La manovra «salva-Italia» del governo Monti andava fatta, varata in tempi rapidi, con misure drastiche e strutturali. La medicina è amara, ma così doveva essere se si vuol cercare di salvare l'Italia, e con essa anche l'Europa. Ora la manovra va approvata dal Parlamento il più in fretta possibile, auspicabilmente prima del vertice europeo dell'8-9 dicembre, che costituirà uno snodo fondamentale per il nostro futuro. L'inizio del Grande Cambiamento che ci attende (di spesa pubblica, stili di vita, rinunce, ma anche di maggiore equità e solidarietà intergenerazionale) c'è stato. Un primo passo, buono, ma non basta. Bisogna fare di più e di meglio. A cominciare da una più drastica lotta all'evasione fiscale, un più radicale e perentorio taglio ai costi della politica e ai privilegi dei partiti, ed un più energico recupero di risorse dalle rendite e dai grandi patrimoni, specie quelli accumulati all'estero, come i 400 miliardi di euro depositati in Svizzera e trafugati all'erario italiano. I sacrifici richiesti - emblematiche le lacrime, sincere, del ministro Fornero - sono oggettivamente pesanti, e colpiscono molti (non tutti in egual modo, purtroppo). La riforma delle pensioni è una buona riforma: giusta perché pensa ai figli dopo che per troppo tempo si è pensato solo ai padri; equa, perché il sistema contributivo elimina le sperequazioni e le furbizie annidate nel retributivo; garantista, perché dà più stabilità al sistema pensionistico e quindi maggiori assicurazioni di percepire la pensione anche un domani, quando, in base agli andamenti demografici, pochi dovranno «pagare» la pensione di molti. Provvedimenti necessari sono anche i prelievi sulle pensioni più ricche.
Forse anche giusti in nome di una solidarietà nazionale, nel momento in cui le casse sono vuote e non c'è liquidità disponibile, alla faccia della tanto strombazzata tenuta dei conti da parte del governo precedente. Sulla casa il ritorno dell'Ici era inevitabile. L'averla cancellata in nome di un'irresponsabile e perniciosa boutade ad esclusivi fini propagandistico-elettorali, è costato ai cittadini un aggravio dell'aumento delle imposte. Ora l'imposta sulla casa è più pesante, ma strutturata perché costituisca una sorta di patrimoniale sui possedimenti immobiliari, così da gravare di più su chi detiene maggiori proprietà. Bene anche le liberalizzazioni introdotte (ma anche qui è solo l'inizio e si attendono passi ulteriori e più sostanziosi), che porteranno a maggiore concorrenza e quindi a prezzi più convenienti per la vendita di farmaci da banco, ma anche a liberalizzare di più i trasporti e gli orari degli esercizi commerciali. Adesso l'attesa è per misure incisive sui professionisti. Bene pure il rafforzamento del fondo di garanzia per le imprese e le agevolazioni fiscali per gli utili reinvestiti, che rafforzano il capitale d'impresa. Dato l'effetto recessivo che alcune delle misure di prelievo determineranno sul ciclo economico, era necessario (anche se ancora insufficiente) un intervento volto a stimolare la crescita. È sul resto delle misure contenute nella manovra Monti che il piatto piange. Innanzitutto la lotta senza mezze misure all'evasione. Ridurre al minimo l'uso del contante è sicuramente un provvedimento importante, che dà più trasparenza e rende tracciabili fiscalmente i provvedimenti oltre i mille euro. Ma l'azione del governo Monti non può limitarsi a questo e all'apprezzabilissimo (finalmente) stop ai condoni, che sono la morte dell'equità fiscale e della lotta all'evasione. Con un Paese a rischio bancarotta, la tolleranza zero verso gli evasori diventa una «missione» civica obbligatoria da parte di tutti, dei cittadini e del governo. Vi sono intere categorie che sono appena sfiorate dal fisco, e che dispongono di redditi sfacciatamente esorbitanti, su cui la pressione fiscale è minima. Qui si misurerà la forza di cambiamento del governo Monti, qui va impressa la svolta che il Paese attende. Poco, troppo poco, è stato fatto sul fronte dei costi della politica. Certo, sono state abolite le giunte provinciali e ridotti i consiglieri (speriamo arrivi la mannaia anche sulle nostre Comunità di valle, cancellando un inutile ente intermedio che frena l'unificazione e il rafforzamento dei Comuni). Ma è troppo poco. Offensivamente deludente. E se anche Monti ha fatto un calcolo pragmatico, dovendo la manovra passare dal voto dei parlamentari, un taglio drastico ai rimborsi elettorali, ai trasferimenti alle Camere, a tutte le spese oggi insostenibili come gli stratosferici fondi a disposizione dei gruppi consiliari anche del ricco (troppo ricco) consiglio provinciale di Trento, sono ormai improcrastinabili. Infine, i grandi patrimoni, specie quelli accumulati all'estero, sottratti al fisco italiano, troppo a lungo coperti da governi compiacenti. Su questo occorreva un segnale ancora più forte del prelievo dell'1,5% sui capitali rientrati in Italia grazie allo scudo fiscale. Già fu una vergogna consentire il riciclaggio di Stato del denaro trafugato per la misera cifra del 5%. Ora che il Paese lotta per non sprofondare, quella virgola dell'1,5% è di troppo. Equità e giustizia avrebbero richiesto almeno il 15%, portando nelle casse immediatamente 15 miliardi di euro, rispetto ai 100 sottratti e scoperti. Ma altre centinaia di miliardi giacciono nelle casseforti svizzere, senza che i governi italiani finora abbiano fatto pressioni sufficienti per conoscerne i possessori, come hanno fatto altri Paesi europei dalla Germania alla Gran Bretagna. E così pure per i beni di lusso. Va bene tassare barche, aerei, yacht e auto di grossa cilindrata. Ma l'arricchimento avvenuto in questi ultimi anni per i grandi possessori è stato tale, come dimostra il rapporto dell'Ocse pubblicato ieri, che un'azione più incisiva di riequilibrio patrimoniale era doverosa, in un Paese che ha visto negli ultimi vent'anni impennarsi la forbice fra i più ricchi e i più poveri. L'Europa, i mercati finanziari, lo spread, le borse, gli investitori internazionali ieri hanno reagito tutti positivamente alla manovra Monti. Uno spread così basso con il bund tedesco (375 punti), non si vedeva da tempo, e così i rendimenti del Btp decennale scesi sotto il 6%. La serietà dell'Italia, cioè del governo Monti, paga. Finalmente stiamo riottenendo rispetto e dignità in Europa e nel mondo, dopo anni di vergogna e di dileggi. Ma perché questa non sia l'ennesima durissima manovra finanziaria come gli italiani hanno già visto troppe volte in passato, ma serva veramente a intaccare strutturalmente il debito pubblico e le logiche di spesa, occorre che il governo Monti prosegua con determinazione e orizzonti alti. Ora che l'acqua è arrivata al collo, non basta più tamponare i conti e barcamenarsi come prima, alla meno peggio. Adesso bisogna intaccare in profondità il sistema Paese, continuando in maniera radicale sulla via delle riforme. A cominciare da quella del lavoro. Un'epoca si è chiusa e un'altra se ne è aperta. Il governo Monti ha chiuso non solo il ventennio berlusconiano, ma probabilmente anche il ventennio precedente, quello della spesa facile e dell'irresponsabilità nazionale, dove governi deboli hanno assecondato scelte sciagurate di cui stiamo ancora pagando duramente lo scotto. Il Paese ce la può fare, ma tutti dobbiamo fare la nostra parte. Tutti.
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