I bambini del Laos salvati dai trentini
In uno stanzone dell'ospedale materno-infantile di Vientiane, in Laos, giacciono abbandonati e impolverati enormi scatoloni. «Sono i macchinari degli aiuti internazionali», spiega Phommady Vesaphong, primario di neonatologia. «Molti sono rotti, ma la maggior parte non è mai stata usata». Stessa scena a Neonatologia dell'ospedale di Hanoi, a Phnom Penh, a Timor Est, in Myanmar. Nei magazzini degli ospedali deperiscono, tra la rassegnazione dei medici, strumenti sofisticatissimi per la neonatologia e il trattamento dei bambini nati sottopeso o colpiti da malattia. A volte sono strumentazioni delicatissime, e quando salta la scheda elettronica non si sa come ripararle. A volte gli operatori non sanno proprio come usarle, perché sono pensate per cliniche specializzate dei grandi centri occidentali. A volte semplicemente perché il display va programmato sul posto, e il manuale d'istruzione è scritto in lingue sconosciute ai dottori locali. E quindi rimangono imballati, come sono arrivati.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della sanità il 90% dei macchinari medici donati ai Paesi in via di sviluppo viene dismessa dopo meno di un anno. Quando un qualsiasi componente si rompe, non c'è assistenza e nemmeno esistono pezzi di ricambio.
E quindi si butta, perché non più utilizzabile. Addirittura quando finiscono i rotoli dei fogli per l'ecografia, si finisce di farle. Perché comprare nuovi rotoli è troppo costoso, e l'ospedale non se lo può permettere.
«È stata questa constatazione che ci ha aperto gli occhi», racconta Luciano Moccia, 35 anni, di Trento, mamma del Tesino , che dal 2000 vive e lavora nel Sud Est asiatico, prima in Vietnam e adesso a Timor Est. È lui che gestisce i progetti di sviluppo in Indocina, promossi dagli Amici della Neonatologia Trentina (l'associazione del dottor Dino Pedrotti ), che hanno cambiato il modo di aiutare i neonati in questi Paesi. Non più donazione di macchinari costosissimi e inutilizzabili in ospedali dove l'elettricità continua a sbalzare d'intensità, facendo saltare e «bruciare» le delicate apparecchiature mediche. Ma costruzione in loco di macchine semplicissime, di facile utilizzo e immediata comprensione. Ma soprattutto garantite da manutenzione, fatta sul posto, da tecnici che fanno capo all'associazione. E da continua formazione a medici, infermieri e ostetriche, da parte dei volontari trentini, che ogni anno partono dagli ospedali di Rovereto, di Trento, di tutta la regione, e trascorrono le loro ferie in Camboglia, in Laos, in Vietnam, a tenere corsi di neonatologia di base.
Un'autentica rivoluzione nella cura infantile, di cui s'è accorta la stampa internazionale (l'Economist vi ha dedicato due inchieste giornalistiche occupandosi delle sfide della sanità in Asia) e pure le riviste specializzate, come New Science Journalism. Un successo nel modo di fare cooperazione, tanto che è stato fatto proprio da una grande Fondazione americana, la californiana Est meets West, che ha di fatto creato una partnership con l'Associazione Amici della Neonatologia Trentina, dando vita ad un programma internazionale (Breath of Life), presente ormai in 260 ospedali asiatici, tra Vietnam Cambogia laos, India Filippine e Timor Est.
«In Vietnam abbiamo iniziato ad operare nel 1998», spiega il dottor Dino Pedrotti, che a 80 anni (lì farà a giugno dell'anno prossimo) è più attivo che mai. «Il primo progetto di sostegno neonatale è partito nella regione di Bac Giang, a nord del Vietnam. Ben presto ci siamo resi conto che le nostre tecnologie, così essenziali per risolvere i problemi clinici più seri nei neonati, lì non potevano funzionare, perché non erano state pensate e create per quelle situazioni di vita, per essere utilizzate in contesti a bassa disponibilità di risorse, economiche, logistiche e di personale. Di qui l'idea di lavorare con un gruppo di ingegneri vietnamiti, ma anche americani, olandesi e australiani, per risolvere questo problema, creando in loco quei macchinari che servono, fatti sulle specifiche esigenze e capacità locali».
Nel 2003 parte il progetto MTTS (Medical Technology Transfer Service). Da allora le macchine di ANT (Amici Neonatologia Trentina) in uso negli ospedali asiatici sono diventate oltre 3.000, capaci di curare ogni anno più di 50.000 neonati. Gli ospedali che usano queste macchine nate grazie all'aiuto trentino, abbattono la mortalità infantile di quanti entrano nei reparti intensivi dal 30% al 5-7%. Un autentico successo.
«Il segreto è quello di fornire non soltanto macchinari efficaci, ma soprattutto formazione e assistenza», spiega Luciano Moccia. «Facciamo venire continuamente dal Trentino (ma anche da Bressanone, da Modena, Padova) medici e volontari che poi qui sul posto spiegano come effettuare la cura neonatale di base o come usare nel modo appropriato le tecnologie mediche a disposizione».
Nel mese di novembre sono arrivati in Cambogia e nel Laos Cecilia Bonat, ostetrica del Primiero ; Tiziana Boschetti, infermiera dell'ospedale S.Chiara di Trento; Piera Sterlini, di Trento ; e due dottoresse dell'ospedale di Modena, Licia Lugli e Cecilia Rossi. «Ai ginecologi e alle ostetriche laotiane mostriamo l'uso delle tecniche per seguire il travaglio, il parto e la rianimazione neonatale», racconta la sua esperienza Cecilia Bonat. «Richiamiamo l'attenzione sulle pratiche igieniche e di accudimento necessarie per il neonato. Ma puntiamo anche a far nascere diversi modelli organizzativi del reparto, puntando sull'assistenza basilare a mamma e neonato». Tiziana Boschetti ha passato intere giornate a Phnom Penh a spiegare come va tenuto al caldo il bambino nato prematuro, come va praticata la fototerapia, come va coperto il capo al piccolo, dato che i neonati perdono più del 70% di calore dalla testa. «Non scorderò mai la gioia negli occhi di Phin Sinllon, questa giovane mamma cambogiana mentre abbraccia il suo bimbo di 23 settimane», esclama Piera Sterlini. «Lei è riusicta a raggiungere l'ospedale di Phnom Penh, e grazie alle nostre macchine di fototerapia il suo piccolo ce l'ha fatta».
Tra i tanti volontari che sono venuti in Vietnam in questi anni, anche il dottor Riccardo Malossi , che lavora in Pediatria al S.Chiara, Mariangela Zancanella di Neonatologia del S.Chiara, Aurora Paoli di Ostetricia e Fabio Pederzini, tutti del S.Chiara.
Le macchine e gli aiuti forniti dal Trentino ai 260 ospedali asiatici vanno dalle CPAP per curare i neonati con insufficienze respiratorie e polmoniti; alle macchine per la fototerapia nei casi di ittero neonatale; ai letti termici, i warmer, che sono lettini radianti per riscaldare il piccolo, e sono più pratici delle incubatrici aperte, perché più facili da pulire e da gestire. E soprattutto permettono ai dottori di fare manovre d'urgenza come la rianimazione neonatale, impossibile dentro un'incubatrice.
Accanto alle apparecchiature, importantissime, ci sono - altrettanto importanti - dei semplici accorgimenti «della nonna», da queste parti praticamente sconosciuti, e che invece contribuiscono a salvare vite umane. Sono i berrettini di lana e le babbucce mignon, sempre di lana, per il neonato sottopeso. Sembra incredibile, ma anche da qui passa la salvezza per tanti piccoli prematuri, perché aiutano i neonati a mantenere una temperatura costante e ad evitare il rischio di ipotermia. In questi anni è stato messo in piedi un vero e proprio sistema di «produzione» di babbucce e berrettini, che dal Trentino vola in Indocina. Sono coinvolte parrocchie, gruppi di volontariato, addirittura case di riposo, dove le ospiti sferruzzano a spron battuto corredini di lana per i neonati del Laos. Come alla casa di riposo di Castello Tesino, dove Anna Ceccato e le sue amiche in questi anni hanno lavorato a mano decine, centinaia, forse migliaia di calzini di lana per neonati, inviati poi in Asia e regolarmente distribuiti agli ospedali più poveri e remoti del Paese. Anche da qui passa la cooperazione trentina.
L'Associazione Amici della Neonatologia in questi anni ha creato in Trentino una vera e propria rete di supporto dei propri progetti, che vede coinvolta la Provincia, la Regione, la Diocesi, l'Arcivescovado di Trento, e anche privati che finanziano direttamente con singole offerte.
Spesso sono progetti pilota, in aree ancora chiuse alla cooperazione internazionale, come in Myanmar, l'ex Birmania, dove lentamente il regime militare sta allentando le maglie della repressione, come s'è visto nei giorni scorsi con l'incontro fra il Premio Nobel Aung San Suu Kyi , leader del movimento di difesa dei diritti umani, con il segretario americano Hillary Clinton.
«In Myanmar abbiamo appena iniziato un progetto pilota con quattro ospedali del Paese, a Yangoon e a Mandalay», spiega Paolo Bridi di Vigolo Vattaro , che di ANT è adesso presidente. «È un progetto sostenuto dall'arcivescovo Luigi Bressan , che della Birmania è stato delegato apostolico, e a cui contribuiscono le donazioni della comunità del Tesino, di alcune scuole trentine e di alcuni gruppi di genitori amici di ANT. Sempre in Myanmar abbiamo in campo una proposta importante, che abbiamo sottoposto alla Provincia all'interno dei progetti di cooperazione internazionale, che ci permetterebbe di estendere il modello neonatale in altri dieci ospedali birmani. Lì la situazione è veramente bisognosa, e saremmo i primi a fare una cosa del genere, visto che il Paese finora è rimasto chiuso a livello internazionale».
Altro Paese di estrema povertà in cui l'associazione trentina di Neonatologia è presente è Timor Est, tra le popolazioni a più basso reddito medio al mondo. «Qui stiamo implementando, soprattutto con l'anno prossimo 2012, un secondo progetto su cinque ospedali distrettuali, che prevede formazione e dotazione di attrezzature», aggiunge Paolo Bridi. «In Cambogia abbiamo creato aree neonatali funzionanti in tredici ospedali. Calcoliamo che almeno 4.000 neonati ogni anno verranno curati dai nostri macchinari e dai medici preparati dai nostri corsi». In collaborazione con l'ospedale di Rovereto e grazie ad alcuni finanziamenti della Provincia, è stata attivata in Vietnam una azione specifica sull'ittero e il controllo infettivo in alcune aree più povere del centro Paese.
In Laos, invece, sono stati avviati interventi in otto ospedali provinciali, che raggiungono circa 2500 neonati ogni anno in grado d beneficiare di queste cure.
Gli ospedali nel sud est asiatico registrano infatti un numero di parti all'anno inimmaginabile in Italia. Si arriva anche a 40-50.000 parti per ospedale, con rispettiva percentuale di gravidanze a rischio, quando in Trentino in un anno in tutti gli ospedali della provincia nascono al massimo 5.000 bambini, un decimo di un ospedale vietnamita. Gli aiuti diventano quindi una manna insperata. «Dopo anni di presenza in Vietnam, in 200 ospedali, registriamo delle grandissime soddisfazioni», esclama Luciano Moccia. «Non solo la riduzione della mortalità a 24 ore e a sette giorni, ma anche la riduzione a poche unità delle trasfusioni di sangue per ittero avanzato (prima erano decine), la riduzione dei trasferimenti d'urgenza a strutture di terzo livello, la riduzione della durata del trattamento, ma anche dei costi per le famiglie e per i pazienti». E aggiunge Paolo Bridi: «In Cambogia e in Laos siamo allo stesso livello del Vietnam nel 2008. In Birmania e a Timor Est ancora più indietro. Quindi c'è ancora molto da fare. La strada è quella giusta, però. E il riconoscimento che ci viene anche dai governi e dalle autorità locali testimonia quanto i volontari trentini siano apprezzati nel mondo».
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Editoriale di:
Pierangelo Giovanetti



1 commento
complimenti a tutti voi!