Entro il 7 marzo, fra poco più di un mese, il nuovo Statuto dell'Università di Trento dovrà essere approvato dal Senato accademico. Se non verrà varato perché bloccato dai veti incrociati, sarà la Provincia (così dispone la legge) a prendere in mano la situazione e a decidere il nuovo Statuto, assegnando ad una commissione da essa stessa designata il compito di predisporlo ed approvarlo. In queste settimane il confronto (che spesso si è tradotto in scontro) all'interno dell'Università, ha portato ad una spasmodica ricerca di compromesso, che rischia di far uscire fuori un pateracchio, invece che uno Statuto innovativo di un'Università «nuova» (anche nella governance, nella competizione dei progetti di ricerca, e nella valutazione dei risultati) rispetto al resto degli atenei italiani. Soprattutto ha trasmesso all'esterno, all'opinione pubblica trentina, una vulgata un po' semplicistica di battaglia in atto fra libertà e tirannia, fra autonomia dei Professori e volontà di controllo del Potere, a cui la Provincia con i suoi comportamenti ha contribuito peraltro in maniera alquanto maldestra. In realtà le cose non sono così semplici, e la giusta rivendicazione di autonomia dei professori rischia di tradursi in una difesa dello status quo, cioè di un modello organizzativo, di governo, di interessi corporativi e autoreferenziali dei gruppi di potere interni all'ateneo, tipico dell'università italiana e causa non ultima dell'arretratezza dei nostri atenei. In sostanza, la richiesta di più autonomia del proprio lavoro di ricerca, non solo legittima ma indispensabile da parte dei docenti, non sempre si raggiunge aumentando la rappresentatività dei docenti negli organismi direttivi dell'ateneo.
Perché questo spesso equivale a difesa lobbistica dell'esistente, e a scelte di politica universitaria non utili all'ateneo ma a questa o quella cordata di baroni universitari che tengono il rettore sotto ricatto, perché ne sono stati i grandi elettori. Intendiamoci: la preoccupazione dei professori dell'Università trentina di venir schiacciati e controllati da piazza Dante, perché è il soggetto che paga e che fa le nomine, è motivata. La Provincia in questi anni ha fatto di tutto per rafforzare tale convinzione. La provincializzazione della scuola si è ridotta nella sua trasformazione in ente funzionale, dove i presidi prendono ordini dal primo dirigente che passa, perché sono stati ridotti a semplici passacarte delle politiche provinciali. La stessa norma d'attuazione sull'università e il suo Statuto hanno dato l'idea di una Provincia «che paga» e che quindi «vuol comandare». Bastava prevedere che solo una parte dei finanziamenti venisse data tout court da piazza Dante, il resto (la parte più interessante) invece messo in competizione (senza che fosse la Provincia a sceglierne la destinazione) fra centri, progetti di ricerca, dipartimenti, in base all'effettiva capacità di produrre ricerca innovativa, di respiro internazionale, certificata da un serio e super partes sistema di valutazione. Inoltre, errore gravissimo per la suscettibilità del mondo accademico, la Provincia non ha messo un giurista dell'Università di Trento nella commissione Statuto. E probabilmente su questo si giocherà lo Statuto, o per lo meno una sua diversità «europea» rispetto al resto degli atenei italiani. La smania di voler indicare gli ambiti in cui far ricerca e sviluppo da parte della Provincia ha fatto temere in parte del corpo docente una volontà «di controllo». In realtà bastava svincolare la destinazione delle risorse dalle direttive del potere politico, per farla assegnare da meccanismi di competizione, anche interna all'ateneo, dove ha più soldi chi innova di più ed ottiene più apprezzamento nazionale ed internazionale. Detto questo, resta aperta la questione dello Statuto che, a forza di ritocchi ed annacquamenti, sta diventando uno strumento che rischia di perpetuare i meccanismi deleteri dell'università italiana, imprigionata da baronie e gelosie interne.
E che queste ci siano anche all'interno dell'Università di Trento lo dimostra la guerra scatenata a suo tempo contro la Scuola di studi internazionali del professor Fabbrini, bloccata da resistenze e veti interni di facoltà e dipartimenti, in cui anche il rettore rimase prigioniero. Far dipendere la scelta del rettore dalle cordate elettorali interne dei professori, che poi ne condizionano l'azione chiedendo la difesa dei propri interessi, non sempre corrisponde alla scelta più giusta per l'università, i suoi progetti, la sua capacità innovativa. Anche perché un rettore non dovrebbe rispondere ai docenti delle sue scelte ma al territorio in cui opera, ai suoi bisogni di sapere e di sviluppo economico e culturale. E certe scelte possono essere positive per il Trentino, ma magari mettere in discussione incrostazioni interne di consolidati centri di potere, che nulla hanno a che fare con una research university moderna e internazionale. Aumentare la rappresentatività negli organismi decisionali, non vuol dire infatti automaticamente aumentare l'efficienza dell'ateneo e la capacità di porre in atto politiche meritocratiche che premino i migliori all'interno dell'università, e non solo i garantiti dalla propria cordata. Un rettore prigioniero di interessi interni non potrà mai proporre qualcosa di innovativo per l'ateneo.
Da parte dei professori dell'Università forse ci si poteva aspettare di più in un passaggio così importante (e anche delicato, senza dubbio) come la delega dallo Stato alla Provincia. Invece di rivendicare più posti nei vari organi direttivi (che in certi casi ha trasmesso un'immagine un po' corporativa, a mo' di protesta dei tassisti e farmacisti), forse poteva essere più utile chiedere all'Autonomia provinciale di alzare il confronto nazionale ed internazionale, di potenziare la valutazione dei progetti di ricerca portati avanti all'interno dell'ateneo, di portare «il controllo» della Provincia non sui professori ma sulla produttività di quello che vien fatto, sui riscontri esterni, sull'interesse degli studenti per quegli ambiti di studio e di ricerca. Insomma, chiedere invece che più poltrone negli organi direttivi, più valutazione della propria qualità scientifica e didattica, che nell'Università di Trento è comunque alta e non teme verifiche esterne.
Certo, per fare ciò occorrerebbe una Provincia pronta a raccogliere la sfida, puntando a mettere in piedi un serio sistema di valutazione della ricerca, magari in accordo con i sistemi di valutazione nazionale, e non quel ridicolo sistema attuale che non consente nemmeno alla Provincia stessa di sapere come spende (e soprattutto se spende bene) i soldi (tanti) che sta investendo nella ricerca. Forse, se l'Autonomia universitaria avesse puntato un po' più in alto su tale versante, avrebbe sfidato l'Autonomia provinciale a fare meglio, come ha indicato su questo giornale Marco Traini, uno dei docenti dell'Università che si aspettava di più da ambo le parti di fronte ad un passaggio storico come la «delega trentina». Manca un mese allo Statuto: la cosa peggiore sarebbe una mediazione al ribasso per non scontentare gli uni e gli altri. Avremmo solo un pastrocchio, che non farà crescere la nostra Università.
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