Caro direttore, Standard&Poor's ci ha declassati alla serie B. Ora sarà ancora più duro trovare investitori che acquistino i nostri titoli di Stato. Così dovremo alzare i tassi, e pagare di più il debito. Tutti i nostri sacrifici e anche l'ultima manovra del governo Monti rischiano di essere vanificati per la decisione di un'agenzia americana che ha stabilito dall'oggi al domani «che potrebbe peggiorare la nostra capacità di rimborso del debito». Insieme a noi è stata declassata mezza Europa: paesi solidi come la Francia e l'Austria, ma anche Spagna e Portogallo. Ma è mai possibile che il destino dell'intera Europa sia in mano ad un'agenzia di rating? Ma perché un Paese come l'Italia, che ha dimostrato con il governo Monti di fare le cose seriamente e di essere disposto a risanare i propri conti, debba ricominciare da capo, perché un'agenzia privata ha stabilito che siamo un po' meno affidabili del giorno prima? Ma non vedono gli sforzi che stiamo facendo? E poi, chi dà loro il titolo di poter disporre del futuro degli Stati, facendo crollare o risalire i mercati a piacimento?
Mario Zorzi
La risposta del Direttore
Ieri i mercati hanno reagito bene al declassamento di venerdì di Standar&Poor's, l'ennesimo negli ultimi mesi. Piazza Affari ha chiuso la seduta con il segno più, e anche lo spread, cioè la misura del rischio finanziario dei nostri titoli, è sceso. Segno che gli investitori hanno snobbato l'ultima pagella stilata dalle agenzie di rating. Certamente Standar&Poor's, Moody's (che ieri ha invece confermato la tripla A alla Francia), e le altre agenzie di rating si trovano a valutare Paesi con un'alta esposizione debitoria. Ma il continuo balletto di giudizi e sentenze che piombano come docce fredde sugli sforzi nazionali che governi, come quello italiano, stanno portando avanti con grandi sacrifici, hanno effetti disastrosi sulle economie e sui processi di risanamento dei conti pubblici in atto. Tanto che aprono seri dubbi sull'affidabilità di tali agenzie di rating. Ma anche sulla strumentalità dei loro giudizi, sugli effetti di mercato che determinano, sugli intrecci di proprietà (e gli interessi sottesi) che condizionano tali società private, peraltro tutte americane. Va tenuto presente, infatti, che le agenzie di rating non sono arbitri oggettivi o istituti di ricerca imparziali, ma sono soggetti portatori di propri interessi. Ogni loro sentenza determina, solitamente, l'innalzamento o l'abbassamento dei tassi d'interesse o dei rendimenti dei titoli di Stato. Quindi ogni loro uscita porta ad enormi guadagni di alcuni e a perdite pesanti di altri. Spesso, poi, i giudizi che esprimono tali agenzie non sono motivati (non si capisce cioè cosa è successo tra giovedì a venerdì a determinare il declassamento dell'Italia). E soprattutto si muovono con troppa leggerezza, non tenendo conto degli effetti che il loro voto positivo o negativo determina su intere economie. Che le agenzie di rating non siano voci affidabili e super partes lo si era capito da tempo. Non va dimenticato che fino al giorno del suo crollo, la Lehman Brothers poteva contare sulla tripla A, il massimo della garanzia, e stilato proprio dalla Standard&Poor's che ci declassa a piacere, quando le viene il ghiribizzo di farlo. La grande crisi del 2008 ha dimostrato le pesantissime responsabilità delle agenzie di rating, che hanno tenuto atteggiamenti accondiscendenti verso questa o quella banca, a seconda delle convenienze. In sostanza hanno dimostrato di essere state «comprate», e di aver addomesticato i propri giudizi. Non dimentichiamo poi il capitale di proprietà di queste agenzie. Si tratta di società d'investimento, banche d'affari, grandi capitalisti come Warren Buffet, hedge fund speculativi, ma anche fondi pensioni conservativi. E guarda caso, tutti americani, che in questo momento stanno guadagnando ingenti capitali dalla crisi dell'euro e dalla minore affidabilità dei debiti sovrani europei. Solo l'agenzia Fitch fa capo ad un soggetto europeo, peraltro un imprenditore francese. Insomma, dietro i giudizi di agenzie come Standard&Poor's e Moddy's si muovono interessi precisi del sistema finanziario anglo-americano, che da questa situazione sta traendo grandissimi vantaggi ad ogni declassamento europeo. I verdetti di tali agenzie vanno perciò presi con le pinze: proprio la grande crisi americana ha dimostrato tutte la loro fragilità, e ha fatto perdere molta della reputazione di cui godevano. Probabilmente anche da questo deve derivare una lezione per gli Stati europei: invece di muoversi ciascuno per proprio conto «sbegottando» fra di loro come i famosi polli di Renzo, dovrebbero decidere insieme con la Bce un ridimensionamento del ruolo del rating, magari stabilendo nuovi criteri trasparenti e più credibili fatti propri da una costituenda agenzia europea. Ma per fare questo torniamo al punto centrale di tutto: occorre una governance comune dell'Europa. Finché resteremo divisi a fronteggiare una speculazione internazionale, di cui le agenzie diventano parte, saremo preda indifesa. Paese dopo paese saremo presi di mira, fino a fare crollare l'intero sistema. Di questo anche la Germania dovrà rendersene conto.
nessun commento. 43 per una multa invece. bene. un ulteriore prova del fatto che in tema di sistema monetario nessuno è neanche minimamente informato. neanche per scrivere un post.
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nessun commento. 43 per una multa invece. bene. un ulteriore prova del fatto che in tema di sistema monetario nessuno è neanche minimamente informato. neanche per scrivere un post.