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La santità è un cammino per tutti

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Ci sono parole, gesti che sembra, a volte, ci conducano per mano per i sentieri fioriti della vita. Senza declamazioni. Senza spettacolarità. Ma soltanto col profumo della genuinità dell'esempio riescono, infatti, a comunicarci che le cose grandi passano da qui: dal rischiare l'autenticità. 

È quanto ho riscoperto a Fatima, in questi giorni di pellegrinaggio, vissuto con i fedeli della mia diocesi. In mezzo alle sue rughe inevitabili, il mondo non fa che affannarsi, invece, a fare provviste su provviste di gratificazioni, di appagamenti. E quando mancano i compiacimenti, ecco l'amaro delle rivendicazioni che artigliano di vuoto, di paure, con quel senso di inferiorità terrificante che porta allo smarrimento, ad una corsa impazzita verso i precipizi dell'apparire. Inutile nasconderlo: il mondo educa che è fondamentale piacere a tutti i costi. E quanto è affollato questo luogo, quanto è praticata questa finta legge! Ma qual è l'antidoto a questa bulimia della vistosità, di questa fragilità travestita di ostentazione potente? Il Papa da poco ci ha fatto dono della sua terza esortazione, la «Gaudete et exultate». Un documento sulla chiamata alla santità nel mondo d'oggi. Una provocazione, sì, com'è sua consuetudine! E ancor di più uno stile di vita, che fa intravedere vie possibili a tutti. Di felicità così come di realizzazione vera, non da brivido, ma piuttosto di sostanza. E qui le figure dei pastorelli, Lucia, Giacinta e Francesco, ai quali apparve la Madonna, ci insegnano che la santità è per i semplici del mondo. Quanto mi è caro il pungolo, un imperativo che il Papa pone al centro di questo suo scritto: «vivere la contemplazione anche in mezzo all'azione». Già in un'altra occasione aveva detto un'altra verità importantissima e profonda e cioè che spesso «molte ferite e crisi hanno la loro origine nel momento in cui smettiamo di contemplarci». Contemplarsi non è addolcirsi di aspetto, truccarsi per mostrarsi più piacevoli, e non è nemmeno limitarsi a guardarsi. Significa qualcosa in più: riconoscere l'altro per quel che è realmente.

Sotto la luce della verità. Dentro i suoi limiti e il suo valore. Nella penombra dei suoi pianti e dei suoi sorrisi.
Nei cinque capitoli emerge soprattutto che «qualora l'esistenza di qualcuno sia stata un disastro, anche quando lo vediamo distrutto dai vizi o dalle dipendenze, Dio è presente nella sua vita» (n. 42). Dio è presente lì dove per le nostre presunzioni lo crediamo assente, inorridito, dimentichi che Lui è il Buon Pastore che va recuperando senza mai stancarsi l'errante, il ribelle, il fallito. Questo perchè «La sua amicizia ci supera infinitamente, non può essere comprata da noi con le nostre opere e può solo essere un dono della sua iniziativa d'amore» (n. 54). 

È, tuttavia, questo il dono più grande, che ci precede e ci supera ogni volta: la gratuità di Dio. Quella spinta in avanti che non tiene conto se non dell'amore che vuole farci pervenire per tutti quei cunicoli misteriosi della grazia. Grazia che mai deforma, perché mira a risanare le piaghe di chi ha subito l'agguato delle ingiustizie. Essere santi è cantare con la vita tutto questo, è accorgersi di questo fluire incessante di doni dal cielo e far sapere al mondo che c'è un perché. Sì, un perché di vero amore. Tornano ancora più pungenti e decisive le parole di Gesù presenti nel Vangelo di Luca (22,25): «chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve». Non a caso al n. 14 Papa Francesco colloca queste precise «indicazioni stradali» sulla via della santità: «Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così.
Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali». C'è davvero posto per tutti. Diamoci da fare allora. Poiché il seme gettato non è solo in me, o solo in te. È stato già posto in tutti. A volte basta ridisegnare la destinazione e ripartire spediti. Con coraggio. Senza temere perchè la santità ci aspetta. È possibile. È accessibile. «Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita. Lasciati trasformare, lasciati rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la tua preziosa missione non andrà perduta. Il Signore la porterà a compimento anche in mezzo ai tuoi errori e ai tuoi momenti negativi, purché tu non abbandoni la via dell'amore e rimanga sempre aperto alla sua azione soprannaturale che purifica e illumina» (n.24).
Possa il cielo fermare la mano violenta della guerra in Siria, dove i bombardamenti in piena scorsa notte hanno preoccupato e piegato in ginocchio ancora una volta l'Umanità.

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