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John Ruskin a Venezia, critico-artista del bello

A Palazzo Ducale una mostra sul rapporto fra l'inglese, la città e le Alpi

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John Ruskin, autoritratto con cravatta blu 1873-74

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©Ruskin Foundation, Lancaster

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John Ruskin, Campanile di San Marco

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 Londra, The British Museum 

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Marcel Proust scrisse che il dono speciale di John Ruskin - il poliedrico intellettuale vittoriano che fu critico d’arte, artista, scrittore e «riformatore sociale» nelle idee - era il sentimento della bellezza, nella natura come nell’arte. Bellezza - sottolineò lo scrittore parigino - «come una realtà infinitamente più importante della vita, e per la quale avrebbe dato la propria».

E non è dunque un caso se Gabriella Belli, che a Palazzo Ducale ha voluto dedicare una mostra all’intenso rapporto fra l’inglese e la città lagunare, si chiede «come sarebbe il mito di Venezia senza la voce di John Ruskin, senza quelle parole appassionate che ne hanno descritto, con grande efficacia, bellezza e degrado, la magnificenza delle architetture gotiche e la "deriva" di quelle rinascimentali, secondo una visione tanto decisamente anticlassica da essere per la sua epoca davvero una voce fuori dal coro...».

Coraggioso sostenitore, fin dall’età di 17 anni, della modernità di Turner (quest’ultimo in mostra al Chiostro del Bramante di Roma), autore di una monumentale opera sulla pittura e l’estetica dell’arte come Modern Painters, Ruskin (1819-1900) nella sua vita ha frequentato con assiduità Venezia e le Alpi, montagne considerate «l’inizio e la fine di tutto lo scenario naturale». E riprendendo il titolo dell’opera che il professore dedicò alla città, è l’appartamento del Doge la sede di John Ruskin. Le pietre di Venezia la mostra che, attraverso un centinaio di opere, prestiti tutti internazionali, racconta l’«instancabile tentativo di comprendere il mondo» del critico proprio in quel Palazzo Ducale che il docente di Oxford considerava «l’edificio centrale del mondo».

Quello che emerge dal percorso espositivo è anzitutto il complesso rapporto fra Ruskin e Venezia che, dalla prima «rivelazione» all’età di sedici anni, lo vedrà tornare in laguna undici volte tra il 1835 e il 1888. Un rapporto - scrivono i curatori- «esplicitato sotto diversi punti di vista» (studi di nuvole, della laguna, pleniluni, studi di Carpaccio, Veronese, Tintoretto) e nel quale è centrale «la natura del gotico, con la sua riscoperta e celebrazione: il momento più alto dell’arte e dell’architettura non solo dal punto di vista estetico ma anche morale». Il percorso si estende dal volume Le pietre di Venezia alle grandi tavole in folio degli Examples of the Architecture of Venice e St. Mark’s Rest scritto dopo aver assistito alla demolizione di parti importanti della Basilica di San Marco e divenuto - ricordano i curatori - «una guida della città ?per i pochi viaggiatori che ancora hanno a cuore i suoi monumenti?».

Ma in mostra vi sono anche schizzi, piante e studi tratti dai «Venetian Notebooks», i manoscritti di Ruskin per The Stones of Venice (frammenti di carta azzurra mai prima esposti e conservati alla Morgan Library di New York), e poi prime edizioni a stampa, dagherrotipi, foto storiche e dipinti dei grandi pittori del Cinquecento veneziano a confronto con gli studi che il critico vi ha tratto. E tuttavia - con un omaggio non scontato al genio artistico dell’inglese - «Lo sguardo colorato di Ruskin - scrive la curatrice dell’esposizione Anna Ottani Cavina - sarà una rivelazione per il pubblico italiano, poiché è lui il più grande acquarellista dell’età vittoriana». Quella di Venezia, dunque è anche una «sfida a celebrare John Ruskin come grande e singolare pittore, al di là del suo eclettismo e della sua stessa determinazione a privilegiare la parola scritta». Le opere ci accompagnano nella Venezia gotica, bizantina, medievale che, nelle stesse parole di Ruskin, appare «un fantasma sulle sabbie del mare, così debole, così silenziosa, così spoglia di tutto all’infuori della sua bellezza, che qualche volta quando ammiriamo il languido riflesso nella laguna, ci chiediamo quasi fosse un miraggio quale sia la città, quale l’ombra».

Ma le opere del grande critico «raccontano» anche la sua vita e la predilizione per le Alpi che frequentò assiduamente dopo il primo soggiorno giovanile a Chamonix. Mettendosi persino sulle tracce di Turner - copie delle opere alla mano - per ritrovare i luoghi dai quali il pittore aveva ritratto i maestosi paesaggi glaciali, le profondità delle valli, le forze scatenate della natura. Per Venezia, Ruskin ingaggiò una battaglia - scrive Gabriella Belli - «all’epoca certo non facile né popolare, per la salvaguardia dal degrado, dall’incuria e dai primi pessimi restauri, di quell’arte antica e di quell’architettura "vitale e non formale" che egli identificava con lo stile gotico, minacciato di scomparsa prima a causa di quello che lui stesso definiva il "male Rinascimento"».

Sulle Alpi, l’onda montante del turismo (inglese) lo preoccupava parimenti: «... se c’è una qualche verità nell’impressione che ho sempre avuto - scrisse in Modern Painters - e che mi sono appena sforzato di esternare, che le montagne siano le cattedrali della terra o i suoi altari naturali (...) è sicuramente motivo di discussione tra alcuni di noi se i tavoli dei cambiavalute, per quanto possano essere adatti e pregevoli come mobilio in altri luoghi, siano precisamente le cose che è dovere dell’uomo predisporre nel tempio della montagna». La mostra conduce al cospetto di «cattedrali della terra» come il Monte Bianco, ma anche nella casa di Brantwood in riva al lago di Coniston, nel Lake District (culla della poesia romantica inglese), dinanzi a Santa Maria della Salute con Turner, e poi in Italia lungo rotte da Grand Tour toccando Firenze, Napoli, l’Etna e ancora e soprattutto Venezia, con gradevolissime opere - argomenta Belli - da «acquarellista di raffinatissimo tocco di paesaggi, cieli, nuvole e di tante amate architetture».

La Venezia studiata e ritratta come un’amata perché - scrisse Ruskin - «di tutti i giorni felici e appassionati in cui, da giovane, mi è stato concesso di passare in questa terra santa che è l’Italia, nessuno è stato più prezioso di quelli che ero solito trascorrere negli anfratti della Piazzetta, vicino ai pilastri acritani; guardando talvolta i mosaici baluginanti nelle volte della chiesa; talvolta la Piazza, pensando alle sue memorie immortali; talvolta Palazzo Ducale e il mare».

John Ruskin. Le pietre di Venezia, fino al 10 giugno, orario 8.30-19; info: palazzoducale.visitmuve.it.

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