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Enzo Rutigliano, un grande intellettuale

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C’è un’immagine che molti di coloro che hanno studiato sociologia a Trento ricorderanno bene: Enzo Rutigliano, «Enzino» per gli amici, seduto a un tavolino del caffè Italia, sotto i portici di piazza Duomo. Non c’era bisogno, allora, di consultare gli orari di ricevimento per parlare con lui: bastava gettare un’occhiata al caffè, passando per la piazza.
L’importante era non disturbarlo in alcuni momenti privatissimi.
Quando scriveva, per esempio. Sì, perché Enzo Rutigliano al caffè studiava e scriveva: il taccuino e la penna stilografica erano i suoi compagni inseparabili. Lì nascevano gli aforismi, che lui tanto amava. Lì leggeva e rifletteva. Un vero intellettuale mitteleuropeo di inizio secolo. Trento come Vienna o Praga: il caffé, a metà strada tra casa e Università, con i giornali negli appositi sostegni di vimini e gli studenti appostati in attesa del momento giusto, non era una «pausa»;  era piuttosto un momento chiave della sua giornata di docente, studioso, intellettuale. Quando scriveva i suoi corsivi per questo giornale, l’appuntamento per la consegna dei testi era, manco a dirlo, proprio al caffè Italia. Al tavolino, il professore rileggeva ad alta voce il suo editoriale, scritto rigorosamente con la stilografica e su carta di pregio, prima di consegnarlo per la stampa.

Tutto questo, beninteso, non era un vezzo: era parte coerente di una «Weltanschauung» profondamente mitteleuropea, con al centro la figura gramsciana dell’intellettuale partecipe di una concezione del mondo. Tutto questo noi studenti lo respiravamo fin dalle prime lezioni, tra citazioni di Kraus, rimandi a Canetti e a Benjamin. I più amati, insieme ai «francofortesi». Tutti autori, non a caso, di aforismi, «detti e contraddetti», «minima moralia». Con Elias Canetti, in particolare, aveva un legame profondo: vi aveva dedicato molti studi e conservava, con giustificato orgoglio, il cospicuo carteggio di un ricco rapporto epistolare.

Non erano lezioni come le altre, quelle di Rutigliano. Titolare di uno dei corsi più importanti del primo biennio, quello di «Storia del pensiero sociologico», sapeva prendere per mano le matricole, un po’ disorientate, e accompagnarle su strade inedite e inesplorate, accendendo o risvegliando passione autentica per lo studio e la riflessione critica, insegnando a dubitare e a cercare tracce di verità, chiavi di lettura, strumenti per l’«uso del mondo».

È stato sicuramente la figura di riferimento per moltissimi studenti, uno degli insegnanti più amati, nonostante fosse rigorosissimo. Il suo non era un corso facile, i suoi esami tanto meno. Non lo erano perché lui stesso non poteva nemmeno concepire l’idea che uno studente fosse lì di passaggio, per caso. Lui, insegnante, che da studente aveva attraversato il movimento studentesco del Sessantotto, garantiva serietà; da noi, studenti, si aspettava serietà. È stata questa la più grande forma di rispetto nei nostri confronti.

Enzo Rutigliano ci mancherà, mancherà a molti. Trento ha perso un grande intellettuale.

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