Il gregoriano, Mozart e le chitarre in chiesa

LA LETTERA DEL GIORNO
 
Da una notizia Ansa del 22 maggio: «Riccardo Muti sposa la linea del papa e lancia un appello per tornare a riempire le chiese del grande patrimonio musicale da Mozart a Bach, mettendo da parte le canzonette strimpellate con la chitarra». Secondo il Maestro, infatti, «anche la persona più semplice e lontana, sentendo l'Ave Verum di Mozart puo' essere trasportata verso una dimensione spirituale». Concordo con Muti: alcuni testi musicali che animano oggi la liturgia sono vere e proprie «canzonette», spesso orrende per contenuto, musica e metrica. Guarda caso conosco l'emozione del cantare, per restare fra i brani «classici», proprio l'«Ave Verum» di Mozart. Ma conosco anche la gioia di «strimpellare», come dice Muti, e cantare insieme ad un tipo di assemblea che non vuole restare uditrice passiva, ma che vive e gusta il canto come preghiera comunitaria.
 
Perché il canto, in chiesa, è preghiera a Dio, alla Madonna: motivo in più per individuare un repertorio adatto, non basandosi semplicemente sui gusti musicali del coro di turno, bensì privilegiando canti, magari un po' datati, ma capaci di coinvolgere molte più voci. Diversamente, a parer mio, il rischio è che la preghiera cantata trasformi la dimensione spirituale più semplice e popolare in una certamente affascinante ma più lontana, per non dire quasi elitaria. Muti dovrebbe tener conto, inoltre, che ad animare la liturgia, nella maggior parte dei casi, non sono direttori d'orchestra e suonatori che hanno dalla loro una solida, indiscutibile preparazione e, particolare non secondario, esercitano un mestiere: qui si tratta di persone, da bimbi ad anziani, che non sempre hanno alle spalle una preparazione adeguata ma che, con buona volontà e nella consapevolezza dei loro limiti, sacrificano volentieri parte del loro tempo per rendere un servizio «gratuito» alla comunità.
 
Occorre tener presente, poi, che per ragioni di orario, gli adulti effettuano prove soprattutto la sera, al termine di una giornata di lavoro, animati dalla gioia di stare insieme, ma lottando - succede! - con la stanchezza e con la testa che talvolta ciondola sulle partiture. Non dimentichi questo, il Maestro Muti. Penso che da parte sua il Papa, pastore e guida della Chiesa, non abbia mai sottovalutato questi aspetti: visti i tempi, non vi è nulla di scontato nella fedeltà di quelle pecorelle - mi riferisco soprattutto ai giovani - che con impegno e costanza e non solo «quando gli gira» animano la liturgia, riempiendo di musica e di gioia le nostre chiese.
 
Daniela Carloni Lunelli - Cognola
 

La risposta del Direttore

 
Non c'è nulla che s'identifichi con la liturgia della Chiesa come il canto gregoriano, che oltrepassa le parole e la musica per fondersi all'unisono in alta spiritualità e incontro con Dio. E così è per l'Ave Verum di Mozart ma anche per il Dies Irae di Giuseppe Verdi, l'Adagio di Tomaso Albinoni o Panis Angelicus di César Franck. Il Concilio Vaticano II, con la riforma liturgica della Sacrosanctum Concilium, ha voluto coinvolgere nella bellezza del canto l'assemblea che si riunisce in preghiera. E così ha aperto le celebrazioni al canto «corale» dei fedeli, compartecipanti della coena domini.
 
Una affrettata, e forse malintesa, traduzione di questa consapevolezza espressa dal Concilio Vaticano, si è tradotta in pochi anni nell'affondamento della millenaria tradizione canora e musicale del gregoriano, e nella sostituzione dell'organo in molti casi con strimpellanti chitarrine, suonate anche male. Il tempo sta riequilibrando gli eccessi e, accanto al giusto coinvolgimento dell'assemblea del popolo di Dio nell'animazione liturgica e nel canto, si sta riscoprendo il valore spirituale del grande patrimonio musicale della Chiesa. L'importante ora è non fare l'errore opposto.
 
E cioè quello di gettare alle ortiche l'animazione delle liturgie da parte dei giovani e dei cori parrocchiali in nome del recupero della tradizione, e finire per non avere né l'uno né l'altra. Cioè trovarsi ad assistere a delle messe tristi e anonime, dove c'è solo il salmodiare del celebrante che scivola via senza alcuna partecipazione. E oggi è grazie a molti cori parrocchiali, spesso di giovani, che la celebrazione assume il sapore di festa e trasmette la gioia che la Chiesa insegna essere il sigillo della Pasqua. p.giovanetti@ladige.it

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Non sono un corista ma trovo fuori luogo dare degli strimpellatori a quelle persone che si impegnano per vivacizzare le cerimonie religiose.La differenza la fa lo spirito con cui si si avvicina alla cerimonia e ai canti proposti nella stessa. Il gregoriano sarà bello ma cantare Madonna Nera assieme al coro giovanile accompagnato dalla chitarra e alla stragrande maggioranza dei presenti ti lascia sensaziobni uniche

Strimpellanti chitarrine? Molte volte sentiamo pure strimpellanti organi, o stonatissimi cori esibirsi in improbabili esecuzioni di pezzi molto al di la' della loro portata...Su una cosa sono pienamente d'accordo: il clima e' tale per cui tra non molto le messe si ridurranno a un monologo del celebrante. Ma saranno messe in latino.Vuoi mettere la valenza culturale del latino?... Magari condito da qualche esecuzione di Bachda godersi in chiesa in pieno relax...

Quello che manca nelle chiese è lo spirito di conciliazione con il Creatore, andare in silenzio per ascoltare la parola del Vangelo spiegata da un ministro della Chiesa ben preparato nella sua carriera di seminario sulla dottrina teologica applicata alle contingenze del quotidiano e non andarvi per sbraitare e strimpellare che alla fine si esce dal luogo sacro frastornati dal chiasso e confusi su quanto il celebrante ha officiato. Amen.

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