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Pioggia, pedali

e meteopatologia

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È prevista pioggia? Bandiera bianca: ci arrendiamo senza combattere, buttiamo tutto a mare. Attribuendo al servizio meteo una precisione scientifica incontestabile, siamo diventati, oltre che meteopatici, meteopatologici. Succede così che la bella idea di una festa della bicicletta.

In occasione del bicentenario dell'invenzione della bici e nell'ambito della Settimana europea della mobilità, intitolata «Trento in bici» e annunciata per sabato scorso, 16 settembre, è stata annullata tre giorni prima «a causa delle previsioni metereologiche che danno un tempo pessimo per sabato prossimo» (parola dei promotori dell'evento). Manco ci fosse in agguato l'uragano Irma, la festa della bici è stata rinviata «alla prossima primavera»: fa tempo a passare una glaciazione.

Ironia della sorte (e secondo le previsioni meteo più ravvicinate alla data e corrette) sabato pomeriggio c'è stata alternanza di sole e nubi, a Trento, e neppure una goccia di pioggia.

La biciclettata fino a Melta di Gardolo si sarebbe potuta tranquillamente fare: in via Veneto e in piazza Fiera, per esempio, le manifestazioni previste si sono regolarmente svolte, sia pure asciugando le panche dalla pioggia della mattina e dentro un'aria frizzante, decisamente già autunnale. Peccato: oltre quattrocento persone si erano annunciate partecipanti o interessate su facebook, ma gli organizzatori (Fondazione Kessler e altre quattro associazioni) hanno gettato la spugna al solo pensiero di un pomeriggio probabilmente piovoso.

C'è dunque da chiedersi che cosa ci ha fatto diventare così meteodipendenti. Che cosa ci spinge a corse spericolate per raggiungere le auto o una pensilina d'autobus quando per caso hanno dimenticato a casa l'ombrello. Perché non siamo più disposti a correre il piccolo, allegro rischio di bagnarci un po'.

Che cosa ci spaventa in quelle che a Trento si chiamano «dó góze» (per i non trentini: le «o» si pronunciano strette e la «z» è forte, con un po' di sibilo ventoso).
Eppure, non mancano le testimonianze sulle virtù rigeneranti della pioggia.
Che cosa c'è di più allegro di «Singin' in the rain» di Gene Kelly (giacca, cappello e ombrello rigorosamente chiuso) dove l'ombrello serve per ballare, e non certo per evitare di bagnarsi e di innamorarsi?

E che cosa c'è di più romantico della dolce Audrey Hepburn fradicia a Manhattan per trovare il suo gattone disperso (e poi l'amore) in «Colazione da Tiffany»?
Che cosa di più epico, per restare nel mondo ciclistico, di uno Jacques Anquetil con la faccia sporca di fango pioggia e fatica dopo una massacrante Paris-Roubaix sul pavé?
Il Giro d'Italia farà partire la prossima edizione da Gerusalemme per celebrare il coraggio di Gino Bartali, il futuro campione che sfidava i nazisti e salvava gli ebrei recapitando i messaggi partigiani nascosti dentro la sua bicicletta.

I «senzaombrello», titolo di un libro di Astrid Mazzola, suggeriscono invece che chi vive ai margini della vita, chi non cerca i posti meglio riparati e le poltrone meglio ombreggiate, chi non è ossessionato dal tetto sulla testa, pur restando un nomade e un provvisorio marginale, gode, a capo scoperto, di piccole felicità sconosciute agli ombrellati: inghiottire gocce di pioggia con la bocca all'insù, sentire la forza dell'acqua che scende dal cielo sulle spalle, vedersi velare gli occhi da rivoli generosi che scendono dai capelli. Si rischia un raffreddore ma ci si sente vivi.

E anche senza suggerire l'abolizione totale dei ripari dall'acqua piovana, i popoli civili del nord hanno scoperto da tempo, oltre alle mantelline copritutto, i cappelli impermeabili a larghe tese, più o meno flosci, cappelli scozzesi per pescatori irlandesi, cappelli norvegesi per marinai danesi, cappelli proteggi-capelli.

«Le gocce cadono ma che fa, se ci bagniamo un po'...» cantava il Trio Lescano durante la guerra. «Love, rain on me», «Amore, piovi su di me» invocava Jimmy, protagonista schizzato dell'opera rock «Quadrophenia» degli Who, per dissolvere disagio psichico e violenza sociale in un bagno liberatorio, sotto una pioggia catartica.

No alla schiavitù delle previsioni meteo, che non sbagliano quasi mai ma sono imperfette come ogni cosa umana: «Sono in strada e l'uomo del tempo ha mentito» cantava Paul Simon in «Papa Hobo», bellissimo inno dei vagabondi «on the road».
Affidandoci al cielo con francescana letizia e peregrinante riconoscenza, riscoprendo il sottile piacere delle due gocce sulla testa, accettando la pioggia come possibilità, accogliamo l'imprevedibilità del cielo e la fragilità umana, il nostro non essere padroni del tempo né del meteo.

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