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Quella Corona di Spine nella sfilata di Innsbruck

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«Quando le zolle caddero sulla bara di Franz Innerhofer, la tomba si chiuse anche sulle speranze che il nostro popolo potesse attendersi un destino sopportabile sotto la dominazione italiana». Ricostruendo la morte per rivoltella fascista nel 1921 del maestro di Marlengo, questa frase venne scritta da Eduard Reut Nicolussi il deputato sudtirolese che nel settembre del 1945 avanzò al Consiglio dei ministri degli esteri delle potenze vittoriose la richiesta di inserimento nel trattato di pace con l’Italia una norma che subordinasse il futuro politico dell’Alto Adige all’esito di un plebiscito.

Ricordò ad Alcide Degasperi, divenuto presidente del Consiglio, un pensiero ricorrente: quel negare l’interesse militare e strategico dell’Italia per il passo e le impervie montagne del Brennero. Ma era stato Stalin a consegnare all’Italia il conteso confine. Il dittatore sovietico era stato deluso del risultato elettorale del partito comunista austriaco; possiamo anche pensare a qualche pressione di Palmiro Togliatti, visto che nel Pci militavano migliaia di ex combattenti della Grande Guerra. Già in ansia per Trieste, la Venezia Giulia, le armata di Tito accampate sulla sponda est dell’Isonzo, non avrebbero sopportato il “trasferimento” dell’Alto Adige all’Austria e i giornali dell’ epoca intitolavano quel “Giù le mani dal Brennero” che la politica nazionale non poteva ignorare anche perché cominciava l’ epoca della “guerra fredda”.

Poteva, da un momento all’altro, diventare atomica; si vedeva nel Brennero un baluardo naturale ai carri armati del Patto di Varsavia e così si riaprivano le fortificazioni volute da Benito Mussolini ben sapendo che in caso di guerra le armate sovietiche sarebbero piombate su Torino in pochi giorni.

Il confine rimase agli italiani. Ci fu uno scossone nel 1953 quando il primo ministro Giuseppe Pella propose un plebiscito per Trieste. In Parlamento – ma la sua fu l’unica voce – il giornalista, direttore del Dolomiten e deputato per la Svp Toni Ebner chiese la stessa cosa per i sudtirolesi. Anche il deputato Otto von Guggenberg, già segretario e poi presidente della Svp affermò il diritto all’autodecisione. Voci nel deserto: quello che appariva naturale per Trieste non aveva cittadinanza da Salorno al Brennero e per gli studenti di Brescia coetanei di quelli che, nelle ore di passione per la Campane di San Giusto avevano tirato con la fionda sui soldati inglesi, e i soldati di Sua Maestà avevano sparato con i Lee Enfield MK1, l’italico confine era alla Vetta d’Italia. E basta.

Restava nella memoria un articolo del quotidiano Il Popolo d’Italia che raccontando la “domenica di sangue” e l’uccisione di Franz Innerhofer aveva scritto: «In Italia ci sono più di centomila fascisti pronti a distruggere e cancellare il Sudtirolo piuttosto che consentire che sia ammainato il Tricolore che sventola sulla Vetta d’ Italia».
Ecco il Brennero divenire la più acuminata fra le molte spine forgiate dal “fabbro della libertà” che attorno ad Innsbruck ha ideato la famosa, gigantesca, discussa Corona di Spine portata a spalle dagli Schutzen. Doveva significare il dolore. Comparve nella capitale del Tirolo nel 175esimo anniversario della fucilazione a Mantova di Andreas Hofer.

Quel giorno oltre venticinquemila donne e uomini avevano voluto festeggiare un’importante e sentita ricorrenza patriottica. Diversi i pensieri allo sfilare della Corona, entrata comunque nella storia del Tirolo. Nel 1985 la presenza – o secondo le scuole di pensiero, l’occupazione – del Sudtirolo dell’autonomia speciale era ben diversa da quella dell’epoca fascista. Con una certezza: la minoranza sudtirolese è la meglio tutelata d’Europa ma in quell’epoca era forte la voglia di autodecisione.

Silvius Magnago disse: «Quella corona non l’abbiamo né inventata né voluta» guardando quel simbolo dal palco dove c’erano il capo dello Stato austriaco, parlamentari, prelati. Non c’era Josef Gargitter, vescovo di Bolzano e Bressanone. Aveva scelto una minuscola località dell’Alto Adige per una messa con i fedeli di lingua tedesca. Ancora pochi anni. Poi il Brennero diventerà, nel verbo di Magnago, quel sottile filo di seta che ormai non divide più l’Austria dall’Italia.

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