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Lo stradino Postal, prima vittima di una stagione di angosce

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Era il marzo del 1961 quando Giovanni Postal, classe 1895, nato e residente a Grumo, stradino dell’Anas, vide incollati sulla baracca deposito attrezzi collocata lungo la statale del Brennero fra Cadino e Salorno alcuni manifesti firmati BAS, il Befreiungsausschuss Südtirol, il Comitato per la liberazione del Sudtirolo, fondato da Sepp Kerschbaumer, commerciante di Frangart, minuscolo e bellissimo borgo situato lungo la Strada del Vino, e da Luis Amplatz giovanissimo agricoltore di Bolzano.

Inneggiavano al Sudtirolo, all’autoderminazione, al distacco dall’Italia, al congiungimento con l’Austria. Postal che come ogni giorno percorreva in bicicletta il tratto di statale di sua competenza, controllando caditoie, cunette, rimuovendo erbacce ed eventuali inciampi, li vide, li staccò con cura, li portò dai carabinieri, ricevendo elogi e strette di mano e poche ore dopo venne fotografato e intervistato dai cronisti dei giornali L’Adige, Alto Adige, Il Gazzettino.

Un momento di notorietà davvero raro in quell’epoca che vedeva la cronaca ridotta all’essenziale e le fotografie un’eccezionalità.
Così, in quella tragica mattina successiva alla notte di terrore, quando scorse un involucro attaccato ad un palo di legno che tranciato dall’esplosione avrebbe dovuto diventare una sbarra attraverso lo stradone a segnare il nuovo e atteso confine fra il Tirolo e l’Italia, non esitò.

Sceso dalla bicicletta, lo staccò, forse lo girò e un frammento di brace rimasto nella miccia che non s’era del tutto spenta, toccò l’esplosivo e quella fu l’ultima deflagrazione della Notte dei Fuochi e Postal la prima vittima di una lunga stagione di angosce. Il suo gesto venne onorato con la Medaglia d’Oro al valor civile. Il presidente del consiglio dell’epoca omaggiò la vedova con un cesto di rose bianche; una lapide – poi spostata quando si rettificò quel tratto di statale – ricorda quella tragedia e la morte di un uomo caduto eseguendo il suo dovere.

Quanti fondarono il BAS decidendo di preparare attentati per la libertà del Sudtirolo, avevano preso una decisione. Se era necessario compiere attentati, si doveva rispettare ad ogni costo la vita umana e, secondo le testimonianze, Georg Klotz, il fabbro della Val Passiria, fu quello che più di altri volle evitare spargimenti di sangue. Fra i congiurati c’era chi voleva compiere solo attentati dimostrativi: facendo saltare qua e là i tralicci della corrente elettrica, si doveva focalizzare l’opinione pubblica sulle vicende del territorio fra Salorno e il Brennero.

Ma quella era anche l’epoca di Cipro che si ribellava agli inglese e dell’Algeria che voleva l’indipendenza dalla Francia. C’era stata la guerra di Corea, quella “fredda” era sul punto di diventare atomica con la Russia e l’America che si fronteggiavano nel cuore di Berlino, si capiva che per ottenere la libertà si doveva combattere, soprattutto ci doveva essere un’azione clamorosa. Nel libro “Georg Klotz, una vita per l’unità del Tirolo” si legge (p.77): «Con mezze misure e con un impegno ridotto, la meta non sarebbe stata mai raggiunta. Avrebbe dovuto esserci una regolare notte dei fuochi con dozzine di tralicci dell’alta tensione abbattuti contemporaneamente. La corrente elettrica rappresentava l’oro bianco del Sudtirolo destinato alle metropoli industriali dell’Italia settentrionale… sarebbe stata una chiara risposta al vergognoso sfruttamento del più naturale capitale sudtirolese, cioè l’energia idroelettrica», concetto questo decisamente e ovviamente opinabile.

Era il 1959, l’Italia era alle prese con l’inizio del boom economico; i problemi tirolesi – quelli veri, falsi, presunti a seconda delle molte scuole di pensiero – erano molto lontani dalle urgenze degli italiani e nel giornalismo solo Indro Montanelli, dalle pagine del Corriere della Sera poteva affrontare il tema dell’autoderminazione scrivendo «che proprio nel momento in cui l’Inghilterra si accinge ad abbandonare Cipro» noi abbiamo «la nostra ridicola, assurda pretesa di trattare la questione sudtirolese come un problema esclusivamente italiano».

Insomma c’era il rischio di trasformare il Sudtirolo «in una piccola Algeria europea, un’aiuola di odio nazionalista». Come puntualmente e violentemente avvenne.

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