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Quando fu trovata la tomba di Hofer

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Era l’autunno del 1822 e truppe austriache mandate a presidiare il Napoletano dove erano scoppiati moti carbonari ricevettero l’ordine di rientrare nei loro quartieri. Fra questi reparti c’erano due battaglioni di Cacciatori Tirolesi che giunsero nella città fortezza di Mantova l’8 gennaio del 1823. La sera successiva alcuni ufficiali cenarono all’albergo del Riccio. Durante il pasto il tenente Giorgio Hauger si lamentò perché i suoi impegni di servizio non gli avevano permesso di visitare il luogo di sepoltura di Andreas Hofer. La discussione che seguì si concluse con la decisione di esumare le ossa dell’eroe e di riportarle in patria per una sepoltura decorosa, visto che il governo aveva trascurato di adempiere questo suo dovere. Il tenente Hauger si assunse il compito di organizzare l’impresa; si recò in caserma, svegliò una decina di Cacciatori, il chirurgo del battaglione e il drappello si presentò a bussare alla porta della canonica per svegliare il parroco che avrebbe dovuto accompagnarli al cimitero. E’ documento che l’arciprete don Antonio Bianchi aprì subito la porta della canonica e si trovò di fonte ad un drappello di soldati che entrarono nell’edificio mentre un militare si fermava sulla porta. Di sentinella. E’ facile intuire come quello svegliarsi di notte per un imperioso battere sull’uscio e trovarsi nella luce delle torce un drappello di Cacciatori armati, incutesse un comprensibile spavento.

Il tenente Hauger espresse il desiderio di visitare la tomba del compatriota. Il parroco ritenne suo dovere accompagnare i militari al muro dov’era infissa la lapide ricordo della tragica fucilazione. Ma gli ufficiali avevano deciso di riesumare i resti di Hofer e don Bianchi rispose che il terreno ghiacciato avrebbe certamente ostacolato il lavoro di scavo, osservando che però non si sarebbe potuta eseguire un’operazione simile senza una specifica autorizzazione dell’ufficio sanitario. A questo diniego gli ufficiali, “con tono imperioso e autoritario” come riferiscono le cronache dell’epoca, cercarono di indurre il sacerdote ad accondiscendere alla richiesta ed aggiunsero che il terreno poteva essere smosso con picconi da prelevarsi nel magazzino della cittadella. Il parroco, null’altro potendo fare, pretese che al disseppellimento fossero presenti come testimoni, nel timore di guai futuri, due suoi vicini di casa.
I soldati buttano giù dalla branda il magazziniere della cittadella, prendono i picconi, le lanterne necessarie ad illuminare l’opera di sterro nella notte ormai profonda. L’attività dei fossori procedeva ormai da oltre un’ora senza che si fosse potuta trovare l’esatta posizione della bara, come del resto era prevedibile, dato che nessuno, con l’avvenuto spostamento del cimitero, conosceva l’ubicazione della sepoltura. Visto che le fatiche dei soldati si protraevano inutilmente, Giuseppe Turrina uno dei testimoni portati dal prete suggerì di andare a chiamare Giuseppe Iori detto Fava il quale era l’unica persona in grado di fornire indicazioni sul punto esatto della tumulazione. Allora il tenente Hauger, seguito dal Turrina, dal parroco e da un drappello di militari andò a bussare alla porta dello Iori. Era passata la mezzanotte, si può intuire che quel battere fu energico e lo spavento dell’uomo davvero notevole. E’ certo che Giuseppe Iori fu in grado di indicare il punto della fossa. Non aveva visto la fucilazione, ma sapeva dove Hofer era stato sepolto. Allora il lavoro riprese con lena e dopo 45 minuti i Cacciatori trovarono i resti.
Deve essere stato un momento di sincera emozione e Hauger nel suo rapporto scrisse: “In mezzo alla commozione dei presenti vennero raccolte le ossa e riposte entro fazzoletti per essere consegnate al medico chirurgo del reggimento”. La fossa venne rinchiusa e “prima di allontanarsi gli ufficiali pretesero di avere dal parroco una dichiarazione in latino a conferma che le ossa erano effettivamente quelle di Hofer. Ma data l’ora tarda, il parroco promise che l’attestato lo avrebbe preparato per la mattina seguente”.
Era l’alba del 10 gennaio quando il secondo battaglione di Cacciatori Tirolesi, preceduto dalla banda reggimentale e dalle bandiere si mise in marcia per attraversare in parata la cittadella e i soldati resero omaggio alla fossa dove era stato sepolto il loro compatriotta mentre Marko, il chirurgo militare, si presentò alla canonica. Don Bianchi era ancor a letto e, probabilmente, molto frastornato dalla davvero insolita notte, per giunta preoccupato per le possibili conseguenze di quella vicenda. Si trovò davanti il chirurgo che voleva l’attestato di autenticità delle ossa prelevate senza consegnare il promesso permesso all’esumazione che, firmato dal comando militare, avrebbe sollevato il sacerdote dalle possibili conseguenze. Il rapporto del tenente Hauger si conclude raccontando il battaglione che lascia Mantova “in marcia alla volta del Tirolo fiero di potersene tornare in patria con le spoglie del capo dell’insurrezione del 1809”.

Il 17 gennaio il battaglione arrivò a Trento con i resti di Hofer e nell’ospedale militare “il capo chirurgo Marko ricostruì con fili metallici lo scheletro dell’Hofer”. E’ documentato che “la notizia del recupero della salma era stata data in via ufficiosa al comando militare di Innsbruck” che rimase ignorata fino a quando la nuova bara nella quale vennero collocati i resti, “scortata da sette Cacciatori partì il 12 febbraio alla volta di Innsbruck per essere collocata provvisoriamente nel convento dei Serviti fra la commozione generale della popolazione” che ricordava benissimo le vicende dell’ Anno Nove.
Il giornale Messaggere Tirolese stampato a Rovereto scrisse che il governo era rimasto “sorpreso” dall’arrivo della salma, soprattutto dalla corale, enorme partecipazione popolare. Decretò le esequie solenni per il 21 febbraio, dunque un giorno dopo l’anniversario della fucilazione e sul giornale si legge la cronaca della solenne tumulazione di “Andreas nobile de Hofer a suo tempo comandante in capo della difesa del Tirolo. I resti venerabili di un amico della patria che cadde vittima per l’amato suo principe e per la sua patria riposano ora nella imperiale e regia chiesa di corte di Santa Croce”.

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