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L'eredità di Andreas Hofer

da Bonaparte a Francesco Giuseppe

 

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Andreas Hofer e il Tirolo nell’anno 1809. «Io intendo di memorare i fatti più meravigliosi della nazione tirolese aventi una stretta connessione colla guerra riaccesa fra l’Austria e la Francia nell’ anno 1809, che fra le molte in quel volger d’anni guerreggiate, fu pel Tirolo la più fatale e terribile, ma non meno gloriosa per la Nazione tirolese».

Queste le prime righe del libro intitolato “Andrea Hoffer o la sollevazione del Tirolo” (e in italiano, appunto, il nome venne trasformato con la doppia F) scritto nel 1818 da un testimone di quegli eventi, Girolamo Andreis da Rovereto e stampato in lingua italiana a Milano nel 1856 dall’editore Giacomo Gnocchi che documenta la storia straordinaria di Andreas Hofer, il personaggio nel cuore dei tirolesi e della guerriglia scatenata da uomini e donne, partigiani nei monti e nelle valli del Tirolo, contro i francesi di Napoleone.

Un simbolo, quello hoferiano, letteralmente esploso nella notte dell’11 giugno 1961 in quella che passata alla storia come “la notte dei fuochi” quando l’eroe nato a San Leonardo in Passiria il 22 novembre 1767 divenne il vessillo della rivolta tirolese contro l’Italia e gli italiani.

Nell’Ottocento, i Tirolesi prendono le armi contro i francesi di Napoleone. E nelle pagine di Andreis c’ è il racconto «di quelle stragi che noi vedemmo, delle uccisioni, delle barbarie, degli incendi e saccheggi commessi nell’infelice provincia del Tirolo» dove «rifulgerà il valore dei tirolesi che si meritarono l’ammirazione universale», storia che verrà ricordata come «la più distinta dei nostri tempi».

A metà del Novecento pattuglie di partigiani – terroristi per alcuni, patrioti per altri – si armano contro la Repubblica italiana nella guerra dei tralicci. Li guida Georg Klotz, anche lui nato in San Leonardo in Passiria l’11 settembre del 1919. Due date: 1809 e 1961. Un unico credo. Difendere la Heimat. In mezzo la tragedia dell’inutile strage che la memoria e la storia ricordano come la Grande Guerra e quello che avvenne dal 1939 al 1945.

Nei sacri nomi di libertà, legalità, fratellanza, a Parigi il 21 febbraio del 1793 si tagliò la testa a Luigi XVI di Borbone affermando solennemente che «la nazione francese rinuncia ad intraprendere qualsiasi guerra a scopo di conquista, né impiegherà mai le sue forze contro la libertà di alcun popolo». Lo scandirono alla Costituente l’avvocato giacobino Jèrome Pètion de Villeneuve e Maximilien de Robespierre ribadendo, ovviamente in maniera solenne, che «tutte le nazioni sono libere come noi, e non ci saranno più guerre». Però per raggiungere l’annunciata beatitudine bisognava abbattere altri tiranni e per farlo ci voleva la forza delle armi, mentre per bocca dell’anticlericale Anacharsis Cloots cominciava l’era delle crociate laiche.

Da tempo si sa che le crociate, sia quelle benedette che quelle senza il viatico dell’ aspersorio sono tutte sanguinose, tragiche, disumane. Cloots aveva una certezza. «La sorte del genere umano è nelle mani della Francia. La religione dei Diritti dell’Uomo ispirerà forse meno valore ed entusiasmo della religione dei falsi profeti?» In vero, la sorte dell’Europa si concretizzò in 23 anni di guerre con stragi immani.

Ovunque arrivarono, i francesi introdussero la leva militare obbligatoria, i popoli vennero saccheggiati, le opere d’arte trafugate, le chiese spogliate, i reliquiari e le statue d’oro e d’argento di madonne, santi e vergini fuse per finanziare le armate che marciavano attraverso l’Europa. Solo in Russia, il Corso Bonaparte perse mezzo milione di uomini fra morti e prigionieri. Insomma, la guerra è sempre stata un miraggio nel deserto e dal 1809 in poi anche il Tirolo – come il resto del mondo – è stato coperto di croci.

Un secolo dopo, Benito Mussolini ben prima di diventare Duce del fascismo, aveva dichiarato che l’aggressione che s’andava preparando nel Maggio del 1915, radioso per gli italiani, tragico per i tirolesi, era necessaria per spazzare via per sempre l’Austria, nazione cattolica per eccellenza, quindi reazionaria, che si opponeva al mondo nuovo perché legata ad un rapporto tra l’uomo e Dio. A Mussolini che giornalista a Trento nel 1909 si dichiarava antimilitarista e ateo firmandosi “Vero Eretico” in calce agli articoli su “Il Popolo” in quotidiano socialista diretto da Cesare Battisti e da Ernesta Bittanti, rimarcava il suo disprezzo alla Chiesa e affermava che l’ Imperatore Francesco Giuseppe era il “negatore ostinato” di quei principi arrivati con l’onda della rivoluzione da Parigi.

Eppure nel suo breve ma intenso soggiorno trentino, si era accorto che il vecchio imperatore era più che un sovrano: era un simbolo di un’epoca storica che nel novembre del 1916, il mese della morte di Francesco Giuseppe, si stava chiudendo fra le rovine e i dolori di una guerra che per la prima volta era totale.

Questo lo scrisse nel 1970 Umberto Corsini uno dei maggiori storici dell’ altro secolo, aggiungendo che la monarchia asburgica già lungamente scossa dal moto liberal-costituzionale e nazionale del Risorgimento, turbata continuamente dalla convulsioni sociali dilaganti in tutt’ Europa, aveva saputo resistere e conservarsi grazie al prestigio personale che Francesco Giuseppe, ottantaseienne nell’anno della sua morte (21 novembre 1916, nda) e con un’esperienza di quasi sessantanove anni di regno, godeva in tutti gli strati popolari, anche quelli minuti e campagnoli, presso i popoli del suo vasto impero e in particolare presso quelli di radicata e professata fede cattolica. Circoli conservatori, militari e chiesastici appoggiarono la sua opera fino alla fine della sua vita.

Forse era di maggio. Di certo in Italia regnavano ancora i Savoia quindi era prima del 2 giugno del 1946, il giorno della Repubblica e nel Trentino trionfava l’Asar il movimento popolare per l’autonomia e l’autogoverno della regione da Borghetto al Brennero. In Valsugana, in un maso di Marter, in una stanza vicina alla cucina dominata da una grande stufa con ornamenti d’ottone costantemente lucidati, c’era un quadro che raffigurava sul limitar di una foresta, un branco di cervi dalle corna maestose. Ecco in un giorno che doveva essere di primavera perché già si sentiva il profumo dei prati, la maestosità dei cervi veniva sostituita dall’immagine di un vecchio austero, con la barba sulle guance, la giacca bianca con i bottoni d’oro, attraversata da una fascia colorata, i pantaloni rossi.

Nella cornice erano infilati rametti di pino e tutt’attorno c’erano, in un’aria di festa, molti volti sorridenti. Si festeggiava, ovviamente e dati i tempi in modo clandestino, qualche data significativa per l’imperatore d’Austria; arrivarono da Borgo i Reali Carabinieri, un maresciallo, ed un appuntato con il moschetto a tracolla. Domandarono ad una donna che era arrivata in quel maso da un paese della Lombardia se i padroni della dimora fossero austriacanti e anti italiani. Per sentirsi rispondere un chiaro e solare no. I carabinieri se ne andarono.

Qualche giorno dopo scomparve dal muro vicino all’edificio la scritta «via i teroni da Trent» che era uno dei moti asarini. Era, non fu l’unica, riconoscenza dei fedeli sudditi di Francesco Giuseppe a quella donna che non li aveva traditi.

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