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Da esseri mortali

a persone natali

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Che cosa sconveniente, quasi disgustosa, mettere al mondo un bambino in tempi di guerra: un figlio della guerra fatto con un uomo che intanto è al fronte per ammazzare o farsi ammazzare.

Figli di guerra per eroi di guerra. Che cosa disdicevole e banale. Hilda Barras, figlia del padre padrone della miniera attorno a cui ruota un grande romanzo, «E le stelle stanno a guardare», dice così a sua sorella Grace che è rimasta incinta del figlio del fornaio, dopo quella che l’autore A.J. Cronin chiama la solita storia «banale ma bellissima»: due esseri umani che si innamorano e trasmettono la vita.

La vicenda del romanzo, scritto a metà anni Trenta, risale giusto a un secolo fa, il 1917 ancora inchiodato alla grande guerra.
Anche oggi - di fronte alla disoccupazione, al terrorismo, alle migrazioni epocali - c’è chi storce il naso di fronte all’evento più frequente e naturale della storia dell’uomo, la nascita di un bambino. Siamo già in troppi e il mondo è un orrore, pensano e dicono in tanti. Eppure continua a succedere.

Per comprendere le ragioni filosofiche dietro ai sì e ai no alla vita, dietro l’ottimismo fiducioso e il pessimismo radicale sul senso dell’umana esistenza, può venire in soccorso anche in tempo di vacanze il ponderoso ma scorrevole saggio di Silvano Zucal, professore dell’Università di Trento, intitolato «Filosofia della nascita» (Morcelliana).

Libro non solo di studio, che si può leggere anche a capitoli, a paragrafi quasi, e che ci dà conto di come non pochi pensatori si siano occupati del problema della nascita, anche se la maggior parte dei filosofi e dei teologi si sono affannati soprattutto sul tema della morte.

Lo stesso Zucal è partito da una laurea e da un esordio editoriale sulla morte secondo Karl Rahner, il grande teologo gesuita tedesco del Novecento, per approdare dopo 37 anni al tema della nascita.
Lui stesso padre di due figlie (ricordate nella premessa al volume) e segnato in positivo da quelle due nascite, ha dovuto ricorrere soprattutto alla sapienza femminile, quella di Hannah Arendt e di Maria Zambrano sopra tutte, per trovare feconde chiavi di lettura del problema della nascita.

È proprio Zambrano, massima filosofa spagnola del ventesimo secolo, che propone di abbandonare la tradizionale terminologia che definisce gli umani come esseri «mortali», comuni «mortali», per restituire loro la dignità delle creature «natali». Nati non solo una volta, ma continuamente nascenti, nati per rinascere ogni giorno.

Sì, perché esattamente come possiamo dire che ogni notte ci avvicina alla notte finale della morte, consumando un giorno della nostra esistenza, si può anche dire, sulla scorta della filosofia della nascita, che ogni giorno dobbiamo ricominciare a vivere, scegliere, lavorare, amare, e dunque ritornare incessantemente a rifare l’azione di nascere.

Secondo Zambrano è lo stesso pensiero filosofico che «rivela all’uomo ciò che è, lo fa nascere». Anzi, il suo è un «andare nascendo».
Nascono idee, progetti, amori, incontri. E dunque siamo natali. Invece, cancellando la nascita come tema filosofico, osserva Adriana Cavarero, il pensiero occidentale ha insieme cancellato e rimosso il pensiero femminile: siamo figli dei greci e della loro «sete di ragione, per il disgusto della vita», come dice Maria Zambrano.

Nelle sue 544 pagine in 12 capitoli, da «Tornare alla nascita» attraverso il contemporaneo Sloterdijk fino al suo amato Romano Guardini («Nascita e fiducia») Zucal non analizza solo il lato soleggiato della strada, la natalità riconsiderata e illuminata dal Natale dei natali (un figlio di Dio che, nascendo, ci fa «rinascere») ma dedica ampio spazio al pensiero negativo sulla nascita.

Partendo dal pessimismo dei filosofi e dei poeti greci («meglio sarebbe non esser nati») o di libri biblici come Giobbe o Qoèlet («Tutto è vanità») non dimenticando gli strali di Sant’Agostino e Sant’Anselmo, dei teologi cattolici ossessionati dall’impurità dell’atto sessuale e dunque dalla «sporcizia» di ogni nascita, arriva nel Novecento a Emil Cioran che addirittura si augura di essere nato morto. Perché sarebbe l’unica condizione - tragico paradosso - per essere davvero libero, «perdutamente libero».

Perché non possiamo ritenerci responsabili di una vita a cui nessuno di noi ha chiesto di essere chiamato. La morte riaffiora, dunque, come l’altra polarità di quel gioco appassionante e tragico che è la vita umana dischiusa dalla nascita. Zucal, scegliendo la via di Guardini, conclude la sua cavalcata «natologica» indicandoci il rinascere come via per raggiungere la piena identità di se stessi in un triplice incontro fiduciale di genitorialità, filialità accolta, fiducia nel Dio che non solo fa nascere, ma soprattutto fa rinascere.

Ma anche per chi non crede, anche per chi non farà l’esperienza di generare vita, la nascita resta l’evento normale più straordinario e più rivoluzionario che si compie ogni giorno. Come scrive Hannah Arendt, la convivenza degli esseri umani è in continua trasformazione, anzi è addirittura «messa in pericolo dai nuovi uomini che nascono. Con ogni nuova nascita, un nuovo inizio viene introdotto nel mondo, un nuovo mondo viene potenzialmente in vita».

Quando per esempio dai barconi sovraffollati dei migranti si alza il pianto di una nuova vita appena nata, questo «mondo nuovo» si rende fisicamente visibile e i soccorritori festeggiano come fosse un miracolo. Non una minaccia.

Riuscire a rinascere un po’, ogni mattina, a immettere un po’ di vita nuova nel mondo, sembra un altro miracolo, con la fatica che si fa a vivere. Ma la «filosofia della vita» ci insegna che, nonostante tutto, ce la possiamo fare. Che è il nostro destino farlo.

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