Padre Frumenzio, un Grande del Trentino

Nel frontespizio del mensile «il Trentino» di aprile, campeggia a colori una splendida immagine dell'editto, del 3 agosto 1339, di conferimento al Principato trentino, retto dal vescovo Nicolò di Bruna, dello stemma dell'aquila fiammeggiante, stilizzata artisticamente, detta di San Venceslao, protettore della Boemia e patria del re Giovanni, sottoscrivente il «diploma». In una breve sintesi, a pagina 7 della rivista, è accennato al ritrovamento della pergamena, avvenuto nel 1971 «dallo studioso Frumenzio Ghetta».
Come è noto, detto simbolo, già smarrito da secoli, è ora negli stemmi e insegne di Regione, Provincia e Comune di Trento, ed è proprio bello e suggestivo. A proposito dello «studioso» ritrovatore, che ho conosciuto del tutto casualmente (facevamo spesso la stessa strada alla stessa ora), pochi sanno che il buon frate francescano, che ora ha 89 anni e che camminava sempre con passo slanciato fino a due anni e mezzo fa, ha passato tutto il tempo di cui poteva disporre, dopo i suoi doveri sacerdotali, nei recessi più abbandonati degli archivi, a riesumare dalla polvere dei secoli centinaia di manoscritti, a tradurli e catalogarli. E questo per decenni. Lavoro ingrato che gli procurò una micosi ai polmoni, poi guarita, ma senza fiaccare la sua passione.
La nostra regione non ha mai avuto, ritengo, un ricercatore nell'epigrafia antica della storia trentina, di vasta esperienza, genio e tenacia, pari a quella di padre Frumenzio Ghetta: - al secolo Alberto Antonio Ghetta, ladino, nato a Vigo di Fassa l'11/2/1920, e dal 1966 addetto al Convento di S. Bernardino in Trento, sito in cima e sopra via Grazioli. Fu sempre lui che, con pazienti ricerche archivistiche in Italia ed Austria, rinvenne i documenti comprovanti l'appartenenza al Trentino di una parte notevole della Marmolada. E ciò senza nulla togliere ai meriti di altri precedenti ed illustri traduttori di vestigia del passato, che erano di solito frati francescani. Ma padre Frumenzio è modesto, riservato e schivo da ogni esibizione e ambizione. I Trentini quindi nulla hanno saputo del suo recente travaglio. Infatti, dopo una vita di altruismo e di coraggio l'uomo, molto meritevole, riceve uno sgarbo crudele dal destino: oltre due anni fa gli si rompe una protesi che portava nel ginocchio destro e viene ricoverato a Villa Igea. Dove si becca subito un'infezione subdola e ribelle (vedi caso, all'ultimo piano di Villa Igea è stato trasferito dal S. Chiara il Reparto malattie infettive). Così, p. Frumenzio Ghetta, con «cemento provvisorio» al posto della vecchia protesi, è sottoposto a cure di antibiotici che avrebbero fiaccato chiunque ma che ben poco gli servono contro quel malanno. Soffre per circa un mese nella routine del S. Chiara, con la febbre alta. Poi, migliorato grazie a Dio ed alla sua forte fibra, passa all'infermeria dei Frati sita sulla collina sovrastante il convento, dove continua le cure di scarso effetto del S. Chiara. Dopo un anno pare si sia ripreso e comincia a camminare. Medici locali lo dicono però ancora «inoperabile». E così si aspetta; ... e passeranno i giorni. Il grezzo «cemento provvisorio» nel ginocchio comincia a sgretolarsi. Alla fine è costretto all'immobilità: letto o carrozzella e rapido declino. Recentemente si son decisi a portarlo a Negrar, dove all'ospedale Sacro Cuore-don Calabria c'è un reparto specializzato anche per le ginocchia (la più complessa delle articolazioni) e un altro, altrettanto valido, per le infezioni anomale o «di importazione». E dove, benché ridotto male, lo hanno operato lo scorso 23 aprile; sembra con successo (ci fosse andato subito...). Anche se non tornerà quello di prima (ma lui non si lamenterà mai), auguri di tutto cuore!
Quanto al livello di qualità ed efficienza della sanità a Trento, forse lascia un tantino a desiderare.
 
Giovanni Dallabrida - Trento
 
L'umiltà e la semplicità che costituiscono la cifra interpretativa dell'intera vita di padre Frumenzio Ghetta, hanno impedito la meritata valorizzazione che a questo generoso figlio della terra trentina va riservata fra i Grandi Protagonisti della sua storia. Profondo conoscitore degli archivi regionali e dei documenti più antichi e preziosi che vi sono contenuti, Alberto Antonio Ghetta (questo il suo vero nome) è lo studioso che ha saputo ritrovare la pergamena originale dell'Aquila di San Venceslao su cui si fonda la nostra Autonomia, e che ne è oggi lo stemma ufficiale.
Intere generazioni di giovani studenti e laureandi hanno avuto in lui un riferimento fondamentale nelle ricerche d'archivio, di cui è stato per lunghi anni indiscusso maestro. Padre Frumenzio è forse l'unico che riesce a riconoscere e a leggere la scrittura di Bernardo Clesio e del cardinal Madruzzo. Con la sua vastissima produzione di studi e ricerche storiche sulla valle di Fassa, ha saputo dar voce all'identità e alla cultura del popolo ladino, prima che queste avessero pubblico riconoscimento.
Un semplice frate francescano, padre Frumenzio. Uso al silenzio e al lavoro certosino e nascosto di scavo tra polverose pergamene, più che ad ambire onori e prestigiosi incarichi. E tale ha voluto restare sempre, anche quando il sindaco di Trento a nome della cittadinanza tutta gli conferì il Sigillo d'Oro, l'onorificenza più importate della città.
Molti si sono chiesti negli ultimi tre anni dov'era finito questo piccolo frate, inconfondibile quando girava in città avvolto nel suo saio, muovendosi tra l'Archivio di Stato e la Biblioteca civica con l'unico mezzo che possedeva, il cavallo di san Francesco. Silenzioso anche nella malattia, non aveva detto a nessuno delle sue condizioni. Se n'è stato in disparte senza scomodare alcuno.
Ci uniamo anche noi nell'augurio affettuoso di pronta guarigione, confidando di vederlo tornare presto tra i suoi amati codici e consumati faldoni, che conservano gelosi la nostra storia più profonda e più vera. Grazie, padre Frumenzio. Soprattutto della lezione di vita che ci ha dato.
 
p.giovanetti@ladige.it
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