Giovanetti: «Cooperazione,  svelenire l'assemblea»

Fra meno di tre settimane, il 15 giugno prossimo, l'assemblea della Cooperazione deciderà se modificare lo Statuto per permettere a Diego Schelfi di restare sulla poltrona presidenziale per il quarto mandato, o se invece mantenere il limite statutario e scegliere un nuovo presidente.


Per la prima volta nella storia del movimento cooperativo trentino il confronto su chi (e come) dovrà guidare la Federazione avviene alla luce del sole, con candidati diversi, con programmi alternativi, assemblee e incontri sul territorio veri, e non soltanto autocelebrativi, com'era consuetudine. Fino ad oggi, infatti, la selezione dei vertici è sempre avvenuta per cooptazione interna. Si ritrovavano tra loro i vertici dei consorzi di secondo livello, e decidevano chi faceva il capo. All'assemblea restava solo da applaudire.

 

La presenza di più candidature, in una partita che comunque resta aperta nonostante l'attivismo pro-Schelfi di tutto l'establishment, è un dato sicuramente positivo. Ha stimolato un dibattito interno vivace, e che risulterà proficuo per il futuro del movimento. Ha aperto gli occhi e richiamato l'attenzione su molti dei problemi che sono sul tavolo della Cooperazione, in una fase di profonde trasformazioni (e di crisi economica pesantissima). Ha mostrato anime e sensibilità diverse, il ché non è un male o una iattura per le cooperative come a lungo si è voluto far credere. Ma anzi, oltre ad essere il sale della democrazia, è uno stimolo potente a far circolare idee e a smuovere le acque, di cui la galassia cooperativa potrà solo beneficiare.


Eppure, nonostante la «svolta storica» della prossima assemblea e la forte carica positiva determinata dal confronto di programmi diversi il pasticcio creato attorno alla deroga per il quarto mandato di Schelfi rischia di infliggere una ferita profonda al sistema e di sprigionare tossine anche dopo il voto del 15 giugno.


Non solo perché Diego Schelfi aveva giurato e spergiurato che non avrebbe mai fatto il quarto mandato (anche se in quel momento, lo scorso anno, pensava per il suo futuro di trasferirsi in piazza Dante a raccogliere l'eredità di Dellai, ipotesi poi sfumata). Ma soprattutto perché la norma della deroga introdotta nell'assemblea del giugno 2011, è quanto di più vago e non chiaro si potesse pensare, visto che si riafferma la regola dei tre mandati (massimo), «salvo richiesta diversa dell'assemblea». Una norma «a-tecnica», come l'ha definita colui che sarà l'arbitro del match, il notaio Paolo Piccoli. Che tradotto dal linguaggio notarile, significa una norma rischiosa e fonte di infiniti contenziosi e probabili lacerazioni per la sua non chiarezza.


Il 15 giugno, il Parlamentino della Cooperazione si ritroverà allo stesso tempo convocato per l'assemblea straordinaria di modifica costituzionale delle propria carta fondativa, e per la pratica ordinaria della scelta del nuovo presidente. Con la variabile Schelfi che incombe: se passa la modifica dello Statuto, sarà l'inossidabile Diego in corsa con gli altri. Se non passa la modifica con maggioranza dei due terzi, salterà fuori dal cilindro il candidato nascosto su cui il correntone di Schelfi farà confluire i suoi voti.

 

Così c'è il rischio che si entri in conclave per votare il presidente con tre cardinali in lizza, e si esca con un «papa nero», con presidente un nome che non si è mai presentato alle assemblee territoriali, mai ha illustrato il suo programma, mai ha esposto le sue idee e i suoi convincimenti. Già, perché fin all'ultimo minuto è possibile presentare la candidatura. E il correntone schelfiano guarderà come va la prima votazione, per poi decidere se tirare fuori o meno l'asso.


Comunque vada, quindi, il rischio è che da questa elezione «storica», dove per la prima volta abbiamo tre candidati alla poltrona del sesto piano di via Segantini, occasione provvidenziale di fermento di idee e di confronto pubblico di progetti in un mondo solitamente avezzo all'unanimismo da Politburo, si finisca per centrifugare veleni, sospetti e inutili divisioni, di cui la Cooperazione non ha certo bisogno.


Perché allora non svelenire la partita, con un piccolo, semplice accorgimento di buon senso, che salvaguardi il momento unitario del movimento (la modifica del proprio Statuto, la GrundGesetz su cui si fonda l'azione degli eredi di don Guetti), dal procedimento ordinario dell'elezione del presidente, da fare quando le bocce sono ferme, e si conoscono con trasparenza e certezza chi saranno i candidati, e con quali idee si presentano a guidare la Federazione per i prossimi tre anni.


Basterebbe unicamente dividere i due momenti: il 15 giugno si svolge l'assemblea straordinaria di modifica dello Statuto, dove il movimento si riunisce, si confronta e decide la propria Costituzione (ed eventuali modifiche); il 15 settembre, tre mesi dopo, si ritrova l'assemblea ordinaria chiamata a scegliere il suo presidente tra candidati, di cui conosce da mesi nomi programmi, idee, pregi e difetti, avendone riflettuto e vagliato a lungo anche comunitariamente ogni aspetto. In tal modo si avrebbe una competizione chiara, trasparente, senza rischi di ricorsi legali e strascichi giudiziari. Una sfida leale, in cui possa vincere il migliore, senza dover scatenare un servizio di controlli notarili con tessere elettroniche e occhiute vigilanze, per evitare brogli e movimento sospetto di votanti, come invece dovrà scattare il 15 giugno se non si separano i due momenti. E all'assemblea ordinaria, insieme al presidente, si elegge anche il consiglio, in modo che si sappia su quale maggioranza può contare. Anche qui in maniera trasparente, dopo un pubblico dibattito, che potrà nascere tra un'assemblea e l'altra, sapendo chi sono i giocatori in campo.
Per tenere unito il movimento cooperativo questa volta basta un piccolo atto di coraggio, che in realtà è solo di buonsenso.
Via Segantini ne sarà capace?

...e Schelfi disse: "largo ai giovani" e si ricandidò!

La risposta, caro Giovanetti, è no. E' una classe dirigente vecchia e stravecchia, che non sa guardare al proprio futuro e non ha saputo, dopo tre mandati (che è una generazione!), costruire un vero passaggio di testimone. Li avremo lì anche a cent'anni, col bastone, con le solite tre parole affogate nella retorica: Don Guetti, cooperazione, responsabilità.

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