Provincia, droga dell'economia trentina

Nel 2008 la crisi che sta cambiando il mondo ha avuto ufficialmente inizio. In realtà già a partire dal 2006 le avvisaglie c'erano tutte e taluni economisti (fra tutti Roubini) avevano predetto il disastro in tempi «non sospetti». Chi evidenziava nel 2008 come l'intensità, la violenza della crisi e le sue stesse cause non fossero di origine congiunturale, ma di sistema, veniva però tacciato di pessimismo.
Il Governo provinciale si mosse con grande rapidità, iniettando nel sistema economico le notevoli risorse finanziarie rese disponibili dalla nostra particolare Autonomia. Va riconosciuto che non solo poche regioni italiane, ma anche poche nazioni occidentali hanno avuto una rapidità d'azione paragonabile. La manovra provinciale era però di tipo anticongiunturale, ossia fatta per «tamponare» una situazione di crisi momentanea, magari un po' più lunga, ma comunque destinata a rientrare e ad essere presto dimenticata grazie ad una repentina ripresa. Ecco quindi che le risorse finanziarie hanno avuto innanzitutto il grande merito di mantenere l'occupazione. Ricordiamo, tra le varie misure, gli incentivi alle ristrutturazioni finanziarie, i lease-back, l'accorciamento dei tempi di pagamento delle pubbliche amministrazioni, la legge Olivi e così via.
Tutto questo ha consentito alle aziende trentine di «tenere botta», ma c'è un però. Nelle ultime settimane sono apparsi vari dati che, seppur provvisori, non inducono certo all'ottimismo e, per certi versi, fanno ritornare di attualità coloro che erano ritenuti pessimisti nel 2008. I dati sull'occupazione sono apparsi alla vigilia del Festival dell'Economia e, se ci mettono ancora in una posizione migliore rispetto alla media italiana, sono preoccupanti se confrontati con la vicina provincia di Bolzano, dato forse più confrontabile rispetto alla media italiana, che comprende anche regioni oggettivamente non confrontabili con il Trentino. Recentemente ho letto con attenzione l'indagine trimestrale sulla congiuntura economica, ben sviluppata, come sempre, dalla Camera di Commercio: ebbene, i dati che emergono confermano una situazione di diffusa preoccupazione, non tanto per un andamento «asmatico» dell'economia, ma per una persistente situazione di sofferenza, diffusa un po' in tutti i settori. Ricordiamo che si è sempre ritenuto che l'assenza di settori dominanti in Trentino portasse con sé il vantaggio di avere un'economia in grado di reggere scossoni grazie ad una diversificazione del rischio. Guardando i dati della Camera di Commercio pare però che tutti i settori abbiano il fiato terribilmente corto. Certo, i dati statistici evidenziano una situazione complessiva, dietro la quale ci sono imprese e imprenditori che stanno non solo tenendo le posizioni, ma stanno crescendo e soprattutto stanno lavorando solo con le proprie forze.
Forse sarebbe opportuno a questo punto avviare un serio confronto sugli impatti degli interventi pubblici, non solo sui dati di bilancio delle imprese, ma anche, e oserei dire soprattutto, sullo spirito imprenditoriale, sulla capacità di reazione degli imprenditori e sulla reale autonomia di molte imprese trentine dalla Politica, intesa con la «P» maiuscola.
È inutile in questa sede entrare nel merito delle problematiche di uno specifico settore, ci saranno altre occasioni. Quello che preme è cercare di avviare un confronto sereno, pacato e non ideologico su un tema che viene spesso aggirato, dove gli interrogativi vengono messi sotto silenzio in quanto «attacco all'autonomia» (lo è peraltro un po' tutto il pensiero critico ultimamente). I punti che sarebbe però bello sviscerare sono molto chiari e relativamente pochi. La poderosa manovra provinciale del 2008 e del 2009 ha prodotto nel medio periodo gli esiti sperati o ha invece legato ancor di più le imprese, certe imprese, alle decisioni politiche? Le risorse che sono state immesse nell'economia avranno un ritorno, stante il repentino cambiamento dello scenario sociale e soprattutto la persistente debolezza di quelle imprese che per prime hanno beneficiato degli aiuti provinciali? In definitiva non è impossibile capire se un'impresa va male perché è sfortunata o perché è intrinsecamente debole: quante volte i pareri della struttura provinciale sono stati elusi o aggirati dalla decisione politica?
La politica è anche decidere e scegliere, e l'errore ci sta, ci deve stare, fa parte della natura umana. Se qualche decisione non era allineata con l'istruttoria, certo lo è stato per mantenere l'occupazione ovvero per tamponare un fallimento certo, sperando in un futuro più roseo, ma questo è accaduto e accadrà o alla fine abbiamo semplicemente rinviato il problema? In un contesto di risorse sempre più scarse, queste operazioni hanno visto un trasferimento di risorse dai lavoratori, e dalle future generazioni, alle imprese: che ne sarà dei lease-back alla loro scadenza? Non corriamo il rischio che la politica provinciale abbia inibito l'istinto di sopravvivenza dell'imprenditore, che trova talvolta più semplice attaccarsi all'ossigeno provinciale piuttosto che andare a conquistare colpo su colpo in giro per il mondo quel mercato che qui non esiste più? Come si declinano nell'economia trentina i concetti di protezionismo e di competitività e quindi quanto è competitiva l'economia trentina rispetto a quella dei territori a noi confinanti e quindi paragonabili? E ancora, domanda mi rendo conto scabrosa, quanto questo legame tra impresa e politica è sano e quanto esso è perverso e a rischio di autoreferenzialità, anche alla luce delle specificità del funzionamento delle istituzioni provinciali?
Nelle prossime settimane cercheremo di approfondire questi interrogativi, con l'unico obiettivo di capire e di far capire, cercando, come accennato, di avviare un dibattito assente su troppi temi in Trentino. Non si vuole in alcun modo dare giudizi: sarebbe fuori luogo e inopportuno, ma da sempre il confronto porta arricchimento, stimolo, visione, aspetti che personalmente vedo in molti trentini, ma, ahimé, non sempre nel Trentino, dove le strategie sono talvolta belle e impossibili (vedi Metroland) e talvolta confuse con la tattica, che consente sì la sopravvivenza giorno per giorno, ma non certo quella prospettiva, senza la quale non si può far altro che subire gli eventi, sperando che prima o poi le cose possano migliorare.

10 commenti

Ma l'Università di Trento fa parte di quest'analisi?

La PAT per fare quello che ha fatto ha seminato a piene mani, solo che per ogni kilo di sementi solo una parte (un etto, mezzo chilo? Fate voi) E' andata su terreno fertile. Il resto è finito sui sassi, nella sabbia o semplicemente intascato e qualcuno ci ha fatto polenta.

La PAT aveva tanto da sprecare, non così tanto da non dover fare debiti. E adesso che ha meno soldi sono cavoli. Non siamo pronti perchè si sono sprecati gli anni buoni.

va bene... si può concordare con alcune conclusioni... ma adesso? una volta che scopriamo che la crisi non è congiunturale ma di sistema (e possiamo saperlo solo ora, non nel 2008) cosa possiamo fare? cosa può fare la PAT? non siamo uno stato autonomo, il debito pubblico è italiano e quindi anche nostro. grava su di noi come un fardello. Ripeto che strumenti ha la PAT al di la di quelli che sta utilizzando?

nel 2008-2009 mentre chi guida la pat si gonfiava d'orgoglio per la reazione "anticiclica" pensavo proprio che l'errore fosse considerare un cambio di paradigma come la solita crisi congiunturale. Quando la diga dell'autonomia cadrà subiremo sia la batosta della crisi, che il prezzo del presunto salvataggio, quindi doppio costo.

Io direi che abbiamo lo stesso problema dell'Italia nei confronti della Germania,siamo stati abilmente sfruttati. Noi abbiamo messo in piedi una manovra per incentivare l'economia locale senza avere i mezzi giuridici per limitarli a questa (vedi esiti su gare d'appalto). Se Bolzano avesse permesso una maggiore permeabilità come è stata costretta l'economia trentina forse ci sarebbe stato maggiore sviluppo anche per noi.

Mi pare che sia un pò come sparare sulla croce rossa, la politica ha fatto quello che ha potuto con le leggi che aveva, non per niente si è speso tanto tempo per cambiarle.

Finchè ci sarà una casta di dipendenti pubblici, superprotetti e arroganti, e una massa di poveracci che stanno rischiando di finire in mezzo a una strada, il Trentino non potrà più fregiarsi del titolo di regione civile.
I poveri, col loro carico di crescenti sofferenze, faranno implodere un sistema marcio. Sarà una caduta in stile asburgico, terribile e inaspettata.

Provate a contattare l'Agenzia del Lavoro di Trento e vi accorgerete che, al di là delle ciarle in linguaggio burocratico, sono in totale stato confusionale.
Da loro non ci si può aspettare molto di buono, soprattutto in materia di DISOCCUPAZIONE.
E questo problema deve iniziare a far paura!

Il troppo "dirigismo" droga l'economia.
Nelle normali condizioni di libero mercato, prevale la tendenza all'equilibrio. Così, a fronte di una domanda insufficiente, nessuna impresa aprirebbe in un settore fin troppo intasato.
Per contenere i margini di rischio, l'intervento pubblico deve essere discreto, e cosciente di tutte le dinamiche di mercato e di impresa.

Veramente bravo, concordo pienamente con Lei.
E la elogio particolarmente perchè ha avuto IL CORAGGIO di toccare un importante tasto dolente che spesso viene occultato ad arte per nascondere interessi corporativi, connessioni particolari, sistemi di potere.
Il trentino ha bisogno di persone come lei.

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