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Addio Chris Cornell, addio anni '90:

morta la voce dei Soundgarden

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«Io non avrei mai voluto scrivere queste parole per te. Pagine di frasi su cose che non faremo mai. Resta solo una cosa da dire: salutami il Paradiso». Parole di Chris Cornell, scritte nella primavera del 1990 per salutare l’amico Andy Wood, cantante dei Mother Love Bone. La canzone è Say Hello to Heaven. Ora quelle stesse parole sono tragicamente perfette per essere prese in prestito e salutare lo stesso Cornell che oggi, a 52 anni, è morto, lascinado la moglie e tre figli, gli amici musicisti e milioni di fan in tutto il mondo sconcertati.  

Il ritrovamento del corpo a Detroit, dove ieri sera si era esibito con i suoi Soundgarden. A chiudere il concerto la canzone Slaves & Bulldozers nella quale, alla fine, Cornell ha accennato alcuni versi di In My Time of Dying dei Led Zeppelin: «Nel momento della mia morte voglio che non pianga nessuno, tutto quello che voglio che facciate è portare il mio corpo a casa». Poi gli amplificatori si sono spenti e Cornell ha lasciato il microfono. Per l’ultima volta, anche se nessuno avrebbe potuto immaginarlo. Gli amplificatori si sono spenti e Cornell ha lasciato il microfono. Per l’ultima volta, anche se nessuno avrebbe potuto immaginarlo. Poi la notizia: suicidio. Nessuno avrebbe potuto pensarlo. E vengono in mente i versi di Outshined, pezzo del 1991: I’m looking California and feeling Minnesota, sembro California e mi sento Minnesota.

In ogni caso se ne va una delle figure fondamentali nella storia del rock, nella storia di Seattle, nella storia della musica: i Soundgarden, naturalmente, ma anche gli Audioslave e soprattutto i Temple of the dog, probabilmente il picco più alto mai raggiunto da Cornell a livello artistico e vocale. A proposito: la voce. Quella potenza, quell’estensione straordinaria, quell’originalità, quella capacità di poter affrontare ogni tipo di canzone e renderla propria. Il paragone che viene in mente è con Robert Plant, ma non è certo di paragoni e classifiche che vive la musica, quanto di emozioni, di ricordi, di sentimenti. E di tutto questo Cornell era l’emblema, per intere generazioni. Le stesse che hanno pianto Kurt Cobain, Layne Staley, Shannon Hoon e Scott Weiland e che ora si trovano attonite a piangere Cornell. Con le lacrime sulle guance restano comunque le sue canzoni. Un palliativo, forse, ma anche un enorme contenitore dal quale attingere: oltre alla già citata perla dei Temple of the dog, ci sono i Soundgarden, gli Audioslave e i cinque dischi solisti. Una miniera, senza contare le collaborazioni e le performance dal vivo. 

 

Proprio domani uscirà ufficialmente la ristampa, anche in vinile, della colonna sonora di Singles, il film culto di Cameron Crowe uscito nel 1992 e ambientato negli anni novanta a Seattle: lì si troverà, tra pezzi di Alice in Chains, Mudhoney, Screaming Trees e Pearl Jam, Birth Ritual dei Soundgarden. Se vorrete capire fin dove potesse arrivare la voce di Chris Cornell, ascoltatela. Alzate il volume e ascoltatela. E dopo salutate, per sempre, gli anni Novanta.

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