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Quando in via Romagnosi fallì l’attentato alla stazione di Trento

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Ci sono due epoche nella storia degli attentati firmati dai partigiani sudtirolesi. Una prima pensata, organizzata, condotta da contadini, boscaioli, falegnami o sarti del territorio compreso fra Salorno e il Brennero e quella – crudele e assassina – pilotata da rimasugli neonazisti d’Austria e Germania, dettata da nostalgie pangermaniste, da quanti volevano creare nuove tensioni cercando pronunciamenti politici, persino da residuati dell’Oas il braccio armato dell’organizzazione segreta francese creata nel febbraio del 1961 per destabilizzare la Francia alle prese con la questione dell’ indipendenza algerina per taluni aspetti simile alla questione altoatesina.

Si legge sulla “Presse” di Vienna: «La notte sudtirolese [dell’11 giugno] fa ricordare un’altra notte, un’altra tragedia di ben maggiori proporzioni: la notte del primo novembre 1954 in Algeria, quando con una simile serie di attentati ha avuto inizio la sporca guerra che dura già da sette anni». E sempre a Vienna un altro quotidiano , il “Neues Osterreich” scrisse, suscitando le proteste della diplomazia romana:  «Un’ondata di azioni ben dirette ha dato il segnale della resistenza per non dire della rivolta ed un manifestino, che rievoca le non ancora svanite tradizioni dell’anno 1809 non lascia alcun dubbio sull’origine e sullo scopo del segnale».
 
Terrorismo sudtirolese, terrorismo nazista. In questo ultimo pantano pensò di intrufolarsi anche il ricchissimo editore milanese Giangiacomo Feltrinelli – il Giangi per gli amici molto ma molto snob – che voleva portare con la guerriglia, il comunismo cubano o giù di lì, in Italia. Si recò ad Egna, incontrò un gruppo di personaggi della sinistra democratica, domandò di essere messo in contatto con gli autori degli attentati lasciando tutti trasecolati, soprattutto l’avvocato Sandro Canestrini legale di parte civile nel processo celebrato a Trento con imputati quei carabinieri accusati di aver picchiato i tirolesi arrestati che dalle carceri di Bolzano, Trento e Verona lo avevano indicato come patrono.

Era stato il giornalista Piero Agostini a raccontare i due periodi. «Convincere un sarto sudtirolese della necessità di diventare Andreas Hofer non doveva essere stato molto difficile all’inizio degli anni Sessanta nel pieno di una crisi irreversibile dell’autonomia e nell’angusta dimensione politica e culturale  del Sudtirolo di allora». Forse era verso, forse bastava invitarlo nelle birrerie di Innsbruck «per persuadere quel sarto, o quel falegname o quello Schutze o quel contadino che la sua somiglianza con l’eroe tirolese era perfetta. Bastava spiegarli che centocinquanta anni fa Andreas Hofer aveva concluso con il Sacro Cuore il patto religioso in una delle ore più gravi della storia della Patria» per convincerlo che la lotta armata era la cosa giusta.

Nel 1961 come nel 1809. In più c’era la raccomandazione, ma è meglio definirla obbligo, di risparmiare vite umane nel distruggere le opere italiane: i tralicci dell’alta tensione che portavano via dal Sudtirolo l’oro bianco e le case popolari segno dell’arrivo dei “taliani”. Quanti invece calavano da oltre Brennero rappresentavano la violenza, l’assassinio. Erano avventurieri e come tali si comportarono.

Mentre gli uomini della prima ondata vennero arrestati, picchiati, processati, incarcerati o costretti alla clandestinità correndo tutti i rischi tipici di quell’avventura, gli altri, pur avendo disseminato l’Alto Adige di morti, trovarono protezione, rifugio, quattrini subito al di là del Brennero. E chissà quanti di loro furono assoldati da quei foschi personaggi che in Italia si preparavano all’epoca del terrore. Se i sudtirolesi costrinsero Roma e Vienna, Bolzano ed Innsbruck ad aprire un negoziato, gli altri lo hanno sistematicamente boicottato. Fallendo, per fortuna di tutti.

È il 9 settembre del 1961, tre mesi dopo la Notte dei Fuochi. A Trento, in via Romagnosi arriva un  commando di quattro uomini organizzati e spediti in Italia dai circoli pangermanisti della Baviera. È sabato, è sera, sotto Torre Verde una Volkswagen con targa tedesca svolta – all’epoca la viabilità nella zona attorno al rione di San Martino era molto diversa dall’attuale -, si ode un’esplosione, l’auto sbanda e si ferma al ridosso della caserma della Guardia di Finanza. Il guidatore scende dall’auto, barcolla, si siede per terra mentre arrivano una dopo l’altra tre automezzi dei carabinieri. Vedendo le uniformi il conducente della Volkswagen si mette a piangere mentre viene ammanettato e il capitano Federico Marzollo, comandante del nucleo di “giudiziaria” dell’Arma scarica una dopo l’altra quattro valige. Fa arretrare la folla accorsa da via San Martino, via del Suffragio, si china sulla prima valigia e la apre. È piena di molotov, bottiglie  colme di benzina collegate a congegni a tempo. L’ufficiale apre anche le altre valige, disinnesca i congegni di scoppio e quando arriva l’artificiere consegna tutto il micidiale carico reso inoffensivo. Al cronista che gli domanda chi gliel’ha fatto fare a correre un grosso rischio risponde: «Mi sarebbe seccato se avessimo fatto aprire le valige da un artificiere per trovare mutandine da donna».

I quattro arrestati, processati sconteranno qualche anno di galera, appena ripresi dallo shock confessano, raccontano. L’obbiettivo era il deposito bagagli della stazione ferroviaria dove già era esplosa una valigia piena di esplosivo; nell’auto uno dei quattro maldestri terroristi, stava armeggiando con un detonatore. Che era esploso senza innescare, fortunatamente, la micidiale santabarbara.

Dopo la notte dell’ 11 giugno, quella del Sacro Cuore, quella dei “fuochi” le valige disinnescate il 9 settembre sono il primo successo dell’antiterrorismo che coincide con il cambio di strategia. Agli Schutzen del Sudtirolo si sostituiscono personaggi che vogliono con la “sporca guerra”, una destabilizzazione e proprio in quel periodo si cominciano a diffondere voci e sospetti su maltrattamenti, ma meglio dire violenze, sule persone arrestate in odore di terrorismo. E in una seduta del consiglio regionale Hans Dietel esponente della Svp mostrerà una camicia strappata e macula di sangue. Affermerà che era indossata da un sudtirolese bastonato a sangue durante un interrogatorio.

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