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Martedì Mieli a Rovereto

«Brennero, bene Vienna»

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«Certo, Roma non è Ankara, ma immaginate se il colpo di Stato che c’è stato in Turchia si fosse invece consumato da noi, in Italia. Immaginate una nazione che era stata incaricata dall’Ue di gestire l’emergenza immigrati ai confini: un Paese alleato dell’Ue che vede i Paesi europei attendere a lungo prima di schierarsi dalla parte del presidente in carica. Erdogan, presidente della Turchia, ha tanti torti per come si sta comportando ma ha anche legittimi motivi per lamentarsi dell’Ue, che ha reagito lentamente, attendendo la reazione altrettanto lenta degli Stati Uniti». Parole di Paolo Mieli, storico, giornalista, ex direttore del «Corriere della Sera» nonché della Rai, oggi presidente di Rcs libri. 

Mieli ha da poco dato alle stampe il suo ultimo libro «L’arma della memoria», edito da Rizzoli. Sarà ospite a Rovereto del festival «Oriente Occidente», in un dialogo con il direttore dell’Adige Pierangelo Giovanetti, su scontri di civiltà e occasioni di progresso. L’appuntamento è per martedì alle 20.30 al Teatro Zandonai di Rovereto. Al nostro giornale racconta, in anteprima, dell’Isis, dell’Europa in preda alla paura, della Francia piegata dal terrorismo islamico e dell’Italia che - pur avendo il Vaticano sul territorio, non è stata colpita dal cosiddetto Califfato. Un punto di vista sui fatti del mondo.

Paolo Mieli a «Oriente Occidente». Non si può non parlare di convivenza e libertà. È di questi giorni la polemica sul burkini, sul diritto delle donne islamiche a presentarsi sulle nostre spiagge con un costume coprente. Lei cosa ne pensa?
«Io sono favorevole al burkini, nel senso che non si può ordinare alle donne di coprirsi e mi pare ancora più assurdo pensare di poter dire loro di scoprirsi. Una cosa è vietare il velo sul volto - perché in quel caso esiste un problema di sicurezza - ma altra cosa è immaginare delle guardie che bloccano le donne e ordinano loro di spogliarsi. Andare al mare è un atto di libertà e uno ci deve poter andare vestito come meglio crede. Ci sono pure spiagge per nudisti. Vietare il burkini non ha senso. Nei giudizi si dovrebbe essere concreti e pragmatici. Ciascuno di noi dovrebbe avere il diritto di fare ciò che vuole purché questo non sia offensivo o lesivo delle altrui libertà. Porsi il problema del burkini, in una fase storica in cui dobbiamo occuparci di problemi ben più gravi, come ad esempio il terrorismo, è specioso e negativo».

L’Isis sta lavorando sulle nostre paure. Gli attentati in Francia e Germania hanno fatto scattare nuovi timori. E ora si parla di controlli più stringenti, di limitazioni alle nostre libertà. È questo il prezzo che dobbiamo pagare sull’altare della sicurezza?
«Sì. Come peraltro ha detto papa Francesco, siamo in guerra, una guerra mondiale. E, come in tutte le guerre, si devono accettare delle limitazioni alla nostra libertà. Questi limiti imposti per ragioni di sicurezza devono essere coniugati alla nostra vita».

Si dice che la Francia è a nervo scoperto perché, a differenza dell’Inghilterra, non ha investito in servizi segreti, in misure di intelligence volte a prevenire gli attacchi terroristici. Che idea se ne è fatto?
«La Francia, da questo punto di vista, è un Paese svantaggiato perché ha avuto colonie arabe soprattutto in Algeria e Tunisia: Paesi che, nel tempo, hanno prodotto forme di terrorismo indiscriminato. La Francia, all’interno dei suoi confini, ha una grande quantità di musulmani: uomini e donne, i cui genitori hanno predicato e, in alcuni casi, praticato il terrorismo. È un terrorismo che ha avuto successo e che ha formato, almeno in parte, l’identità di un popolo. Certo, ci possono essere forti lacune nei servizi segreti, soprattutto se si fa un confronto con il sistema britannico, ma il punto è che a Parigi c’è una componente extracomunitaria diversa da quella di Londra».

L’Italia ha sul territorio la Città del Vaticano, il centro della cristianità. Perché Roma non è stata colpita?
«A mio avviso l’Italia non è stata colpita perché in Italia è più difficile far crescere questi gruppi terroristici. Qui abbiamo ambienti più ostili. Non esistono vaste comunità islamiche, dove i terroristi possono nuotare liberamente come pesci nel mare. In Francia sì. Da noi è meno difficile isolare e catturare gli aspiranti kamikaze».

L’Italia sta accogliendo migliaia di profughi che approdano sulle nostre coste. Dal suo punto di vista il governo si sta muovendo bene su questo fronte? I terroristi arrivano da noi anche sui barconi o usano altri mezzi e puntano su altre mete?
«Sicuramente hanno mezzi e rotte diverse. Non possiamo escludere che arrivino anche con i barconi, ma il problema va visto nella sua complessità. Il governo sta facendo il possibile e mi pare che quest’anno non ci sia stata l’emergenza immigrazione? a cui abbiamo assistito nel 2015 e nel 2014. Premesso che non esiste la ricetta risolutiva per frenare un processo come quello in corso, mi pare che finora non si sia agito inutilmente».

Pochi mesi fa ha tenuto banco la questione della chiusura della frontiera austriaca per bloccare l’invasione di migranti. Vienna ha annunciato lo stop all’entrata libera nel territorio austriaco, con buona pace dei cugini altoatesini, i quali - in prospettiva - potrebbero essere quelli chiamati a gestire l’emergenza, assieme al governo centrale. Dove è andato a finire il senso di Europa unita e dove è andata a finire la cosiddetta Euregio?
«Ho studiato molto questo fenomeno. Visto come si erano messe le cose, tutti ci saremmo aspettati dall’Austria qualcosa di più rigido, peggiore. Le misure prese da Vienna sono certamente esecrabili ma non sono state prese con lo stesso rigore usato in alcuni Paesi ex comunisti. Io quelle dell’Austria le considero misure profilattiche, volte a risolvere il problema. Senza volerle giustificare, capisco che se quelle misure non vengono adottate, si rischia di far vincere le elezioni a partiti xenofobi dell’ultradestra, a personaggi di cui dobbiamo avere paura. Quella promossa dal governo di Vienna è quindi una profilassi che colpisce l’immaginazione dell’elettorato ed è in qualche modo legittima. So bene che il problema non è risolto ma, sotto tutti i profili, l’estate 2016, che non è ancora finita, mi pare essere più tranquilla del previsto. Si è assistito ad un piccolo miracolo».

Al miracolo forse ha contribuito la Turchia che, per conto dell’Ue, in cambio di miliardi di euro, ha - dicono i critici - fatto il «lavoro sporco» per contenere i flussi migratori verso l’Europa.
«Non lo chiamerei "lavoro sporco". Quella della Turchia è ed è stata un’attività integrata dell’Europa. Oggi è toccato alla Turchia. Domani - anche se l’ipotesi mi pare poco probabile - potrebbe toccare all’Italia il compito di gestire certe emergenze. Se il nostro Paese venisse finanziato per eseguire un compito di questo genere ne avrebbe tutte le competenze».

Poche settimane fa abbiamo assistito ad un nuovo golpe in Turchia: un colpo di Stato che si è consumato in poche ore. Ora Erdogan, che ha ripreso il potere, lamenta lo scarso appoggio ricevuto dai vari Paesi europei e dall’Unione Europea in generale.
«Credo che Erdogan, dopo il golpe, abbia preso misure che ai miei occhi sono eccessive. Penso al numero di carcerazioni. È molto diffusa l’idea - ed io la condivido - che molte delle persone incarcerate non abbiano nulla a che fare col golpe. Detto ciò, è vero che il governo di Erdogan è stato regolarmente eletto ed è vero che, dopo il colpo di stato (non dimentichiamo che il 15 luglio centinaia di persone sono state uccise nel tentativo, da parte dell’esercito, di prendere il potere), l’Europa è rimasta a guardare: ha aspettato la reazione, la condanna, degli Usa, che è stata altrettanto lenta. Immaginiamo se quel golpe ci fosse stato in Italia. Immaginiamo un’Europa che attende di vedere chi vince: Mattarella o chissà chi... Questa sarebbe una cosa esecrabile. L’Italia ovviamente non è la Turchia, ma quello è stato un brutto episodio. Erdogan ha detto: “Ma come? Tu Ue mi finanzi per il lavoro di contenimento dell’immigrazione in Europa e poi, quando il mio governo rischia di essere cacciato con un golpe, stai a guardare?”».

Insomma Erdogan non ha tutti i torti a prendersela con Berlino e con Bruxelles?
«Io dico che ha avuto dei motivi legittimi».

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