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Suoni delle Dolomiti, un'alba

con Maria Pia De Vito

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La figura di Maria Pia De Vito va ben oltre quella di cantante e compositrice legata alla sua Napoli. Negli anni la De Vito infatti si è conquistata un ruolo importante nella diffusione della musica etnica e tradizionale legata al Mediterraneo legandola anche al jazz. Tanti i progetti che l’hanno vista coinvolta fra cui quello sotto la sigla di «Moresche e altre invenzioni» che porterà domani di primo mattino, alle 6, in Val di Fassa. Gruppo Lusia - Bocche, Col Margherita , nell’unico appuntamento con «L’Alba delle Dolomiti» di questa edizione dei Suoni dellle Dolomiti . Ad accompagnarla in questo viaggio nel segno della polifonia di lingue e suoni le voci dell’ Ensemble Burnogualà.

Maria Pia De Vito, quali suggestioni vuole dare lo spettacolo legato alle Moresche?
Quella che proporremo all’Alba dei Suoni è una rilettura in forma popolare, improvvisata e riarrangiata delle Moresche di Orlando di Lasso. Si tratta di composizioni che l’autore, il più grande polifonista del ‘500, scrisse in realtà in gioventù quando era a Napoli alla corte del marchese della Terza: sono composizioni per la corte, non per teatro, sono dei bisticci, delle parodie umoristiche ed anche salaci tra dei personaggi che poi in realtà si scopre che sono degli schiavi di colore. Sono delle composizioni scritte in napoletano storpiato e in kanuri, una lingua che si parla ancora adesso nell’Africa nilo-sahariana.

Un gioco di contaminazioni.
Esatto la musica e il linguaggio riflettono una commistione tra la cultura europea e la cultura africana. Anche se tutto è scritto in forma binaria, in realtà, ascoltando, sembra di avvertire delle poliritmie, dei cambi di tempo, quindi il segno che Orlando di Lasso ha potuto ascoltare per le strade di Napoli questa musica, questo linguaggio. Napoli è sempre stata un luogo di accoglienza, molto spesso gli schiavi di colore che arrivavano in città dalla tratta libica, e una cosa veramente impressionante visti i tempi che corrono, era anche il luogo dove i padroni si affezionavano agli schiavi, quindi li liberavano e magari il liberto poteva sposare la schiava che voleva e liberare quindi anche lei.

Da dove nasce la sua attenzione per le moresche?
Avevo nel cassetto questo progetto da più di 20 anni: da adolescente l’ascolto della musica di Roberto de Simone a cui è dedicato il disco mi ha portato verso questa dimensione sonora. È una musica non tanto complessa da un punto vista armonico ma da quello ritmico ha molte sfaccettature e ha delle stranezze rispetto alla voga dell’epoca. Io l’ho trovata musicalmente molto stimolante e mi è piaciuto riproporla ai miei allievi del conservatorio di Santa Cecilia, insieme a degli altri ragazzi reperiti tramite audizioni. Una musica che guarda alle nostre radici ma in qualche modo anche a quelle del jazz con l’incontro tra l’Africa e l’Europa e la pratica dell’improvvisazione.

Per lei è un ritorno ai Suoni delle Dolomiti.
In questa occasione ho già spiegato a chi mi accompagnerà che sarà come galleggiare in altura, è stupendo, io lo trovo meraviglioso anche perché conosco i «Suoni delle Dolomiti», ci ho già suonato, ne ho respirato l’atmosfera intima che si crea nello spazio gigantesco, una cosa che si deve sperimentare perché è una esperienza molto forte, difficile anche da raccontare.

Da sempre lei si batte attraverso la sua arte per un mondo aperto e meticcio: crede che la musica possa servire a contrapporsi alle chiusure e all’intolleranza crescente anche in Italia?
Sì, e lo dimostro anche con questo progetto in cui unisco i tamburi napoletani alla kora e al balafon di Ousmane Coulibaly, un musicista africano, per scoprire le nostre radici. Se proprio vogliamo andare a vedere, siamo tutti africani. I cosiddetti ariani non sono altro che indoeuropei, degli zingari del Rajasthan meglio non dimenticarlo. Dalla mescolanza, come accade anche nella musica jazz, emerge sempre una sintesi che arricchisce, non impoverisce e questa cosa per me, quando passa attraverso la musica, passa per osmosi, attraverso la pelle, attraverso l’emozione e vale più di tanti discorsi e tanta retorica.

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