Salta al contenuto principale

Dubuffet, maestro di gioco e meraviglia

Chiudi
Apri
Per approfondire: 
Tempo di lettura: 
2 minuti 15 secondi

C'è tutta la complessità, vivace, dinamica e imprevedibile, di un "homme-orchestre" come Dubuffet nell'omaggio che la Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia rende al suo percorso artistico nel '900 con una grande retrospettiva allestita dal 17 novembre al 3 marzo. Dal titolo "Jean Dubuffet, l'arte in gioco. Materia e spirito 1943-1985", la mostra delinea l'intera parabola di un originale artista artigiano che attorno ai 40 anni ha abbandonato il commercio dei vini per dedicarsi completamente al suo estro creativo e che è stato anche pensatore, letterato, musicista e grande sperimentatore di tecniche e stili.

Una poliedricità dimostrata da Dubuffet fino all'anno della morte, avvenuta nel 1985, che il progetto espositivo, curato da Martina Mazzotta e Frédéric Jaeger, documenta attraverso 140 opere, tra dipinti, disegni, grafiche, sculture, libri d'artista, composizioni musicali, poetiche e teatrali, provenienti principalmente dalla Fondation Dubuffet e dal Musée des Arts Décoratif di Parigi, oltre che da collezioni private di Francia, Svizzera, Austria e Italia. L'arte come gioco ma anche come meraviglia, come strumento per rivelare l'invisibile ed esprimere bellezza e bruttezza, ambiguità e ironia, nella più totale libertà e senza alcun incasellamento né etichetta: la mostra illustra Dubuffet in modo esaustivo, sviluppandosi intorno alla relazione dialettica tra materia e spirito. Tre le sezioni che compongono il percorso: la prima comprende opere realizzate dal '45 al '60, tra cui Mirobolus, Macadam et Cie e Matériologies; la seconda accoglie lavori compresi tra il '62 e il '74, con la serie L'Hourloupe; infine la terza sezione, con i Théatres de mémoire e i Non-lieux, realizzati tra il '76 e l'84. Interessante la parte dedicata alla musica (Dubuffet usava vari strumenti e dispositivi elettronici per produrre "suoni inediti") e quella con i libri d'artista, che presentano lo "jargon", gergo fonetico inventato dall'artista per decostruire la lingua francese. Piccola mostra nella mostra è poi la sezione che presenta 30 lavori di protagonisti (da Aloïse a Wilson a Walla) dell'Art Brut, termine coniato da Dubuffet nel 1945 per indicare quei talenti posseduti da un istinto creatore spontaneo e puro.

Infine, fanno parte del percorso anche alcuni elementi di Coucou Bazar, opera d'arte totale tra pittura, scultura, teatro, danza e musica, realizzata a Torino nel 1978, in collaborazione con la Fiat. "Anche se alcuni cicli e aspetti del suo lavoro sono stati affrontati, una retrospettiva così ampia manca da oltre 30 anni in Italia: è un percorso ambizioso, per raccontare l'artista, l'artigiano, l'alchimista, l'ultimo dei grandi artisti in senso rinascimentale", dice oggi a Roma all'Ambasciata di Francia a Palazzo Farnese la curatrice Mazzotta, "nel nostro Paese Dubuffet è poco conosciuto e non è studiato: la sua rapidità nello sperimentare a livello teorico e pratico le potenzialità dell'arte lo ha reso forse poco contemporaneo per la sua epoca, ma lo è molto ora per noi".

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?

L'utilizzo della piattaforma dei commenti prevede l'invio di alcune informazioni al fornitore del servizio DISQUS. Utilizzare il form equivale ad acconsentire al trattamento dei dati tramite azione positiva. Per maggiori informazioni visualizza la Privacy Policy