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L'arte di applaudire e la liturgia del bis

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C’è chi proprio non li fa, non li dà, non gli va. Chi fa il minimo sindacale, per cui accorcia il concerto di quelle tre canzoni che sono il bis il tris e il quater da contratto, senza commuoversi per le richieste invocate dai fan in sala: vedi i Baustelle domenica 5 marzo all’auditorium. Intelligenti, brillanti ma tiepidi come sogliole al vapore, i tre B (Bianconi Bastreghi Brasini)  eseguono il loro compito in un tripudio di tastiere ma l’empatia è ridotta. Di fronte all’incidente audio che inceppa il concerto, Francesco dice: amo questi momenti, e tu spettatore ti aspetti a quel punto la confidenza, la battuta, il sospiro, il segreto, il fuori riga. Niente, silenzio pneumatico (mistico, certo, alla Baustelle), fino al pezzo successivo.

C’è chi di bis ne fa uno, e uno e basta, crollasse la sala, si spellassero le mani gli spettatori, piangesse disperato il bambino in prima fila: fenomeni che peraltro raramente accadono, a Trento. Il pubblico della classica, quassù, sia alla Haydn sia alla Filarmonica, è di norma freddino, parco, sobrio, parsimonioso nei battimani: e il peggio è lo scatto in piedi dei già sazi di musica all’indossare i cappotti i giubbotti i manicotti per dileguarsi nella notte, per evitare il rischio di un eccesso di bis, mentre ancora gli artisti vengono richiamati in scena dalla minoranza calda e plaudente del pubblico.

E non è detto che i più grandi concertisti siano i più avari, anzi: l’immenso Sokolov, l’ultima volta in via Verdi, ne ha concessi sei, un set di emozioni extra e gratis. Ovazione: sia pure accolta dal maestro senza mezzo sorriso. Come un dovere.

C’è invece chi ti fa capire che è stanchissimo per il  programma già eseguito: l’occhio è spento, la traspirazione brilla sul labbro e sul sopracciglio, il ciuffo cade esausto sulla fronte madida, che maleducato che sei a insistere con quell’applauso.

C’è invece la violinista giovanissima famosissima bellissima e bravissima che te ne spara tre di fila senza neppure una goccia, un millilitro di sudore, e senza che tu debba neppure insistere con il battimani. Troppa grazia, sua grazia: grazie. E te ne esci che ti pare quasi di non essertelo meritato, il tris di bis.

C’è chi gentilmente - e magari ancora più gentilmente nella lingua della città che li ospita - ti annuncia il titolo del bis ma toglie la soddisfazione di indovinarlo ai più colti.

C’è chi lo dice, ma sottovoce e in inglese con accento baltico, per cui solo le prime due file intendono e gli altri si arrangiano.

C’è chi ne fa cinque in rapida sequenza e non dice che cosa sono: così se ti resta la curiosità di sapere che cos’era quel pezzo strano, uno deve andare a leggersi la recensione sul giornale. E così ci salva l’antica arte, in via di estinzione, del critico musicale.

C’è infine il pianista sadico, che non ti dice che cosa eseguirà e sceglie un pezzo popolare bulgaro trascritto da un musicologo sanscrito e arrangiato da un compositore groenlandese: il pezzo è bellissimo ma il nome dell’autore non lo confiderà a nessuno, neppure sotto tortura. Resterà un milite ignoto.

La generosità nei fuori programma può essere anche un’arma a doppio taglio. Come dimostra la recensione (di Michele Curnis su Gb Opera) di un concerto di Uto Ughi: «Alla fine cade una grandinata di bis - piuttosto prevedibili anch’essi, pur nell’eterogeneità degli stili e delle epoche - che nella fattispecie di Mito 2013 sono una Polonaise di Henryk Wieniawski, una danzante Vida breve di Manuel De Falla, un tango di Astor Piazzolla, e per quarto il bis dei bis, il «passaggio al limite» del funambolismo violinistico, il nec plus ultra dell’esibizione, nonché del Kitsch musicale ottocentesco-italiano come La ronde des lutins (La ridda dei folletti) di Antonio Bazzini (forse di peggio c’è soltanto il Gran ballo Excelsior …)».

Ma perché - mi sussurra un amico all’ultimo concerto della Haydn - solo intorno ai bis si crea quest’aria di frizzante mistero? Perché non si potrebbero lanciare i concerti con programma a sorpresa? Uno va, compra il biglietto, si fida di Volmer mister Haydn o di Beatrice Rana o di Stefan Milenkovic e si gode tutto il concerto «al buio» cercando di indovinare le composizioni eseguite, il cui elenco sarà reso noto alla fine della serata, in un trionfo di «ma va’?», «ohhh», «l’avevo detto io»... Forse si conquisterebbe nuovo pubblico, curioso e più caldo dei soliti noti. Abituati. Annoiati. Tiepidamente plaudenti.
Nonostante i bis.

Anche se c’è chi il bis («encore» per gli inglesi, «rappel» per i francesi), lo svaluta a dessert ininfluente: «Non sono un bis, non sono un budino, sono il piatto principale», protestava lo scrittore Joseph Roth quando si sentiva un genio incompreso. Bravo, bene, bis.

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