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Jovanotti infiamma l'Arena

In sei serate a Verona migliaia di trentini

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Più di due ore da autentico performer a tutto tondo, attraverso un viaggio lungo trent’anni di successi e una raffica di colpi di scena, che rendono la sua esibizione non un semplice concerto, ma un vero e proprio show.

Jovanotti da martedì è sbarcato all’Arena e nelle prime due delle sei serate veronesi (15, 16, 18, 19, 21 e 22 maggio) tutte sold out da mesi e prese d’assalto anche da migliaia di trentini, ha saputo allo stesso tempo regalare conferme e sorprese. Nel segno di una costante: sapersi divertire e far divertire e ballare il suo pubblico.

Un viaggio, il suo, pensato per i palazzetti ma che anche in Arena scenograficamente si conferma valido, con giganteschi lampadari a voler ricreare una grande sala da ballo. Un viaggio variegato, piacevolmente in disordine temporale (fin dal via della scaletta, con in fila «Ti porto via con me», «Le canzoni» e «Penso positivo») e che spazia dagli ultimi successi di «Oh Vita!» ai cavalli di battaglia degli inizi, da «Mamma» a «Ragazzo Fortunato», andando a toccare tutte le sue fasi e «specializzazioni» artistiche: dal disc jockey che mette i dischi alla vena cantautorale, dai pezzi che lo hanno visto spopolare negli anni ’90 alle ballate romantiche, con la vena di rapper esaltata dalle improvvisazioni dedicate a Verona con richiami a Salgari, ai «butei», ai Gatti di vicolo Miracoli.

Uno show per grandi e piccini, per i coetanei che lo hanno seguito fin dagli inizi, i trentenni che lo ascoltavano da bambini, i bambini di oggi che lo hanno scoperto grazie ai genitori o ai cugini. Uno spettacolo condito dalla consueta carica di Lorenzo Cherubini che, a dispetto dell’anagrafe (a settembre la carta d’identità dirà 52) salta, balla, zompa sui gradoni dell’Arena per andare ad immergersi tra il pubblico. Come in uno dei momenti più riusciti, in cui sparisce dal palco per ricomparire sul balcone che sovrasta l’ingresso, dove si piazza alla consolle mixando se stesso «mettendo» pezzi come «Attaccami la spina», «Non m’annoio», «Muoviti muoviti» e «Una tribù che balla». Tutto senza nostalgia, ma nel segno della coerenza di un artista che come mai prima d’ora srotola tutto il suo percorso musicale in un contenitore senza scontare mai momenti di stanca.

Impreziosito da un grande lavoro di grafiche e immagini, con l'impiego anche, in apertura, del testo su Don Chichotte del regista teatrale Corrado d'Elia, noto e apprezzato anche a Trento dove contribuì alla nascita del Teatro Portland , allora Teatri Possibili Trento.

Oggi l'artista toscano, accompagnato dalla band composta da Riccardo Onori (chitarra), dal fido Saturnino al basso, da Christian "Noochie" Rigano alle tastiere e al sintetizzatore, da Gareth Brown (batteria), dal percussionista veneziano Leonardo Di Angilla, da Jordan McLean (tromba), Gianluca Petrella (trombone) e Matthew Bauder (sax e chitarra elettrica) si prenderà una giornata di pausa, con le repliche che riprenderanno domani e sabato prima delle due date conclusive di lunedì e martedì.

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