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Anche otto trentini fra i prigionieri a Letterkenny

Internati in in Pennsylvania nel 1944-45, la storia di Avancini e della sua famiglia di Brez

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Mussolini passa in rassegna l'equipaggio di Giovanni Fresta, che verrà catturato e mandato a Letterkenny

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Dalle stalle alle stelle». Rovesciando il detto il fante Antonino Falanga riassume così la sua prigionia nel campo statunitense di Letterkenny, in Pennsylvania, dove finirono nel 1944 1230 italiani, tra di loro anche otto trentini.

La Seconda Guerra mondiale, nel suo carico di lutti e di drammi, vide anche questo aspetto particolare, con 1 milione e duecentomila soldati italiani fatti prigionieri. Metà di loro vennero catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre del 1943, ovvero dopo la decisione dell’Italia di abbandonare l’alleanza con la Germania. E per questi fu il destino peggiore, tra soprusi, perché considerati «traditori» e fame dovuta alla situazione tedesca che peggiorava di mese in mese. Gli altri 600 mila soldati finirono per essere presi dagli Alleati, per la gran parte dagli inglesi (408 mila), circa 80 mila dai sovietici, 35 mila dai francesi e 125 mila dagli americani, che ne trattennero inizialmente 75 mila in Africa settentrionale per poi aggregarli nell’avanzata alleata in Francia e in Germania. I 50 mila rimasti furono inviati negli Stati Uniti e sparpagliati in 140 campi sul suolo americano.
Ora, un bel libro dello storico italiano Flavio Giovanni Conti e dello studioso americano Alan R. Perry racconta una vicenda particolare, quella relativa al campo di Letterkenny, in Pennsylvania, dove finirono 1230 tra soldati, ufficiali e sottoufficiali italiani.

Il libro appena uscito, Prigionieri di guerra italiani in Pennsylvania. 1944-1945, edito dal Mulino (371 pagine, 30 euro), è frutto di un lungo lavoro di ricerca negli archivi americani, italiani e vaticani, oltre a molte interviste ai famigliari e contiene fotografie degli italiani nel campo, ma soprattutto contiene l’elenco completo di chi era a Letterkenny, un deposito americano di armi e munizione e in generale materiale militare, dove furono impiegati i 1230 italiani, che quindi contribuirono al grande sforzo statunitense contro le forze dell’Asse. Tra questi soldati anche 8 trentini catturati in varie occasioni e portati in Pennsylvania.Venivano da Villazzano, da Borgo, da Cinte Tesino, da Mori.

AVANCINI IN PENNSYLVANIA.
Ma la storia a cui il libro dedica una ricerca maggiore e che desta interesse notevole perché svela anche aspetti semisconosciuti sulla Val di Non è quella del tenente Giuseppe Avancini. Conti e Perry raccontano che il tenente Avancini riuscì ad avere le prime notizie da casa solo agli inizi di luglio del 1945, a guerra ancora in corso per gli americani. Ma il modo, racconta il libro «fu davvero inusuale», perché la lettera, proveniente da Brez e datata maggio 1945 era stata affidata ai genitori di Giuseppe Avancini ad alcuni paracadutisti americani. E qui viene la sorpresa. Quei paracadutisti americani si erano salvati grazie alla famiglia Avancini che li aveva tenuti nascosti durante i rastrellamenti per non farli catturare dai nazifascisti. Così, a maggio, con i nazisti ormai definitivamente ritirati dal Trentino e i fascisti sconfitti - e anche passati per le armi in qualche caso - la famiglia affidò la lettera ai paracadutisti affinché al loro rientro negli Stati Uniti la facessero pervenire al figlio.

I genitori dicevano nella lettera - scrivono Conti e Perry - che non avevano avuto notizie del figlio per mesi ma che erano confortati dal fatto che si trovava negli Stati Uniti dove sapevano che i prigionieri erano trattati bene». Ma la lettera aggiunge un particolare di non poco conto che svela anche nuove informazioni sulla Val di Non, perché spiegano che la loro zona era stata risparmiata dagli attacchi nazisti anche grazie all’opera dei partigiani, tra i quali militava anche Dario, uno dei fratelli di Giuseppe Avancini.
«Alla fine della lettera - scrivono ancora Conti e Perry - Elena, la sorellina di Giuseppe, lo salutava dicendogli che stava imparando l’inglese in modo da poter parlare con lui in quella lingua dopo il suo ritorno famiglia».
Ora, i particolari dei paracadutisti e dei partigiani è vero: «La famiglia Avancini e in particolare il figlio Luigi, aiutarono in effetti alcuni soldati alleati a sfuggire alla cattura da parte dei nazifascisti come documentato dalle stesse autorità alleate».

Infatti, viene ricordato che l’8 maggio 1945 il sergente americano Everett Turner scrisse questa lettera ai comandi dell’Esercito americano: «Il mio amico Luigi Avancini di Brez, in Italia, mi ha chiesto di scrivere questa lettera. È chiaro che non penso che questa lettera abbia alcun potere, ma con essa voglio spiegare e comunicare all’Esercito che questo ragazzo è un mio amico che mi aiutato sfuggire ai tedeschi e che aiutato anche altri soldati americani e inglesi. Penso che meriti di essere aiutato per quello che ha fatto per noi»

Evidentemente, sottolineano gli autori del libro, la lettera del sergente Turner «trovò orecchie attente poiché sia il feldmaresciallo inglese H.R. Alexsander comandante in capo alleato nel Mediterraneo, sia il generale americano Joseph Narney, comandante generale nel Mediterraneo rilasciarono a Giovanni Avancini un attestato «quale segno di gratitudine e di apprezzamento per l’aiuto fornito e militari della marina, dell’esercito e dell’aviazione del Commonwealth britannico e degli Stati Uniti che ha permesso loro di sfuggire alla cattura del nemico». Insomma, il libro è ricco anche di storie come queste, ma riesce a inquadrare qual era la vita in un campo in cui gli italiani erano prigionieri, ma lavorarono per farsi apprezzare.

ITALIANI DON GIOVANNI GENIALI.
I soldati furono usati per lavorare e rafforzare l’Esercito americano, peraltro avendone in cambio un regime non oppressivo e con decenti razioni alimentari, ma riuscirono anche a organizzarsi per fare festa. Ovviamente la tendenza era quella di fare gruppo con i corregionali, ma tutti insieme fanno emergere una italianità che si concretizza in tutte le attività. Fornirono 18 milioni di giornate lavorative e con materiali di recupero - e senza che nessuno glielo avesse chiesto - costruirono una chiesa con il campanile che ancora oggi viene indicata come simbolo della loro operosità. Non solo. Avevano voglia di fare festa e organizzarono orchestre e balli, il cui scopo era in realtà quello di abbordare le ragazze del luogo, con situazioni da cui emergeva il loro essere Don Giovanni. Fecero breccia in molti cuori. In qualche caso approfittarono e lasciarono le ragazze, ma in diversi altri casi trovarono poi moglie e, finita la guerra e rimpatriati, decisero di tornare in Pennsylvania a vivere con i nuovi amori.

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