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Quante cose ci insegna il "tonco" di Muhammad

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Sul nostro settimanale, l’Adige Sette, Matteo Lunelli ha raccontato la bellissima storia di Muhammad Kongira. Una storia straordinaria, «una sorta di favola». 

Muhammad è arrivato in Italia dal Senegal, dopo un viaggio della disperazione attraverso l’Africa subsahariana, il deserto e l’inferno dei campi profughi libici. Lì si è imbarcato su una delle tante carrette del mare, uno di quei barconi che negli ultimi mesi abbiamo visto vagare per il Mediterraneo, spesso naufragare, a volte affondare, in una crescente e cinica indifferenza, quando non nell’aperto compiacimento, perché «non possiamo accogliere tutti».

Dopo lo sbarco in Sicilia, il 7 giugno 2014 - come lo stesso Muhammad ha raccontato all’Adige - in due giorni è arrivato al tanto vituperato campo di Marco, in Trentino, e di lì alla Residenza Brennero, altrettanto vituperata.

Nel giro di qualche mese, la svolta che si sarebbe rivelata decisiva nella vita di Muhammad: il Cinformi gli ha trovato un lavoro come lavapiatti, al Mas de la Fam.

Oggi Muhammad è il “Principe del Tonco”, premiato dalla “Confraternita del Tonco de pontesel”; da lavapiatti è diventato cuoco. Una favola? No, non proprio. Una bella storia di integrazione riuscita, piuttosto, un esempio concreto di come si gestiscono i flussi migratori. Perché i flussi migratori, ce lo ricorda la vicenda di Muhammad, sono fatti di persone.

Ci sono tre tappe, nella storia di Muhammad, tre nomi/luoghi che per ciascuno di noi possono avere molti e diversi significati ed evocare molte suggestioni contrastanti, ma che per Muhammad hanno rappresentato una sola cosa: speranza.

Questi tre nomi/luoghi sono: il campo di accoglienza di Marco, la residenza Brennero, il Cinformi. Troppo spesso abbiamo parlato di questi luoghi raccontando di proteste, di atti di intolleranza, di insulti. Troppo spesso le parole ad essi associate sono state: «chiudeteli», «basta accoglienza», «prima gli italiani», «prima i trentini». Troppo spesso sono stati descritti, per mero e gretto interesse elettorale, come ricettacoli di criminali, covi di spacciatori, addirittura di terroristi, come «alberghi a 4 stelle per nulla facenti», buoni solo a riempire le tasche dei “buonisti” che si arricchiscono con “il business dei migranti”.

La storia di Muhammad ci insegna invece quello che questi luoghi sono stati: un modo ordinato, anche rigoroso e nello stesso tempo umano e solidale, di affrontare quella che resta un’emergenza, e cioè l’arrivo di migliaia di persone alla ricerca di un futuro. Abbandonare queste persone a se stesse - perché, va da sé, nessuno può davvero credere alla favola, quella sì, una favola, di chi afferma di poter fermare una migrazione epocale come questa - è il modo migliore per ingrossare le file della criminalità, del lavoro nero, dello spaccio, il modo migliore per creare ghetti e degrado umano, sociale e urbano.
Affrontare l’emergenza migranti con strutture e risorse adeguate, è invece, molto semplicemente, l’unica strada veramente efficace e in grado di dare risultati positivi.

Mentre in Trentino cosa è successo? Il centro di Marco è stato chiuso, con grande giubilo social; alla Residenza Brennero l’Atas è stata messa alla porta, e il Cinformi è stato fortemente ridimensionato con decisi tagli. In una parola, il sistema trentino dell’accoglienza che, come dimostra la storia di Muhammad, funzionava e funzionava bene, è stato di fatto smantellato. E forse la sua colpa era proprio quella, di funzionare bene, smentendo in tal modo una narrazione da tempo impegnata a dipingere un’altra realtà.

Un’ultima cosa: a chi sostiene, e sono tanti, che gli immigrati vivono nella bambagia, che hanno fior di telefonini, casa assicurata, trasporti gratis e via discorrendo, val la pena di ricordare che Muhammad è partito dal Senegal in cerca di un futuro, non di un telefonino. Laggiù ha lasciato una moglie incinta. Cinque anni fa è nata sua figlia Awa, che lui non ha mai stretto fra le sue braccia. L’ha solo vista in video, proprio grazie a quel telefonino.

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