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Ciò che ci inquieta dei nostri cugini rom

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Cugini nomadi, così osteggiati e così invidiati. «Ma ‘ndo né voi doi, sempre cinghenando?». «Dove andate voi due, sempre in giro come gli zingari?». La domanda della mamma dell’amico Paolo R. ancora ci risuona in testa.

Un bel po’ di tempo fa, gli zingari (che ancora si potevano chiamare così, rom e sinti sono parole imparate dopo) erano quelli che mendicavano, con i neonati, davanti alle chiese, rubavano nelle case, rapivano i bambini altrui. Così ci raccontavano. Per farci stare alla larga da loro.

La famiglia, la fede, la roba: minacciavano, i nomadi misteriosi, la trinità - a tutti sacra - del sistema immobile del Trentino di allora. Il nomadismo dell’emigrazione era già dimenticato, la stanzialità (contadina o urbana che fosse) era bene-rifugio e sicurezza: la terra, la casa, la rassicurante immobilità degli immobili.

Solo gli artisti si lasciavano sedurre dalle arti magiche del popolo errante: Bizet raccontava una Carmen irriducibile tentatrice fiammeggiante di passione, più modestamente Bobby Solo gorgheggiava «Prendi questa mano, zingara...», i Santana, come tanti rocker prima e dopo di loro, inneggiavano alla Gypsy Queen, regina di cuori e ispiratrice di insinuanti chitarre elettriche.

Due tra i nostri migliori autori di canzone, nobili fin dal cognome (De Gregori, De André) hanno trovato corde e accordi per raccontare con intensa umanità la diversa umanità del popolo errante.
«E due zingari stavano appoggiati alla notte, forse mano nella mano e si tenevano negli occhi...».

E infine la meraviglia di «Khorakhané», dall’ultimo album deandreiano intitolato «Anime salve» per dedicarlo agli spiriti solitari, alla minoranza che non si lascia catturare (né intristire) dalle leggi del branco, ai servi disobbedienti che è appena giusto che la fortuna li aiuti.
Khorakhané («amanti del Corano», etnia rom islamica originaria del Kosovo) è proprio la celebrazione, quasi religiosa, dei riti e dei miti di rom e sinti: «Porto il nome di tutti i battesimi/ ogni nome il sigillo di un lasciapassare/ per un guado una terra una nuvola un canto/ un diamante nascosto nel pane».

E ancora: «Qualche rom si è fermato italiano/ come un rame a imbrunire su un muro/ saper leggere il libro del mondo/ con parole cangianti e nessuna scrittura».

I Khorakhané e gli altri rom sono stati, insieme ad altri eterni erranti (gli ebrei), travolti dalla tempesta dell’odio edificato a regime, ottant’anni fa: «I figli cadevano dal calendario/ Yugoslavia Polonia Ungheria/ i soldati prendevano tutti/ e tutti buttavano via».
Dio è l’ultima parola di quella canzone, detta quasi sottovoce, perché Dio non si dovrebbe mai urlare, proclamare, brandire come una spada.
Si alzano, le spose bambine: «con le vene celesti dei polsi, anche oggi si va a caritare».

«E se questo vuol dire rubare... ai miei occhi limpidi come un addio, lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio».
I cugini rom e sinti li abbiamo sempre mal guardati, mal giudicati, mai amati. Non solo perché si prendono - a volte - ciò che è nostro, ma forse soprattutto perché ci mostrano un modo di vivere che non è nostro. Che ci sfugge, che non comprendiamo e non vogliamo capire. Solo gli artisti, più liberi dei cittadini medi, vogliono bene ai nomadi, perché amano la loro libertà e perfino la loro maleducazione. E perché gli artisti veri, a differenza di poliziotti politici giudici e benpensanti, non si azzardano a scandire sentenze dall’alto in basso, dal punto di vista di un dio meschino che punisce gli irregolari, gli indomabili, gli incorreggibili.

De Gregori si prese pure una causa per plagio (ma poi la vinse), per aver citato affettuosamente la Zingara vincitrice del Sanremo 1969, nella sua «Prendi questa mano, zingara», del 1996.
«Prendi questa mano zingara, dimmi ancora quanta vita ci va. Di quanti anni sarà fatto il tempo, e il tempo cosa sembrerà... Prendi questa mano, zingara. Raccontami il buio com’è. La notte è lunga da attraversare, fammi spazio vicino a te».

In fondo in fondo, gli zingari ci inquietano perché siamo ancora esseri umani che abbiamo paura del buio. Paura delle notti lunghe, dove brillano la luna e i denti bianchissimi delle indovine.

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