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Beppe Fenoglio, scrittura forte come il buon vino

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Beppe Fenoglio da Alba amava il cinema e, se non fosse morto a neppure 41 anni il 18 febbraio 1963, sarebbe stato curioso di vedere un altro film - da ieri nei cinema - tratto da un suo libro di resistenza, «Una questione privata».

Fratelli Taviani a parte, ci si può domandare perché Fenoglio, nel mezzo secolo che ci separa dalla sua scomparsa precoce, sia diventato, oltre che un autore di riferimento, una specie di mito.

Per capirlo al volo potrebbero bastare due foto (bianconero) di copertine Einaudi. In quella di «Un giorno di fuoco - Racconti del parentado» lo scrittore trentaseienne si vede, in campo largo, davanti alla Cascina Andreana di San Benedetto Belbo.

Il fotografo, Aldo Agnelli, lo coglie nel suo solito impeccabile look di intellettuale con un piede in campagna (Langhe da parte di papà socialista, macellaio mite; Oltretanaro di mamma cattolica, intelligente e severa) e l’altro in una piccola città di provincia: completo grigio, giacca aperta, cravatta scura su camicia bianca, fazzoletto bianco nel taschino, tiene le mani sui fianchi e osserva un piccolo cane. C’è un pezzo di prato davanti, c’è una scala appoggiata al vecchio muro della cascina. Lo sfondo rurale di molte sue storie.

La seconda foto ce lo mostra invece seduto, forse su un muretto, in primo piano davanti al portale gotico di una chiesa, anche qui in un completo chiaro irreprensibile, la cravatta scura su gilet scuro, la «pochette» a pallini, un giornale purtroppo indecifrabile piegato nella tasca della giacca, la sigaretta tra indice e medio della mano destra mentre la sinistra è intenta a sfogliare un libro antico, che la didascalia ci rivela essere una Bibbia inglese (lui era anglofilo e traduttore) appena comprata.

La chiesa che si intravede è la cattedrale di Saint Pierre. È il 1960 e Fenoglio appare più vecchio dei suoi 38 anni, i capelli scuri tagliati corti, la fronte con belle rughe intelligenti, una piega profonda nella guancia, labbra sottili e concentrate, un naso importante (grosso, da Cirano piemontese, lo imbarazzava fin da ragazzo come la lieve balbuzie). Il fisico è da uomo di sport: ne praticava parecchi ed era un avventuroso nuotatore.

Potrebbe essere un attore americano da poliziesco anni Quaranta o uno chansonnier malinconico: il volto ricorda un po’ la scolpita faccia vallona di Jacques Brel.

Le due immagini dello scrittore ci dicono già parecchie cose di come scrive. È un uomo di stile e di forza, è uno scrittore potente e asciutto, che aspira a una «chiarità» di parola e di concetto, senza sbavature sentimentali, la penna intinta nel vino e nel sangue, umori rossi della vita.

Molti conoscono i suoi racconti partigiani e anche «Una questione privata» parla della guerra di liberazione che, ventenne, aveva vissuto in prima persona. Ma Fenoglio non è solo un testimone-cronista. È un uomo che ha vissuto di letteratura, consumandosi nello scrivere. Così può essere interessante andare a leggere i racconti fantastici come «Una crociera agli antipodi», ispirata all’amato Gordon Pym di Edgar Allan Poe. Già l’incipit alla Stevenson ci conferma il sicuro mestiere del narratore: «Questa è un’antica storia, che oramai sa più di polvere che di salsedine, ma voglio raccontarla ugualmente, sebbene io ci faccia una meschina figura e tutto l’onore vada, com’è giusto, al vecchio marinaio Harry Bell che mi salvò la vita durante la crociera agli antipodi del 17…». Il piemontese Fenoglio, con quella faccia un po’ così (Paolo Conte ne sa qualcosa), da terragnolo alle prese con un orizzonte di colline vitate e votate a grandi vini, aveva dunque una voglia di storie di mare.

Per ammirare la qualità della scrittura, concisa e incisa, netta nel narrare vite e ferite, si può anche ripescare un «racconto del parentado», autobiografico e spietato, come «Ma il mio amore è Paco». Per introdurre il segretario del giocatore professionista che rovina lo zio Paco in una notte di carte, un angelo della morte che presta denaro al perdente con l’interesse del 15%, gli bastano due tocchi: «Nel chiaro della lampada dello stallaggio stava una 509 con sopra seduto un giovanotto pallido e affilato, con un’aria di chierico scappato di seminario».

E così descrive la «tenuta ordinaria per mercati e fiere» dello zio: «in camicia a disegni di fiori e frutta, corpetto grigioferro, squadrato e con tanti taschini incolonnati da somigliare a un mobiletto per ufficio».
E il motore della «501 furgonata» dello zio Paco, commerciante di bestiame e sciupafemmine, come risuona tra le colline? «Specie in salita, mandava un rombo che andava a bussare a tutte le porte dell’orizzonte».

E quando l’odore dei soldi e la rovina di Paco al tavolo verde innescano un cortocircuito di ferocia coniugale, la lotta tra marito e moglie diventa una specie di selvaggia danza macabra: «La donna sbruffò di spregio e di sfida e Maggiorino si avventò. La ribaltò sul letto e dal letto sul pavimento. Poi scostò il materasso e scoprì l’astuccio che conteneva la chiave del forziere. Juccia, con la camicia arrovesciata sul viso, mugolava e scalciava, imbrattandosi la carne bianca sull’impiantito oliato».

I nomi giusti al posto giusto, non un aggettivo di troppo, così si scrive. Così si descrivono i piccoli orrori della vita quotidiana. Sotto il cielo basso delle Langhe, provincia d’Italia.

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