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L'arte necessaria

di mastro liutaio

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Il legno, prima di esser legno, era albero e rimane, anche tagliato e modellato e sagomato e forato e incollato, una materia viva: che reagisce al caldo e al freddo, al secco e all’umido, alle buone grazie e ai modi rozzi.

L’arte-artigianato della liuteria, che rimane affidata in buona parte alle mani e alla loro motilità sottile, alle terminazioni nervose delle dita, all’occhio e al tatto, forse anche all’olfatto, certo all’udito, resta un baluardo insostituibile dell’unicità del pezzo, della personalità di ogni strumento musicale.

La produzione non seriale, non automatizzata, di un violino o di un pianoforte, ne garantisce così la natura individuale che ben si sposa con l’irripetibile unicità di ogni musicista: finché non li cloneranno industrialmente, i violinisti e i pianisti verranno fuori uno diverso dall’altro.

Esattamente come gli strumenti creati dai liutai. Liutaio, questo nome antico, musicale, tetravocalico, profumato, non abusato, derivato dall’arabo legno (’ud), imparentato con il suono degli aggettivi lieto e lieve, con il ljub che è la radice di amore in russo, e dotato di cordiale leggerezza; liutaio profumato di abetaie e di lune.

Professione rara e ardua, dove chi emerge, anche oggi, diventa un nome inconfondibile, come gli Stradivari e i Guarneri del Gesù, i Guadagnini e i Goffriller di un tempo.

Professione prodigiosa anche perché produce gli strumenti umani in assoluto più longevi: altro che le vite decennali o ventennali delle automobili e dei frigoriferi, i violini attraversano i secoli e volano violando le regole della vecchiezza. Vivi, appunto, miracolosamente vitali, voci dalle mille vite, come il legno che li innerva.

Un patrimonio di cultura materiale che regge, grazie appunto a chi li costruisce anche oggi, a Cremona e non solo, seguendo le corde della tradizione ma senza smettere di cercare nuove efficaci soluzioni e perfezioni.

Smaterializzandosi nei file digitali e negli auricolari, di fatto dissolvendosi in un concetto pressoché virtuale, di fruizione ubiquitaria, la musica tende a diventare, soprattutto tra le giovani generazioni di ascoltatori, un sottofondo permanente più che un confronto fisico, acustico, psichico, con un’opera sonora materialmente prodotta.

La musica dal vivo rimane dunque un presidio irrinunciabile se non si vuole smarrire la funzione originaria del «musicare»: scrivere una partitura che possa essere eseguita da alcuni esseri umani (da uno a più di cento insieme) per altri esseri umani (da uno a più di centomila). Quindi, una comunicazione interpersonale.

La complicità originale tra il liutista e il liutaio (e viceversa), tra chi tocca le corde e le anime dei legni e chi costruisce le casse che al suono donano vita, è la migliore garanzia per la sopravvivenza della musica, di ogni genere ma in particolare di quel mondo delicato e cagionevole che è la classica. Dove la ripetizione non annulla la ricerca, la tradizione non uccide l’innovazione.

Patrimonio dell’Unesco come le Dolomiti, la liuteria - finché esisterà - ci darà la prova che il computer non può diventare Monteverdi e che le mani restano ciò che, nel bene e nel male, rendono gli esseri umani dei mammiferi specialissimi, vocati a creare il bello, con la lentezza dovuta alla bellezza. I liutai e i musicisti in prima fila.

E quando se ne va uno di loro, come il geniale Luca Primon (nella foto), sembra davvero che l’arte sia diventata più povera e i violini più tristi. E invece quel violoncello che l’ha salutato, alla cerimonia dell’addio, ha riempito la chiesa con la forza misteriosa di una voce quasi umana o forse sovrumana. E viva.
Profonda, splendente. Viva.

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