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Indro spiazzato dall'uomo in grigio

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Ma come fa quel trentino così poco italiano a governare gli italiani? È la domanda ricorrente nello strepitoso ritratto che Indro Montanelli traccia di Alcide De Gasperi nel 1949, all’epoca del suo quinto governo, e che riemerge da «Pantheon minore» (Longanesi, 1955), una delle tante gallerie dei suoi incontri sul Corriere della Sera.

La domanda che ci facciamo oggi, rileggendo quell’articolo, è quando si riaffaccerà, nella politica italiana, un altro De Gasperi.
Montanelli racconta di aver provato a intervistarlo in casa sua, per vedere il presidente del consiglio «dal vero», «senza il busto».
Disarmante la spiegazione del perché l’intervista si farà invece in ufficio, dietro una scrivania severa, ordinatissima, spoglia, al Viminale: «De Gasperi non ha, nel suo appartamento, uno studio in cui riceve gli amici. Per alcuni mesi ha discusso con sua moglie e con Cecilia la possibilità di un trasloco. Ma poi non se n’è fatto nulla, dato il prezzo dei fitti, e Cecilia seguita a dormire su una branda, come Napoleone. “È meglio che non si abitui a certi comodi perché il governo oggi c’è e domani può non esserci più”».

Casa condominiale. Niente salotto. La figlia in branda.
De Gasperi è al governo da tre anni. Emana un’autorevolezza grigia ma inesorabile.

Il toscanaccio maestro di corsivi graffianti, abituato a satireggiare sagace i vizi dei potenti, non sa che pesci pigliare. Non c’è colore in cui intingere il pennino. E allora decide di raccontare le sfumature del grigio. Fin dall’inizio del memorabile articolo, con un episodio minimo ma emblematico dello stile del nostro statista.
Marzo ’49: si votava sul Patto Atlantico, socialisti e comunisti sparavano a zero, il capo del governo era dovuto uscire dall’aula della Camera per discutere con Saragat. Per tre volte entrò il capo usciere trafelato, per riferire che tra i banchi dei parlamentari stava succedendo il finimondo. De Gasperi non si scompose, continuò a scrivere il suo appunto. Solo la terza volta, quando l’inserviente esclamò «Volano perfino i cassetti!», qualcosa accadde. «De Gasperi si trasse allora gli occhiali sulla fronte e, guardandolo di sotto in su senza sollevare la testa, chiese: “Quanti?”. Questo episodio me lo ha raccontato Saragat, unico e insospettabile testimonio; ma quando ne chiedo la conferma a De Gasperi in persona, questi socchiude leggermente le palpebre nello sforzo di ricordare: poi dice, un po’ stupito dalla mia domanda: “Mi pare, effettivamente, che dissi qualcosa di simile...”. Quell’autentica boutade gli era dunque venuta sulle labbra per sbaglio: egli non aveva inteso far dello spirito. Tanto vero che ora mi scruta per capire perché la mia espressione è così divertita. E io, guardandolo a mia volta, mi domando come ha fatto, come fa quest’uomo, che non sa far ridere nessuno e che nessuno riesce a far ridere, a governare da tanti anni gli italiani. Badate: è uno dei più grossi e incomprensibili misteri della storia contemporanea».

Perfino un evento che, nel 1948, poteva far deragliare verso la guerra civile l’Italia post-bellica non scuote la flemma asburgica dello statista nel suo austero ufficio. «Scelba vi irruppe trafelato e in sudore per recare al presidente la notizia dell’attentato a Togliatti. Ne uscì poco dopo “perfettamente calmo e refrigerato”».
Montanelli gli cita infine il giudizio del potente giornalista americano Luce («È l’unico italiano, di tutti quelli da me incontrati sinora, che non ha fatto il minimo sforzo per riuscirmi simpatico») e De Gasperi lo spiazza un’altra volta, sembra sinceramente colpito: «Davvero gli italiani sono così?».

Insomma: Alcide agli antipodi del «piacione» all’italiana.
Ma ci è o ci fa? Escludendo che De Gasperi sapesse recitare o fingere, Montanelli conclude che è davvero un mistero, come un uomo così poco italiano, distaccato anche quando è cordiale, circondato da un’aura di freddo e di grigio, potesse governare gli italiani. E fargli digerire il regionalismo, l’autonomia speciale del Trentino-Alto Adige. «Anche voialtri unitari dovete rendervi conto che solo con l’autonomia trentina, cioè con l’accordo Gruber-De Gasperi» (Gruber citato prima di se stesso, notare che stile) «ho conservato all’Italia l’Alto Adige, così come con l’autonomia siciliana ho conservato all’Italia la Sicilia, su cui gli americani, allora, stavano per concedere mano libera agli inglesi...».

Un presidente del consiglio all’opposto del leader sanguigno e italianissimo, sbruffone e retorico che, non più di una decina di anni prima, governava un popolo di entusiasti italiani che in lui si riconoscevano. «Davanti a Mussolini provavo timore senza rispetto, davanti a De Gasperi provo rispetto senza timore».

Dopo novanta minuti di colloquio, Montanelli riguarda il bloc notes e constata che De Gasperi non ha parlato male di nessun altro politico. «Forse perché il discorso non è mai scivolato sui suoi compagni di partito» insinua il giornalista. «Sono brave persone anche loro» sorride De Gasperi. E Montanelli conclude: quella parola, «anche», potrebbe essere l’unica malignità dell’intera intervista. Ma gli è scappata, è stata una malizia involontaria, l’uomo non conosce humor né doppiezza.
Oltre sessant’anni dopo, più che coltivare il qualunquismo antipolitico del «tutti ladri, tutti imbecilli», sarebbe bello che a qualcuno venisse voglia di fare il politico alla De Gasperi. Tinta grigia, serietà, riservatezza, flemma e branda incluse.

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