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Stasera si apre Oriente Occidente

con il canto delle sirene

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Si apre con una prima assoluta che parla di desiderio, accogliendo le suggestioni omeriche del canto delle Sirene, la 38ma edizione del festival Oriente Occidente Dance Festival, l’evento che porta a Rovereto la grande danza contemporanea.

Edizione particolare questa, non solo perché sancisce l’inizio del progetto triennale di indagine della Nuova Via della Seta (la nuova strategia commerciale di messa in rete di Europa e Asia che si muove sulle antiche strade che per secoli hanno collegato Oriente e Occidente), ma perché è anche l’ultima interamente ideata e progettata dalla coppia di storici direttori artistici e fondatori Paolo Manfrini e Lanfranco Cis.

Nella cornice del teatro Zandonai, questa sera alle 20.30, andrà dunque in scena «Siren», coprodotto da Oriente Occidente e firmato da Pontus Lidberg, coreografo, danzatore e regista svedese che ha unito la sua Pontus Lidberg Dance - fondata a Stoccolma nel 2003 e ora di base a New York - e la Danish Dance Theatre - di cui è direttore artistico dall’aprile di quest’anno - per un lavoro intenso e suggestivo.
Con all’attivo più di quaranta coreografie per le più importanti compagnie del mondo (New York City Ballet, Les Ballets de Monte-Carlo, SemperOper Ballett Dresden, Martha Graham Dance Company, Ballet du Grand Théâtre di Ginevra, Royal Swedish Ballet, Royal Danish Ballet, Beijing Dance Theatre, BalletBoyz, Morphoses) e pluripremiato anche come filmmaker, Pontus Lidberg anche in questo progetto si confermerà «maestro del silenziosamente inquietante», com’è stato definito dalla critica internazionale, che ne ha sottolineato la capacità di unire estetica nordica e teatralità, movimento continuo dentro cui i gruppi si trasformano ed esplorano la profondità della psiche.

Un lavoro per sette danzatori - tra cui lo stesso Lidberg - che muove dalla suggestione omerica del canto delle sirene, le ammaliatrici marine che conducevano a morte i marinai che sbarcavano sulla loro isola incantati dalle voci. Solo Odisseo riuscì a resistere, otturando con la cera le orecchie dei compagni e facendosi legare all’albero maestro per poterne udire il canto.

Di qui un’indagine sulla sete di conoscenza dell’eroe omerico, mai completamente placata, e il canto delle sirene come fonte di impulso creativo, sviluppata dall’artista e dal suo drammaturgo Adrian Guo Silver (collaboratore anche di Bill T. Jones e Martha Clarke). A raccontarcelo più approfonditamente, in questa intervista, lo stesso Pontus Lidberg.

Pontus Lidberg, che tipo di riflessione ha portato a Siren e quale percorso ha intrapreso per realizzare questo spettacolo?

«L’aspetto interessante di molti di questi miti è che sono archetipici. L’episodio di Ulisse e delle Sirene è interessante: da essere umano mi interessano tutte le cose che non possiamo avere e con queste tutte le fantasie su ciò che vorremmo avere e sperimentare. Per quanto riguarda il percorso intrapreso, tutti i miei lavori partono da una ricerca interiore: mi interrogo sul modo in cui questo tema si traduce nella vita reale e su come esso sia legato a me e agli altri, pur non avendo una diretta conoscenza degli “altri”. Ne segue una riflessione sulle modalità per esprimere ciò attraverso la danza e su come la danza possa poggiare su queste domande. Questo è il mio modo di fare ricerca da vent’anni a questa parte».

Siren vede in scena i danzatori di due compagnie. Come si è concretizzata questa sinergia e che tipo di scambio vi è stato?

«Lavoro con ballerini freelance da quindici anni e quando li compongo entrano a far parte del mio gruppo. Ad aprile sono diventato direttore artistico del Danish Dance Theatre e il mio primo pensiero è stato quello di creare una sinergia con la Pontus Lidberg Dance, dal momento che stavo già lavorando a questo progetto».

In quale misura Siren è debitore del mito omerico?

«Non c’è nulla in senso letterale».

Quali temi dunque vengono affrontati?

«Il desiderio è il tema principale, ma non si tratta necessariamente di desiderio sessuale. È concepito infatti più a un livello profondo: è il desiderio di essere vivi, di essere connessi con altre persone, di influenzare altre persone. Di vedere ed essere visti».

Come la musica dialoga con la coreografia?

«La musica è costituita da una partitura nuova e originale, scritta esattamente per questo lavoro (e firmata da Stefan Levin, ndr) in cui si innesta anche un po’ di Schubert. Ho sentito che per questo progetto non era sufficiente avere un solo compositore».

Lei ha lavorato con le più importanti compagnie del mondo. Con quale ha trovato particolare affinità? Rispetto alla scena italiana, c’è qualche artista con cui vorrebbe collaborare?

«Ho fatto esperienze meravigliose, creando per diverse compagnie in tutto il mondo e sarebbe maleducato escluderne alcune, ma lavorare con Acosta Danza e Martha Graham Dance Company è stato fantastico. E ci sono assolutamente artisti italiani con cui vorrei lavorare. Il primo che mi viene in mente è Miuccia Prada».

Quali sono, a suo avviso, le principali differenze tra la scena Nordeuropea e quella Nordamericana, entrambe da lei ben conosciute e frequentate?

«Il Nord America ha avuto una storia della danza diversa rispetto all’Europa, che è ancora molto presente. I cittadini americani si sono contraddistinti reagendo ad alcuni aspetti specifici, realizzando lavori che non sarebbero mai stati fatti in Europa e viceversa. Questa è, a mio avviso, la differenza principale».

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