L'indispensabile contratto unico

Oggi in Italia la questione sociale più grave è la divisione fra lavoratori garantiti e non garantiti. La rigidità del diritto del lavoro ha portato negli ultimi quindici anni nel nostro Paese alla proliferazione di contratti atipici, pensati per garantire maggiore flessibilità alle imprese superando l'«assunzione a vita», insostenibile in molti casi di fronte a cambiamenti di mercato e tecnologici rapidi e in continua evoluzione.
Questo ha determinato la nascita di oltre quaranta tipologie di contratto (la Fondazione De Benedetti ne censisce 44), che sono diventati in tempi di crisi la via ordinaria per aggirare i rapporti di lavoro a tempo indeterminato, e utilizzare i precari come «ammortizzatore economico» delle imprese e camera di compensazione in base agli andamenti di mercato. Di fatto si è affermato un tacito accordo, con l'avallo sindacale, in base al quale i «garantiti», quelli a tempo indeterminato, non vengono mai toccati in nome del rispetto dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Quelli precari, invece, possono essere presi e mollati a seconda delle necessità. E nelle imprese, infatti, sono i primi ad essere licenziati in tempi di crisi, e gli ultimi a beneficiare di accordi interni e integrativi vari.
Tale sistema, profondamente ingiusto e causa di una spaccatura generazionale epocale fra padri e figli, fra garantiti e non garantiti, ha portato oggi in Italia a 2 milioni e mezzo di lavoratori precari e più di 500mila giovani ai quali il contratto non è stato rinnovato. Oltre ad una mole di lavoro sommerso che tocca ormai livelli impressionanti.
Superare tale dualismo del mercato del lavoro è oggi urgenza del Paese, non solo per ragioni di equità ma anche per necessità di crescita, cioè di ridare dinamicità e fiato all'economia.

 

Oggi infatti dover assumere un lavoratore per 42 anni costituisce un ostacolo spesso insormontabile per l'impresa, e spinge alla sottoproduzione piuttosto che assumersi costi fissi per oltre quattro decenni, senza la certezza di avere produzione e mercato in maniera immutata per altrettanto mezzo secolo. L'intoccabilità dell'assunzione a tempo indeterminato, una volta effettuata, è diventata anche causa di perdita di produttività dell'impresa e, in molti casi, di documentata crescita dell'assenteismo, danneggiando anche gravemente i lavoratori seri per premiare i più lavativi.
Per questo merita pieno sostegno la priorità data dal governo Monti, con l'appoggio convinto del Presidente della Repubblica Napolitano, alla riforma del mercato del lavoro aprendo ad un contratto unico, che superi una volta per tutte la divisione fra protetti e non protetti, dentro un sistema di ammortizzatori sociali in caso di licenziamento e di assunzione diretta di responsabilità delle imprese nel ricollocare i lavoratori licenziati.


È fuorviante, di fronte ad una riforma di tale respiro, ridurre tutto - come alcune frange sindacali e politiche tentano di fare - ad una bandiera ideologica trincerandosi dietro all'intoccabilità dell'articolo 18. Infatti, la riforma del «contratto unico» non andrebbe ad intaccare chi è già assunto (anche se il PdL preme perché venga estesa a tutti i lavoratori), ma riguarderebbe un nuovo sistema di assunzioni, fortemente incentivate senza vincoli «a vita». Inoltre manterrebbe immutata l'efficacia dell'articolo 18, in caso di licenziamento discriminatorio o per motivi disciplinari. Consentendo invece maggiori possibilità di aumento e diminuzione del personale per «motivi economici», debitamente documentati, con la contropartita per i lavoratori licenziati di indennità molto alte (90% del salario al primo anno, che decresce all'80 e 70% nei due anni successivi).
Al riguardo la proposta più completa e organica sul tavolo della discussione resta quella del giusnaturalista Pietro Ichino, senatore del Pd, che rappresenta sicuramente una mediazione alta e praticabile fra i progetti più liberisti rivendicati dal PdL e quelli più conservatori e immobilisti delle frange estreme della Cgil e della Fiom.


La proposta di Ichino garantirebbe a tutti i neoassunti (anche di imprese con più di 15 dipendenti) un contratto di lavoro unico a tempo indeterminato, eliminando le varie forme di contratti precari (esclusi stagionali, sostituzioni e pochi altri), ma consentendo alle imprese di aumentare o ridurre il personale in base all'andamento dell'economia. Permettendo in tal modo di assumere con più facilità, senza dover considerare l'assunzione un esborso da ammortizzare in 42 anni.
Le resistenze delle imprese a tale riforma sono comprensibili, anche se non giustificabili. Infatti le aziende non potrebbero più scaricare solo sulla collettività la cassa integrazione in caso di mobilità, come spesso accade oggi, ma sarebbero obbligate a contribuire al pagamento delle indennità di disoccupazione. Inoltre sarebbero chiamate a garantire programmi di formazione professionale per i lavoratori licenziati, finanziando il loro reinserimento nel mondo del lavoro (un po' come avviene in Danimarca con la flexsecurity).


Meno comprensibili sono le resistenze da parte sindacale. Infatti, se non si vuole pretestuosamente fare dell'articolo 18 un cavallo di battaglia per rivendicare una propria centralità e immutabilità, è inspiegabile questo accanimento nel voler mantenere un sistema discriminatorio, che divide il mondo dei lavoratori in due, i protetti e i non protetti. Per certi versi è anche rischioso, soprattutto per un sindacato importante e di così lunga storia come la Cgil, chiudersi a riccio in trincea, sulla linea del Piave, che rischia di condannare il primo sindacato italiano ad una sorta di irrilevanza, di sterile opposizione barricadera non partecipando da protagonista allo sforzo in atto di ricostruzione del Paese.


Dovrebbe risultare intollerabile nel sindacato che fu del grande Giuseppe Di Vittorio, che oggi in Italia il tasso di disoccupazione giovanile è forse il più alto d'Europa (oltre il 30%), e che invece nella vicina Germania si annovera un'occupazione record di 41 milioni, registrando una crescita di 530mila assunti in un anno di crisi come il 2011, grazie alle riforme di liberalizzazione e di flessibilità del mercato del lavoro adottate negli ultimi anni con il consenso protagonista del sindacato. Riforme che hanno fatto aumentare enormemente la produttività dell'economia tedesca, garantendo integrativi e premi di produzione cospicui ai lavoratori in cambio dei sacrifici assunti.
Perché in Italia questo non si può fare?

p.giovanetti@ladige.it

15 commenti

Caro direttore, se i sindacati in Italia avessero il potere di quelli tedeschi, gli italiani avrebbero stipendi molto più alti. Il problema vero è che abbiamo una grande industria ridicola e penosa rispetto a quella tedesca e troppa piccola industria che per competere deve pagare poco i suoi dipendenti.

Caro direttore, La guerra dei disgraziati contro i disgraziati, per poter consentire ai veri privilegiati di continuare a sbaffare, è una furbata…Leghiamo invece le pensioni dei veri privilegiati alle pensioni dei disgraziati. Un bel moltiplicatore unico, ad es. 5: per cui al disgraz. 1, al privileg. un max di 5. Il di più è illegale e requisito per andare a vantaggio di sanità e ammortizzatori sociali. Idem per gli stipendi. Al disgraz. 1 , al manager 5. Eccolo un bel contratto unico!

Cara Jessica 76, non devi prendertela con gli insegnanti più anziani di te, ma con chi non ha mai investito nei docenti, preferendo riempire la scuola di bidelli e di altro personale non docente

Davvero incredibile! Siamo riusciti a mettere i giovani contro i più anziani. Jessica 76 ha ragione di lamentarsi per la sua condizione di insegnante precaria, ma non dia la colpa ai suoi colleghi anziani, che spesso sono precari pure loro in quanto soprannumerari e quant'altro. Il problema della scuola è che non è mai investito seriamente dui docenti, ma si è preferito assumere valanghe di bidelli e addetti di segreteria.

Lo sapevate che i "non garantiti" non hanno diritto a mutui e a finanziamenti?

In un ambito sociale così fondamentale come l'istruzione ci vorrebbe proprio la riforma del contratto del lavoro, per dare a tutti gli insegnanti dignità e diritti e veramente basarsi un po di più sulla meritograzia, perche tanti insegnanti che hanno il posto garantito fino alla pensione , sono veramente scandalosi, occupano un posto con incompetenza, scarsa professionalità, scarso impegno, zero passione e tutto a discapito dei ragazzi,e delle loro famiglie!

Vi rendete conto di cosa significhi?
Ogni anno, centinaia di insegnanti aspettano per ore il verdetto finale, per scoprire , a due giorni dall'inizio della scuola per i più fortunati, per gli altri a scuola iniziata, quale sarà il loro destino !Sempre trattati come colleghi di serie B,sballottati di qua e di là,a disposizione di coordinatori e insegnanti garantiti, zitti e obbedienti, sono necessari tappabuchi senza volto!

Sono daccordissimo sul fatto che esista una divisione sociale fra i "garantiti" e i "non garantiti"che deve essere assolutamente sanata. Parliamo per esempio degli insegnanti precari di ogni ordine e grado!
Oltre ai giovani,ci sono insegnanti con ormai i capelli grigi, che affrontano ogni anno, da 15\20 anni, l'inferno delle "CONVOCAZIONI"!

Appunto la germania, dove le norme sul licenziamento per giusta causa sono anche più stringenti delle nostre.

Per avere un mercato del lavoro decente servirebbe abbattere i costi derivanti dalla criminalità organizzata, dall'evasione fiscale, dagli appalti truccati, dalle rendite di posizione (contributi all'editoria compresi). Le imprese marcie stravincono perchè hanno 0 costi. Forse iniziarre dai lavoratori non è l'ideale.

Lo spread, lo spread, lo spread.!!

questa volta gradirei una risposta. grazie!!!!!

e quanto si portano a casa???

NON SI PUO' FARE PERCHE' NOI ITALIANI CON UNO STIPENDIO DI 800/1200 EURO AL MESE (in germania esattamente il doppio)i sacrifici li stiamo facendo da anni!!!!ovvio che chi si porta a casa 4 0 5 mila euro mensili non capisce cosa significa arrivare a fine mese!!!!!!!!!quanti giovani praticanti ci sono nella vostra redazione???quanto

Non ho ben capito la proposta di Ichino di un lavoro a tempo indeterminato eppure flessibile.Comunque credo ,che si debba trovare il modo di far pesare in modo equilibrato su imprese e pubblico il peso della capacità produttiva di rispondere in modo flessibile alle richieste mutevoli del mercato.Un passo davvero storico sarebbe quello di rendere più facilmente licenziabili e soggetti a verifiche di produttività i dipendenti pubblici.

Indispensabile è diminuire lo spread. Si ricorda? Un paio di mesi or sono, in tutte le salse lo avete sviscerato. La memoria! Noi ci ricordiamo e voi?

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