve lavorare su progetti reali e familiarizzare con tutte le tecnologie. Poi ci si deve preparare per i test di ammissione per finire gli studi all'estero. A un neolaureato direi di andare all'estero, per poi, possibilmente, tornare». L'estero è l'unica soluzione per i giovani di belle speranze e con talento? «No, ma in Italia è veramente difficile. Gli stipendi sono bassi, il lavoro poco, molto spesso anche molto poco interessante. E far partire un'impresa in Italia è complicato, perché manca un sistema ben lubrificato, capace di prendere "idea + team + mercato" e trasformali in successo». Pensa mai di tornare in Italia? «Tutti i giorni. Poi ci rifletto e realizzo che sarà molto difficile. C'è chi lo ha fatto ed è tornato qui: troppo frustrante cercare di innovare in Italia».
Lei quanto guadagna all'anno? «Un ingegnere neolaureato, con un master, può guadagnare anche 85.000 dollari, più bonus e benefit. Ma qui il costo della vita è molto alto». |