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L'Italia di Felice e quella di Alcide

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Pensavo a Felice Gimondi. Alla sua Italia orgogliosa e piena di speranze. Un Paese che sapeva anche fare i conti con emergenze mostruose: il terrorismo, la crisi energetica. Era ieri. Sembrano passati cent’anni. Gimondi aveva la faccia bella di chi sapeva lottare. Di chi sapeva vincere. Di chi non tradiva le sue origini, i suoi valori, la sua storia: fatta di parrocchia, di Bergamo, di sudore, di campagna, di cocciuta ostinazione, di passione, di fatica, d’orgoglio e soprattutto d’umiltà. Il volto pulito di chi non se la prendeva con la sfortuna, anche se ogni tanto - giustamente - diceva che se non avesse gareggiato ai tempi di Merckx avrebbe vinto tutto. Ma vinse comunque tutto, «Nuvola rossa»: Gianni Brera lo chiamava così, perché Gimondi gli ricordava - proprio per la sua battaglia con il «cannibale» Merckx - il grande capo indiano che s’opponeva alla prepotenza dei coloni americani.

Pensavo poi ad Alcide Degasperi, che oggi - a 65 anni dalla sua morte - si ricorda nella sua Pieve Tesino. Nell’autobiografia di una nazione che passa dalle lettere dello statista trentino c’è un Paese che rinasce faticosamente, ma anche con un entusiasmo contagioso. L’attualità delle parole di Degasperi - come potete leggere anche nella pagina di cultura di oggi - colpisce profondamente. Il linguaggio è desueto, ma resta intatta la forza delle sue «idee ricostruttive».

Pensavo infine all’intervista che ci ha concesso ieri Giorgio Postal, che è un po’ un anello di congiunzione fra l’Italia di Degasperi, quella di Gimondi e quella di oggi. L’ex parlamentare dice che ci troviamo in una situazione che non ha precedenti, che va letta con nuovi paradigmi. Oggi ci si abitua a tutto, aggiunge, anche alle cose più sconvolgenti. E’ vero: tutto è “normale”. Anche che un vicepremier sfiduci il (suo) premier per poi ritrattare tutto o quasi. La velocità delle parole supera quella del pensiero. Le lenti del Novecento sono certo inadeguate per leggere ciò che un tempo usciva da dibattiti di giorni e confronti di mesi e che oggi viene sputato da un cellulare in un secondo. Un tempo disintermediazione era una parola sconosciuta: c’erano i partiti, i corpi intermedi, i luoghi del dialogo.

L’improvvisazione e l’odio non erano modalità della politica. Anche il popolarismo, sia chiaro, qualche volta sfociava nel populismo: perché prima di andare a votare si cercava sempre un modo per accarezzare gli italiani. Forse eravamo diversi noi, ancora capaci di mettere i valori davanti ai voleri, gli interessi generali davanti a quelli particolari. Perché eravamo ottimisti: l’orgoglio prevaleva sulla rabbia. In fondo è ciò che serve per uscire da questa crisi: più testa e meno pancia. Senza paura del futuro. Senza letture vetuste. Ma anche senza trucchi.

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