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Il clima, l'orso e le parole per dirlo

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L’amministrazione timbrata Trump consiglia agli impiegati del ministero dell’agricoltura di evitare di usare, nei documenti e nella corrispondenza, l’espressione «cambiamento climatico». Avendo deciso di disdettare gli accordi di Parigi in nome della libertà di produrre alla grande, a prescindere dalle emissioni di gas, la muscolare presidenza nordamericana prosegue coerentemente nel lavoro di revisione linguistica («neolingua» la chiamava Orwell scrivendo nel 1948 il suo incuboso «1984») per cui l’importante, in politica e soprattutto nelle «democrature» (democrazie fortemente accentuate in senso carismatico-autoritario dai rispettivi leader) è il nome delle cose. Non i fatti, ma come si comunicano. Non la realtà, ma la sua rappresentazione.

«Weather Extremes» (eventi meteo estremi) è l’alternativa suggerita ai dipendenti del ministero dell’agricoltura Usa quando invece gli scapperebbe di dire «Climate Change» (cambiamento climatico). In questo modo, non siamo più di fronte a un fenomeno epocale e progressivo, ma semplicemente a qualche colpo di testa del tempo, del tipo «marzo pazzerello, esce il sole e prendi l’ombrello».

Coerentemente, ci si attende che l’ansiogena parola «uragano» venga rimpiazzata con «esagerata precipitazione con singolare intensità ventosa» e che la drammatizzante «tempesta» venga abolita in favore del politicamente corretto «acuto fenomeno atmosferico stagionale». Per «tromba d’aria» sembra idonea la locuzione sostitutiva «accelerazione temporanea dei trend eolici». La demoralizzante «alluvione» potrebbe essere derubricata a «inusuale idroversamento», evitando reazioni di paura e di rinuncia nei turisti psicologicamente più fragili.

Se l’amministrazione provinciale trentina volesse farsi contagiare dalla nuova tendenza trumpista, bisognerebbe cominciare dal più controverso abitatore animale delle nostre secolari foreste. Invece di parlare di «improbabile evento di aggressione da parte dell’orso», sarebbe più rassicurante ed elegante riferirsi a «eventualità statisticamente ridotta di incontro ravvicinato con esemplare di plantigrado dal carattere francamente antisociale».

Resta sempre il problema di convincere l’esemplare di essere umano a sdraiarsi per terra a faccia in giù a due metri dall’orso antisociale, ma questo è un particolare secondario rispetto all’esigenza di una comunicazione meno allarmistica sulla convivenza con una specie protetta, che - esattamente come il genere umano - ha i suoi individui pocoraccomandabili.

«Animal Extremes», li chiamerebbero i forestali americani, evitando peraltro qualsiasi allusione politicamente scorretta all’origine etnica degli orsi trentini, figli e nipoti di connazionali della slovena Melanija Knavs, attuale consorte del President Extreme.

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