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Nel Tirolo in fiamme si difende la Heimat

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È il 1809, Il Tirolo è in fiamme e il monte Isel, il celebre Berg Isel, è teatro di scontri fra i guerriglieri che, come si legge nella Istoria di Girolamo Andreis testimone di quegli avvenimenti, «appiattati sui monti» assaltano francesi e bavaresi.  

Le vicende sui campi di battaglia mutano in fretta. Dall’alta val Pusteria, forse da Schabs, arriva un drappello di dragoni del reggimento Hohenzollern e allora i tirolesi risbucano dai boschi e con raddoppiato coraggio – come si legge nelle cronache dell’epoca – «tornavano ad assalire sia i bavaresi che i napoleoniani. Grave e micidiale fu la pugna, che» lo scrive sempre l’Andreis «non era dell’umano poter il continuare più oltre» imponendo una tregua e costringendo francesi e bavaresi ritirarsi su Sterzing.

Deve essere stata una ritirata costellata da scontri furiosi compiuta «sotto una pioggia di piombate che fulminavano orrendamente i franco-bavari, portando il terrore e la morte nelle loro file». Il ripiegamento è difficile, i tirolesi hanno una mira infallibile, i boschi sono il loro rifugio. Finalmente l’avanguardia della colonna che si ritira è in vista di Sterzing quando «giungeva la gente delle giurisdizioni di Sarenthal e di Passiria guidate da Andreas Hofer». Dalle note di Girolamo Andreis si capisce che l’arrivo dei partigiani di Hofer ha un qualche cosa di magico. «Questi montanari, che con accelerati passi avevano varcato i monti di Saufen, cooperavano non solo a peggiorare lo strazio dei fuggenti» ma tagliavano alla colonna di bavaresi e francesi la strada per Sterzing.

Cala finalmente la notte, il buio impone la tregua, si accendono i fuochi dei bivacchi, quelli dei tirolesi punteggiano le radure. Francesi e bavaresi si accorgono di essere accerchiati dall’esercito contadino e decidono di ritirarsi ad Innsbruck. Il ripiegamento si blocca a poche miglia da Gossensass (oggi Colle Isarco) di fronte ad un torrente in piena che qua e là straripa e i soldati sono bersagliati «da archibugiate e piombate che imperversano con un infernale operosità». Francesi e bavaresi non vogliono arrendersi «per un fallace sentimento d’onore», lo scontro continua, la guerra rustica si arricchisce di un particolare escogitato da «certo Gogol» proveniente, forse, dalla val Passiria. Si caricano con il fieno tre grandi carri. Sopra e attorno a quei ripari si stringono tiratori tirolesi armati di archibugi e i carri vengono fatti rotolare sulle postazione dei cannoni. Ecco cosa avvenne, secondo il racconto di Andreis. I carri con il loro carico di fieno sono addosso ai cannoni e da quelle improvvisate trincee i tirolesi colpiscono i serventi.

Ma ecco comparire sulla scena una giovane donna che, attaccati due cavalli ad un carro, li sferza verso i cannoni. «Secondo quanto fu raccontato, l’animosa fanciulla grida, ad ogni cannonata sono ancora in vita. Animo! Non temiamo i colpi di questi maccheroni di bavaresi» che sotto il tiro degli archibugi o muoiono o fuggono. Dal racconto si capisce che bavaresi e francesi avevano, secondo le teorie militari dell’epoca, fatto quadrato. Sono quattrocento soldati con dieci ufficiali. Resistono bravamente alla furia degli assalitori «i quali all’arte difettosa del guerreggiare, alla mancanza delle artiglierie e di un esperto condottiero, sostituivano il coraggio, la rabbia e il valore» e l’esempio galvanizzante di quella giovane donna, una delle tante tirolese ad impugnare la armi.

Di certo «l’eroismo della giovane servì di potentissimo esempio ad altre donne tirolesi, che nel corso della sollevazione pugnarono con animo veramente virile». Aggiunge l’Andreis: «Ed è ben degno d’essere mandati [questi episodi] alla posterità, affinché sappia il mondo che anche il Tirolo ebbe nell’anno 1809 le sue eroine, come nell’anno medesimo esaltava la Spagna la sua Agostina di Saragozza» la Agustina Raimunda Maria Saragossa che nella guerra di indipendenza spagnola da sola manovrò un cannone contro i francesi. Fallì un tentativo di inviare una pattuglia di bavaresi travestiti da tirolesi ad incendiare alcuni fienili.

Fallì anche nella zona di Vandoies – era l’estate del 1964, epoca della guerra dei tralicci – una provocatoria puntata del Sifar, il servizio segreto delle forze amate creato nel 1949, negli anni più aspri della guerra fredda. Un episodio sul quale indagò la magistratura; ampiamente pubblicato nel marzo del 1990 dai giornali Alto Adige e l’Adige, con un puntuale articolo del giornalista Sandro Moser: intervistò il comandante della pattuglia dell’Esercito che catturò gli uomini del Sifar. Ecco un riassunto di un articolo sull’episodio. Una pattuglia di incursori dell’esercito vide «due uomini vestiti alla montanara che armeggiavano alla base di cemento di un traliccio dell’alta tensione. Il comandante della pattuglia intimò mani in alto mentre i militari puntavano le carabine. Siamo dei vostri, non sparate, urlò uno dei due… erano armati con pistola Beretta mod. 34, avevano uno zaino parzialmente ricolmo di cilindretti di tritolo, miccia lenta e rapida combustione, detonatori, materiale di fabbricazione estera. Stranamente non venne trovata la pinza detta nel gergo degli artificieri taglia e strozza. Avevano entrambi il documento del Sifar con la scritta che invitava chiunque a dare assistenza, a norma di legge, ai possessori del medesimo: i nomi erano improbabili, Silvano Caputo e Franz Rossi. Due basi del traliccio erano minate con candelotti fissati con nastro adesivo, ma non ancora muniti di detonatore».

L’ufficiale che comandava gli incursori chiese  se stessere minando o sminando il traliccio e uno dei due rispose: «Signor capitano, non posso dirle nulla, faccia quello che crede ma stia attento a quello che fa». Vennero ammanettati e legati con catenelle ai sedili degli automezzi in dotazione al reparto per essere trasferiti al comando del IV Corpo d’Armata ma alla prima periferia di Bolzano gli automezzi dell’Esercito vennero bloccati ad un posto di blocco e uomini del Sifar presero in consegna i colleghi catturati ai piedi del traliccio.  

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