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Quel lupo meraviglioso sul sentiero

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La più grande soddisfazione per un fototrappolatore è quella di scoprire nei propri apparecchi immagini e video di specie animali rare e contribuire con il proprio lavoro al progresso della conoscenza del mondo della fauna di un determinato territorio.

Lo scorso anno, ho avuto la fortuna di cogliere una di queste soddisfazioni: la mattina del 7 dicembre, infatti, la mia fototrappola ha scattato delle immagini molto belle di un lupo adulto probabilmente alla ricerca di prede.

La sorpresa che ho ricevuto nell’aprire la fototrappola e vedere (nel piccolo schermo di cui è fornita) l’immagine del grande predatore è stata certamente grande, mai avrei pensato che in una valle tanto turistica come quella in cui mi trovavo e sullo stesso sentiero che in quel momento stavo percorrendo era passato, solo qualche giorno prima, un esemplare così bello e maestoso di lupo.

Lupo in val di Fassa



Dall’analisi delle immagini scattate sono riuscito ad individuare alcune caratteristiche di questo predatore: alto circa settanta centimetri alla spalla, sembrava avere una certa familiarità col luogo muovendosi con disinvoltura intorno alla mia fototrappola, posta nei pressi di un corso d’acqua. Era, poi, un esemplare solo, probabilmente maschio, che si muoveva in completa autonomia rispetto al branco: uno dei cosiddetti “lupi solitari”.

Nel video che il mio apparecchio aveva scattato, inoltre, appariva una scena davvero emozionante: il lupo, dopo essersi diretto verso il torrente, aveva preso in bocca un osso e l’aveva depositato proprio davanti al mio obiettivo! Segno evidente che spesso frequentava quei luoghi, non solo per abbeverarsi, ma anche per trovare cibo che lo aiutasse a superare il lungo inverno.

L’emozione del ritrovamento era grande, quasi come la voglia di condividere questa informazione con chiunque fosse interessato a sentirla. Ho perciò contattato questo quotidiano e con mia grandissima soddisfazione la notizia della mia scoperta (la prima in quell’area) corredata da una mia intervista è apparsa dopo pochi giorni sull’edizione cartacea presente in tutte le edicole della Provincia.

Quella di incontrare un vero lupo (anche solo mediante foto) in uno dei miei amati boschi era stato da sempre uno dei miei chiodi fissi; seppur ancora ragazzo, infatti, avevo seguito con grande emozione la lenta, ma progressiva riconquista delle Alpi da parte di uno dei suoi più emozionanti abitanti. Una riconquista cominciata a cinquant’anni di distanza dall’uccisione dell’ultimo lupo alpino, avvenuta nei pressi di Mondovì (CU) nel 1923, e attuata attraverso una migrazione spontanea verso nord del lupo italiano (canis lupus italicus), il quale, partendo dalle foreste appenniniche in cui era riuscito a sopravvivere e a proliferare, aveva cominciato a muoversi lungo la cosiddetta “Via del lupo”, una pista ideale che, seguendo la lunga dorsale degli Appennini, permetteva di raggiungere la Liguria (e dunque le Alpi) attraverso aree poco abitate.

Iniziava, così, lungo la direttrice Ovest - Est, la nuova colonizzazione delle Alpi da parte di uno dei suoi più grandi carnivori. Una colonizzazione spontanea, frutto esclusivamente di fattori per così dire endemici delle nostre montagne (spopolamento, sovrabbondanza di prede, spesso introdotte dall’uomo stesso a fini venatori, e una normativa di tutela). Di pari passo alla sua espansione verso Est, cominciò anche un sempre più frequente spostamento verso Occidente di esemplari di Lupo Europeo provenienti dall’Est Europa.
Punto di incontro di tali migrazioni furono proprio le nostre vallate e i nostri boschi tra Veneto e Trentino.

Questo fenomeno naturale ha scatenato, però, un acceso dibattito e una forte polarizzazione tra chi in montagna lavora e vede nel lupo un problema (anzi, un nemico) e chi, spesso spinto da sentimentalismo ed emozioni, individua questo animale come un simbolo di purezza e di libertà.

A dispetto di entrambe tali posizioni radicali, alcune sfociate addirittura in gesti riprovevoli come l’uccisione e la mutilazione di alcuni esemplari (un vero e proprio reato, sanzionato dal nostro codice penale e pienamente perseguibile dalle nostre forze dell’ordine), il buon senso impone di considerare la questione da un punto di vista scientifico: nonostante permanga all’interno della nostra popolazione un atavico timore verso il lupo, frutto di superstizioni ed emotività, che lo paventano come una belva feroce, mortale per l’uomo e nociva per l’ecosistema, questo predatore non risulta essere un vero pericolo per noi uomini.

Statistiche alla mano, bisogna risalire, infatti, fino al 1825 per rintracciare l’ultima aggressione da lupo mortale in Italia, contro i 4.400 decessi causati al mondo (nel solo 2015!) dalle lumache d’acqua dolce, a quanto pare killer molto più spietato e temibile dei lupacchiotti nostrani.

Il lupo, invece, essendo pienamente parte del nostro ecosistema, svolge al pari di ogni altro predatore di vertice una funzione essenziale per mantenere in equilibrio l’ambiente, impedendo, per esempio, che una specie, non sottoposta ad alcuna predazione da parte dei suoi antagonisti naturali, possa proliferare fino a mettere in crisi l’intero assetto naturale.

Un caso emblematico di questa dinamica si è avuto, proprio nelle nostre zone, nel corso del 2004, quando si è avuta una terribile epidemia di rogna tra gli ungulati presenti nel gruppo della Marmolada, causata anche dalla sovrappopolazione degli stessi. Un’epidemia che ha cagionato la morte di circa l’80% degli esemplari e che ha implicato una faticosissima (oltre che molto costosa) gestione della situazione da parte delle Autorità.

Ultimo, ma non meno importante, elemento di dissidio in materia di lupo è quello riguardante le predazioni di animali da pascolo: un fenomeno che cagiona sicuramente danni economici rilevanti agli allevatori, una categoria già troppo pregiudicata da danni che di “animale” non hanno nulla, in quanto derivanti da scelte di politica economica e fiscale.

Ma a guardar bene i dati (in questo caso offertici direttamente dalla nostra stessa Regione), anche questa narrativa risulta da ridimensionare: meno del 5% delle domande di risarcimento dei danni cagionati da fauna selvatica riguarda, infatti, i danni causati da lupi.
Perché allora questo antagonismo (che sfocia anche nell’odio) si rintraccia solo nei confronti del lupo e non, invece, verso altri diffusi predatori quali il tasso, la faina o la volpe che risultano essere, alla prova dei fatti, ben più presenti e rilevanti del primo?

Evidentemente deve esserci qualcosa di più che spinge ad una tale contrapposizione solo nei confronti del lupo, qualcosa che nulla a che fare (o che quantomeno che travalica) i confini dei meri dati oggettivi sulle perdite patite a causa delle sue predazioni. A questo proposito trovo emblematico e molto efficace un passo dell’antropologa alpina Irene Borgna: «Un bosco con il lupo è diverso da un bosco senza il lupo. Il lupo in qualche modo ci fa toccare con mano che non siamo i padroni della montagna, rintuzza le nostre manie di onnipotenza, ci rimette al nostro posto […]».

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