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La cerimonia del tè,

un rituale civile

Il sinologo Zanini spiega il significato delle tradizioni cinesi

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Preparazione del tè, dinastia Qing, XVIII secolo, dipinto su seta, Pechino, Museo del Palazzo Imperiale

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Bere del tè può diventare un momento spirituale, di rallentamento del veloce e superficiale quotidiano, alla ricerca di qualcosa di più profondo. Una dimostrazione di questa possibilità si è svolta a Trento la settimana scorsa, presso l’Università di Trento, grazie a cinque «Tea Masters»: Yin Chong Liang, Cui Xiuli, Gao Shuwen, Ma Guangpeng e Qiang Zhanfeng.

Facevano parte di una delegazione invitata dal Centro Martino Martini nel contesto di una serie di incontri dedicati alla Cerimonia del tè in collaborazione con l’Associazione culturale Alteritas e il Chinese Tea Culture research Institute. In questo contesto si è svolta una conferenza di Livio Zanini, ricercatore di Lingua e Letterature Cinese all’Università Ca’ Foscari, autore di La via del tè. La Compagnia inglese delle Indie Orientali e la Cina.

A Zanini abbiamo chiesto di spiegarci cos’è la «Cerimonia del Tè»?

Si tratta di una preparazione del tè formale, che ha origini nel sud della Cina, basata sulla tradizione locale della preparazione del tè, con alcuni elementi, estetici, della cerimonia del tè giapponese, iniziata negli anni ‘80 del secolo scorso a Taiwan, diffusasi poi in tutta la Cina.

«Cerimonia» in questo caso significa anche «liturgia» o rito?
In realtà il termine cerimonia è fortemente criticato, anche quando si parla della versione giapponese. In questo caso, infatti, si tratta effettivamente di una serie di azioni codificata e rigida: addirittura gli scambi di battute tra ospite e invitati sono codificati. In Cina però questa ritualità non è mai esistita: il tè è stato consumato, sia dalle élites che dalle classi popolari, quotidianamente, senza alti livelli di codificazioni gestuali, tranne quando si trattava di offrire del tè agli ospiti. Negli anni ‘80 del Novecento si è iniziato a rivisitare la tradizione cinese detta “Gongfu cha” codificando i movimenti e aggiungendo degli strumenti che prima non erano previsti, proprio per creare un rito, con modalità tipicamente cinesi. Di solito prevede la preparazione di un tè oolong con una teiera molto piccola, un piccolo bricco e piccole tazzine, procedendo a infusioni multiple sempre con la stessa quantità di foglie.

Ma c’è in queste pratiche un senso di spiritualità o si tratta solo del puro piacere di gustare una bevanda?

Non c’è nulla di religioso. Togliamo completamente il senso religioso al termine cerimonia e concentriamoci solo sul rito in sé. Si tratta di una procedura materiale per degustare il tè: un momento che si presta al rilassamento, alla concentrazione sul piacere e sul proprio rapporto con la bevanda. In questo senso possiamo parlare di spirituale. Tradizionalmente in Cina però il tè, soprattutto tra le élites, era la scusa per poterci associare tutta una serie di attività culturali: poesia, pittura o lo stare in luoghi particolarmente ameni dove consumare il tè.

C’è un senso di rallentamento dello scorrere del tempo, della quotidianità?

Nell’arte del tè giapponese tutto verte a creare un momento di stacco dalla quotidianità: si va all’interno della sala da tè - uno spazio fisicamente separato e distinto dall’esterno - si fanno cose non ordinarie, si dicono frasi speciali. Tutto serve ad esaltare la differenza tra il momento unico e irripetibile della degustazione del tè e la routine. In Cina invece il tè è assolutamente parte della quotidianità.

Lei ha analizzato le contaminazioni culturali avvenute attraverso la «Via del Tè», che è il titolo del suo saggio pubblicato per il Centro Martino Martini di Trento. Cosa ha caratterizzato questo trasferimento nella cultura europea?

Nel passaggio dalla Cina all’Europa il tè si è spogliato della forte identità culturale del contesto originario.
Di fatto quel che è passato in Europa è il tè: il materiale, la sostanza. Fintanto che la Cina ha rappresentato un modello culturale fluivano elementi caratterizzanti l’arte del tè, fino al Seicento o Settecento. Poi, con il cambio di atteggiamento dell’Occidente verso la Cina e la creazione di coltivazioni di tè in India e in altre parti del mondo durante il diciannovesimo secolo, in Inghilterra e in Europa si è sviluppata una estetica del tè che nulla ha a che fare con quella cinese.

Per un occidentale cosa può significare immergersi nella «cerimonia del tè»?

Il tè risponde ad esigenze diverse. Oggi rispetto al passato è molto più facile viaggiare e trovare informazioni. Il tè è una massa di foglioline secche e ognuno ci trova quel che vuole. Per molti in Italia il tè rappresenta una bevanda poco interessante, associata a condizioni fisiche non brillanti, si prende il tè quando si ha l’influenza, qualcuno l’associa alla cultura inglese o altri infine pensano al tè come alla panacea di tutti i mali. Oggi però anche nel nostro paese sempre più persone si interessano alla ricchissima tradizione culturale sviluppatasi attorno alla preparazione e apprezzamento del tè in Cina e nei paesi dell’Asia dove questa bevanda per prima si è diffusa.

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