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La bambina, l'aquila e gli uomini feroci

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Un piccolo film di ambientazione mongola, «La principessa e l’aquila», racconta la storia della tredicenne Aisholpan, nomade kazaka, che impara dal padre e dal nonno l’antico mestiere del cacciare con l’aquila: si tratta di rubare un aquilotto nel nido prima che abbia imparato a volare, e di allenarlo pazientemente, per mesi e mesi, coprendogli e scoprendogli gli occhi con una mascherina di cuoio, per insegnargli a planare sulla preda con la massima velocità e la più letale precisione nell’ucciderla.

Aisholpan diventerà così brava che supererà tutti gli esperti cacciatori maschi (scandalizzati che abbiano ammesso una femmina alla gara) al festival delle aquile da caccia. La bambina protagonista è buffa e simpatica, si solidarizza con lei e con la sua aquila, si finisce per gioire quando il rapace, con regale picchiata sul bersaglio, va a uccidere la vittima designata, una piccola volpe che corre qua e là, mimetizzandosi nel grande altipiano ghiacciato, ma senza che l’astuzia della sua specie la salvi dalla fine violenta che l’aquila le prepara.

Il piccolo principe avrebbe pianto, sulle spoglie della piccola volpe, e il regista evita accuratamente di mostrarci i segni della crudeltà aquilina (solo una vaga striatura di sangue sul collo impellicciato, intravvediamo) per non allontanare dai cinema i genitori che ci portano i bambini e non turbare il clima da piccola favola che spira dalla storia gentile e feroce della ragazzina.

Ma, a parte che i pasti dell’aquilotto dovrebbero far passare la voglia di stinco anche ai carnivori più recidivi, la piccola favola asiatica ripropone un’antica verità delle favole: il mondo è un posto crudele, dove il più forte o il più intelligente prevale sul più debole e sprovveduto, dove «mors tua vita mea» non è uno slogan ma una incontestabile realtà. Gli animali, inclusi i cosiddetti sapiens, continuano a mangiarsi a vicenda. Per sopravvivere ma, a volte, solo per gioco (o per tradizione): quella famiglia mongola non ha bisogno di un’aquila da caccia per procurarsi il cibo, potrebbe limitarsi a mangiare i suoi montoni, ma la bellezza del volo rapace rapisce.

Gli esseri umani - gli stessi che regrediscono allo stadio infantile intenerendosi per un cucciolo di cane o di gatto - si ammazzano tra loro, spesso uccidono perfino i figli dei loro simili, sacrificano ai loro dèi agnelli e capretti, cacciano i caprioli e le lepri, mettono gli orsi alla catena e le tigri in gabbia, spiaccicano mosche e formiche, allevano porcellini per farne prosciutti e salami, infilano i polli su lunghe aste metalliche e li rosolano al fuoco, usano i cani per stanare le volpi e le aquile per artigliarle.

La vita è dura, gli esseri umani si feriscono (con una pistola, un coltello, uno sguardo, un silenzio, una parola, una mail), gli esseri viventi si mangiano.

La natura è crudele, non è un cartone animato dove non muore nessuno e i coyote risalgono dai voli nei burroni spolverandosi la schiena. Il mondo è un posto feroce dove solo con grande sforzo spirituale si può allenarsi a diventare buoni, nonviolenti, non rapaci, costruttori di pace.

La terra resta un posto selvaggio, violento, pericoloso. Dove l’umanità ha imparato dalla natura ad essere a sua volta selvaggia, violenta, pericolosa. La vita sarà bellissima ma è un esercizio feroce. Lo dimostra perfino la piccola favola mongola, crudelmente gentile, di Aisholpan. Lo dimostrano anche i terremoti messicani, le ricorrenti alluvioni italiane e i terrificanti uragani come Irma. Ai cicloni gli uomini danno nomi umani: dimostrando la lucida consapevolezza di quanto la nostra specie possa essere ciclonica, tempestosa, implacabilmente letale.

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