Cgil, battaglia  di sterile retroguardia

Il governo Monti ha approvato la riforma del lavoro che ora passa al Parlamento per la discussione, il confronto, l'eventuale modifica e la successiva approvazione. Già questo passaggio costituisce un importante cambio di rotta e un ripristino della Costituzione, per decenni piegata ad una prassi di fatto che vedeva istituzionalizzato un potere di veto da parte dei sindacati su ogni questione riguardante lavoro e pensioni. In realtà tale «potere di veto» era arbitrario, non previsto in alcun modo dalla Costituzione che attribuisce una centralità al Parlamento, rappresentante della sovranità del popolo italiano, e non assegna alcun profilo istituzionale a sindacati e corporazioni varie, né alcun obbligo di accordo «o di firma» preventivo e vincolante all'esercizio del potere legislativo.
Nata in anni eccezionali per far fronte a situazioni eccezionali, che vedevano governi deboli, scontri sociali e violenza di piazza, la «concertazione all'italiana» si è tradotta nei decenni successivi in una sorta di imposizione politica che esigeva dal Parlamento la semplice ratifica degli accordi tra le cosiddette impropriamente «parti sociali», pena altrimenti lo scatenamento di scioperi generali e mobilitazioni di piazza. Il Parlamento veniva svuotato, ridotto ad un ruolo ancillare, e i sindacati (ma anche Confindustria) venivano elevati allo status di «parti sociali», quando in realtà costituiscono solo una parte delle «parti sociali» e rappresentano esclusivamente i propri associati, e non l'insieme del Paese e dei cittadini, che si esprimono invece attraverso il voto (e non la piazza).
La consultazione dei sindacati e di Confindustria da parte del governo Monti, ma poi la consegna al Parlamento del potere legislativo sulla riforma del lavoro senza subire il veto sindacale, costituisce già di per sé una grande passo avanti, e di ripristino della Costituzione.
La risposta della Cgil, che ha minacciato scioperi generali e mobilitazioni di piazza, è un tentativo di riportare in vita qualcosa che non esiste più, e che non si trova in nessuno degli ordinamenti europei e occidentali. Rivela però anche una profonda arretratezza di cultura sindacale e del lavoro, che non ha pari nel sindacato del resto d'Europa. Rieccheggia schemi e meccanismi mentali vecchi di almeno quarant'anni, legati ad una struttura della società e del lavoro da fine anni Sessanta, che non ha alcuna corrispondenza con la realtà di oggi, con lo sviluppo tecnologico, con la competizione globalizzata, con la fine del modello fordista e taylorista, con la spinta dei lavoratori «a partecipare di più» alla vita dell'impresa, e non a porsi in maniera «antagonista» all'impresa, secondo una logica ottocentesca di lotta di classe.
Oggi la maggior parte dei lavoratori italiani condivide le stesse ansia e preoccupazione dei titolari dell'azienda in cui operano, volte a produrre qualità con minori costi, più efficienza e risultati, innovazione e capacità di penetrare nuovi mercati, per essere competitivi e quindi garantire continuità di lavoro, di stipendi, di premi di produzione, di ampliamento della propria attività così da creare lavoro anche per i propri figli. Oggi il lavoro non è dato dall'affermazione di un diritto astratto e inesigibile, ma dalla capacità di essere competitivi, attrattivi di investimenti, innovativi nelle soluzioni, efficienti nell'organizzazione e quindi nell'evitare sprechi, assenteismi e disfunzioni.
È questa l'unica garanzia certa di lavoro. Se non vi è questo, non serve a nulla scrivere sulla carta che il posto di lavoro «è certo e intangibile», come dimostrano i milioni di disoccupati in Italia, un'intera generazioni di giovani senza prospettive e futuro, la chiusura di aziende su aziende, la delocalizzazione. In realtà si afferma il diritto al posto, ma non c'è più il posto. E quindi nemmeno il diritto.
In Germania la profonda riforma del mercato del lavoro fra il 2003 e il 2005 lo ha reso assai più flessibile, portando i disoccupati dai 5 milioni del 2006 ai 2,7 del 2011. A Detroit Marchionne ha riconosciuto i lavoratori della Chrysler come i veri artefici del risanamento del colosso automobilistico, che ha portato dal fallimento ad una rinascita industriale e alla ripresa delle assunzioni. Gli operai della Chrysler non hanno risposto alla crisi mondiale dell'auto con scioperi e mobilitazioni di piazza, ma facendo squadra con il management dell'azienda uniti dallo stesso obiettivo comune, che ha portato al riscatto dell'azienda e alla riconquista dei mercati.
La «Mitbestimmung» tedesca ha condotto il sindacato ad un ruolo attivo e decisivo nell'azienda, condividendo gli obiettivi degli imprenditori di accrescere la produttività e migliorare l'efficienza della loro organizzazione e produzione. E i risultati si sono avuti: stipendi più alti e premi di produzione per gli operai, riconquista di mercati persi, aumento dell'occupazione, garanzia del lavoro per sé e per i propri figli, non affidata al reintegro del lavoratore licenziato (il 5% dei lavoratori licenziati chiede il reintegro, e il 3% dei ricorsi trova accoglienza in tribunale), ma all'aumento della competitività.
Stessa cosa avviene nel resto d'Europa, dal Regno Unito alla Spagna, dove il reintegro non è previsto, perché c'è la consapevolezza che va invece sostenuto il lavoratore con forti indennizzi compensativi (che vanno a crescere con l'età del lavoratore licenziato) e precisi obblighi ad accompagnare il lavoratore nel replacement, nell'inserimento in un nuovo lavoro.
La scelta della Cgil dello scontro barricadero, ricorrendo all'arma spuntata dello sciopero invece di avanzare controproposte concrete e pragmatiche, di tipo europeo (aumento delle indennità compensative, obbligo di aggiornamento professionale, accompagnamento nella riconversione lavorativa, eccetera), di fatto riporta indietro le lancette del Paese di 40 anni. Ma soprattutto avrà come risultato quello di accrescere la tensione sociale in Italia, diminuire la produzione, accentuare la perdita di lavoro e, purtroppo anche di relegare all'angolo, in un ruolo di sterile antagonismo, il più grande sindacato italiano che ha alle spalle anche una lunga storia di sano pragmatismo e concretezza sui luoghi di lavoro, che hanno fatto crescere il Paese. Pensiamo solo a quanto accadde nel 1985, dopo la cocente sconfitta nel referendum sulla scala mobile, che portò la Cgil a mettere in soffitta le guerre ideologiche per puntare a soluzioni innovative nei contratti aziendali e nelle diverse realtà lavorative.
Oggi la Cgil avrebbe un ruolo enorme nel migliorare questa riforma del lavoro del governo Monti. Non accanendosi a ribadire il proprio potere di veto, ma favorendo una composizione conciliativa delle controversie in tema di licenziamenti, come ha suggerito acutamente su questo giornale, Giorgio Flaim, giudice del lavoro del Tribunale di Trento. Potrebbe premere perché al lavoratore licenziato per motivi economici sia assegnato un contributo sostanzioso dall'ex datore di lavoro, ma perché vi sia anche un accompagnamento del lavoratore fino a nuova occupazione, previa riqualificazione obbligatoria.
Sulla falsariga dei grandi sindacati europei, la Cgil potrebbe spingere affinché l'indennità prevista nei licenziamenti per motivi economici sia garantita sempre e automaticamente, e non affidata alla discrezione aleatoria di un tribunale. In tal modo farebbe da filtro alle richieste di licenziamento necessarie, fermando quelle pretestuose. Potrebbe premere perché l'indennità sia più bassa per gli assunti da pochi anni, e molto più alta per i lavoratori anziani. Potrebbe suggerire l'attivazione obbligatoria da parte dell'impresa di migliori servizi di outplacement verso la nuova occupazione.
In questa partita non è in gioco tanto la definizione dell'articolo 18, che è solo un mezzo e non un fine, ma la capacità del sindacato di essere all'altezza delle sfide dell'epoca storica che siamo chiamati a vivere. Se essere partner attivo e propositivo nella creazione del lavoro, o semplice antagonista «di classe» in nome di battaglie ideologiche sepolte alla storia. Un'intera generazione di giovani da questa scelta sarà per tutta la vita condizionata.

Dove sono finiti gli altri commenti?

Non mi ha convinto, direttore. Si continuano a chiedere sacrifici ai più deboli, agli operai e agli impiegati, che in massa non arrivano alla fine del mese... quali sono i sacrifici che Monti sta chiedendo ai più ricchi ?

Giustissimo direttore.
Monti vada avanti. I sindacati fanno una politica non più sostenibile. Se i politici ed i sindacalisti tornano ad intrallazzare sono guai seri per tutti. Vedo lo spread a 1000 ed il prossimo destino dell'Italia come la Grecia.

Vivissimi complimenti: Più chiaro di così si muore...Chi ha orecchi per intendere intanda!... Bravissimo: pane al pane e vino al vino!
Però non c' è più sordo di chi non vuol sentire. Ma la speranza è l' ultima a morire!
Finchè c' è in vita Monti, c' è speranza!...

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