Cambiare o salta la democrazia

La decisione della Corte Costituzionale di non ammettere il referendum sulla legge elettorale rende più difficile ma non meno urgente e improcrastinabile la modifica del cosiddetto «Porcellum», la norma che ha privato gli italiani della possibilità di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.


La bocciatura della Consulta era in qualche modo attesa e motivata: la giurisprudenza costituzionale esclude la resurrezione di leggi antecedenti, la cosiddetta  «reviviscenza». Cancellare in toto il testo attuale senza indicare il nuovo, rischiava di creare un vuoto normativo-istituzionale azzardato. E, in assenza di referendum propositivo, la Corte si è astenuta dal supplire con una giurisprudenza creativa.


La delusione dei referendari è comprensibile, anche se i toni eversivi e tribunizi di qualche proponente evidentemente interessato soltanto alla sfascio, oltre che inutili e pericolosi danneggiano inevitabilmente le ragioni del referendum. Perché la legge elettorale va cambiata assolutamente, non solo in rispetto del milione e 217.000 cittadini che hanno firmato per cancellarla, ma soprattutto perché è una legge antidemocratica e usurpatoria, che rende  irreversibile il distacco fra cittadini e Parlamento, fra elettori ed eletti (o meglio, nominati) recidendo quel legame di fiducia che sta alla base (e ne è fondamento) di ogni democrazia liberale.
L'arma puntata del referendum avrebbe indubbiamento costretto il Parlamento a legiferare in fretta. Ma anche senza tale vincolo esterno, le  liste bloccate decise dai partiti e il premio di maggioranza senza soglia minima che nemmeno il fascismo riuscì ad introdurre non consentono di andare al voto con un sistema ormai totalmente deligittimato agli occhi degli italiani.

Se l'attuale «Porcellum» vergato dal leghista Calderoli non viene cambiato, è seriamente a rischio la tenuta della democrazia in Italia.


Occorre ricreare un legame diretto fra eletto ed elettore, una legittimazione di chi siede in Parlamento fondata sulla volontà sovrana dei cittadini e non sulla fedeltà ai padroni dei partiti. E nello stesso tempo, occorre garantire che il popolo elettore indichi la maggioranza che dovrà governare il Paese, non firmando una delega in bianco ai partiti che decideranno le coalizioni dopo il voto, ma scegliendo direttamente col proprio voto l'esecutivo e la sua composizione.


Tra i partiti in questo momento più che la volontà di dare all'Italia un sistema democratico di elezione, restituendo ai cittadini il potere di decidere, domina il calcolo di convenienza finalizzato a massimizzare il maggiore vantaggio per la propria parte. Questo spiega la varietà e diversità di modelli in campo, e la difficoltà di trovare un'intesa sufficientemente ampia. Ma se gli obiettivi da raggiungere sono questi due, rinsaldare il legame fra eletto ed elettore e far scegliere i governi ai cittadini e non ai partiti, allora il modello più appropriato resta quello dei collegi uninominali, magari piccoli, con elezione a doppio turno se un candidato non raggiunge il 50% dei voti, temperato da una parte di eletti su base proporzionale, garantendo anche il diritto di tribuna alle voci più minoritarie.
Si tratterebbe di una sorta di «Mattarellum» rivisto e corretto, un po' sulla base di quello che i referendari avrebbero auspicato, depurato dai limiti di quel sistema, basato sul turno unico senza primarie e quindi fortemente vincolato e condizionato dagli accordi di partito, e dai relativi candidati imposti. Un sistema di collegi piccoli che consenta una maggiore conoscenza (e controllo) fra elettori ed eletti, in un legame  più forte e territoriale, attraverso una scelta diretta dei cittadini, visto che il doppio turno funziona come una specie di primarie, consentendo la candidatura anche di outsider e di nominativi non organici ad eventuali potentati.


Tale meccanismo garantisce un maggiore potere di scelta ai cittadini rispetto alle stesse preferenze su grandi circoscrizioni. Infatti le preferenze, come fu chiaro agli italiani nel referendum del 1991, premiano le lobby più forti, le correnti, le cordate, perfino le aggregazioni poche pulite e trasparenti. E soprattutto richiedono costose campagne elettorali personali, brodo colturale primario di tentazioni corruttive.
I collegi uninominali, poi, garantirebbero il mantenimento di un'impostazione maggioritaria, atta a favorire prima del voto possibili maggioranze di governo sulle quali chiedere l'avallo degli elettori.


Lasciando delega agli eletti di decidere dopo come e con chi allearsi, non solo vengono favoriti inciuci e alleanze variabili a seconda delle convenienze, ma soprattutto si mina il rapporto consenso-responsabilità che deve invece necessariamente investire l'eletto, chiamato cinque anni dopo a rispondere del mandato ricevuto.


In maniera trasversale oggi in Italia si invocano modelli finto-tedeschi proprio per mantenersi le mani libere su alleanze e linee di governo future. Sostenitori del ritorno al proporzionale puro, senza premi di maggioranza e senza impegni precisi di fronte agli elettori, sono infatti leader come Massimo D'Alema del Pd e Pierferdinando Casini dell'Udc, ma anche partiti come la Lega di Bossi tentata di correre da sola senza più l'imbarazzante compagnia del Cavaliere.


Il modello cosiddetto tedesco, però, non consente né un legame stretto fra eletti ed elettori, né il potere di scelta dei governi in mano ai cittadini, corretto da premi di maggioranza meno smisurati della «porcata» attuale. Sarebbe un tornare alla Prima Repubblica senza il contrappeso di partiti solidi, democratici e popolari su cui allora, nonostante tutti i loro difetti, potevamo contare. Un salto indietro, probabilmente incapace di riportare fiducia verso gli eletti da parte dei cittadini.


L'insostituibilità del governo Monti fino alla fine della legislatura per la tenuta del Paese e dell'economia garantisce tutto il tempo necessario affinché il Parlamento trovi l'accordo e l'attesa riforma elettorale venga varata. Non mancheranno giochetti, manovre sotterranee e continui temporeggiamenti nel nome di una deleteria politica del rinvio. Ma la posta in gioco questa volta è troppo alta per pensare di galleggiare tra camaleontici gattopardismi. Questa volta è in gioco la tenuta della democrazia. Andare a votare ancora con il «Porcellum», che tanta parte ha nel disastro parlamentare di questa legislatura, segnerebbe una spaccatura irrimediabile fra il Paese e la casta, aprendo a scenari foschi e destabilizzanti, quando non ad involuzioni autoritarie e pericolose.
Un rischio troppo grosso che non possiamo correre.

p.giovanetti@ladige.it

è a rischio la democrazia? non preoccuparti non è mai esistita. anche per la demoniocrazia non devi preoccuparti, è in un momento di grande forma fisica.

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