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L'umano destino: sporcarsi di terra

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Che cos’è umano? Quando noi diciamo «cerca di essere umano» intendiamo «buono, benevolo, ben disposto, generoso». Il vecchio dizionario etimologico Pianigiani lo spiega così: umano è colui che «compassiona le infelicità del suo simile». Eppure. Eppure: l’essere umano uccide, violenta, sfrutta, deruba, depreda, annichilisce altri esseri umani.

E anche quando non arriva a simili dis-umanità, l’umano è spesso brutto, cattivo, emana odore, ci toglie l’aria, ci ruba il fiato, ci ruba il posto, ci fa del male, ci odia e ci fa soffrire, ci ignora e ci ferisce, ci lascia e ci pugnala, ci tradisce, ci irrita con la sua stupidità, ci infastidisce con la sua petulanza, ci esaspera con la sua arroganza, ci congela con la sua freddezza, ci fredda con la sua indifferenza.

Per una coincidenza che colpisce (e non è certo casuale in quest’epoca di rivoluzione migratoria), due importanti iniziative di questi giorni d’ottobre in Trentino - la terza settimana dell’accoglienza promossa dal Cnca (il coordinamento delle comunità) e il trentesimo corso volontari della cooperativa La Rete - portano entrambe nel titolo la parola «umanità». «Dalla comunità alla comune umanità» il primo percorso, «Volontariato e disabilità: comuni umanità in cammino» il secondo.
L’evento d’apertura del corso della Rete è stato una performance dove i ragazzi-attori di Ikaro hanno dimostrato - sul palcoscenico - che la disabilità può diventare comunicativa teatralità. Leggerezza icaresca, davvero, che libera e libra anche i corpi più «difficili».

Nella Settimana dell’accoglienza è stato proiettato (e applaudito) «Human», il film-capolavoro di Yann Arthus-Bertrand, un francese del 1946 che ha cominciato a fotografare leoni e poi ha intrapreso una serie di progetti grandiosi che documentano le facce della terra e degli umani che la abitano.

«Human» è una emozionante successione di primi piani di volti di tutti i colori e di tutte le parti della terra che ti raccontano il senso della vita. Alternati con stupefacenti immagini aeree della terra meravigliosa e colorata sottostante.

E quando la macchina da presa indugia sui volti che ancora non parlano o che hanno finito di dire la loro storia, non si può non rimanere commossi da quegli sguardi che raccontano, muti, la fatica la sofferenza la persistenza della vita umana.
Tre anni di lavorazione, 110 riprese in 60 Paesi, 2.020 interviste in 63 lingue, più di 500 ore di filmati aerei hanno prodotto un mix di crudeltà e di bellezza, di sudore e di allegria, di lacrime e di sorrisi. E quando vedi la madre indiana che ringrazia Dio perché le ha fatto trovare qualche pugno di riso nella tana dei ratti, ti domandi ancora una volta da dove viene la forza dell’umanità.

«Umano» viene da «humus», cioè «terra» in latino, e allora forse si capisce da dove ci viene la forza: saremo forse figli delle stelle, del Bing Bang o di Dio se c’è, ma siamo soprattutto figli della terra. E solo se ci riconosciamo tali, possiamo sporcarci le mani con la terra e dunque con il destino degli altri. Ci riuscirà solo se riscopriamo un altro aggettivo che deriva da «humus», umile. Non va più di moda, perché sembra un sinonimo di rassegnazione e di sottomissione. Ma se non ci dobbiamo umiliare di fronte ai potenti e ai prepotenti, ci dobbiamo invece mostrare umani e umili (e quindi terrestri, terreni) con i nostri fratelli umani.

Alla terra siamo destinati a tornare, e allora perché pensarci superiori, migliori, meritevoli di privilegi, padroni del mondo? Chi vede il film «Human» (c’è anche in internet, in diverse versioni) non può non stupirsi di come gli oppressi non si ribellino alla loro miseria e non può non ammirare l’attaccamento eroico dei poveri al loro diritto alla vita.
Così vien voglia di aggiungere al famoso slogan-consiglio formulato per i giovani dal genio dei computer («restate affamati, restate folli») un appello universale: «restate umani, restate umili». Cioè, sporcatevi le mani con la terra e con gli umani che la abitano. Lasciatevi coinvolgere. Sporcatevi le mani di umile umanità.

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