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Storie tragiche di prigionia

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Questa è un capitolo della storia dei reduci trentini che avevano combattuto nell’esercito austro ungarico e a guerra finita erano tornati nei loro paesi, nelle loro case, per essere fatti prigionieri dal Regio Esercito e internati nelle miserie di Isernia. Ma è anche la storia dei soldati italiani catturati nei giorni di Caporetto.

Vennero costretti alla fame perché il Comando Supremo decise di non inviare – attraverso la Svizzera e la Croce Rossa – quel cibo necessario a sopravvivere dignitosamente. Per punirli perché si erano arresi; per evitare che i viveri venissero divisi con i soldati austriaci di guardia – in Italia si sapeva che l’Austria era alla fame – come era accaduto nel Natale del 1917 nel Castello di Salisburgo dove ufficiali italiani avevano condiviso con gli austriaci le derrate arrivate dal Regno attraverso il corridoio di Chiasso.

Storie tragiche di prigionia, venute a galla nel 1919, ma subito censurate e poi cancellate con l’avvento del fascismo.

Si risale al 16 novembre del 1918, la guerra è finita da 12 giorni e a Fiera di Primiero viene affisso un avviso nel quale si invitano – il verbo è proprio questo – «tutte le persone già appartenenti all’esercito austriaco e rientrati alle loro case dopo la ritirata, a presentarsi alle locali autorità militari per essere inviate in Italia».

Si capisce subito che l’invito è un ordine: si devono consegnare al comando di presidio gli ex militari residenti a Imer, Mezzano, Sagron Miss, Siror, Tonadico, Transacqua e Canal San Bovo. Alcuni di loro erano tornati a casa nel pomeriggio del 3 novembre 1918 quando a Innsbruck soldati trentini con la divisa austriaca ma disarmati e prigionieri italiani con logori panni grigioverde ma armati con fucili austriaci, avevano occupato la stazione ferroviaria: volevano un treno per tornare oltre Brennero. Si può immaginare che quanti erano rimasti negli uffici della stazione avessero pochissima voglia di organizzare un convoglio diretto al Sud. Possiamo anche immaginare che la richiesta venne fatta con tono imperioso e con le armi spianate. Di certo non fu facile preparare un treno ma, lo si legge nelle note di Germano Poli che raccolse le testimonianze dei protagonisti di quel convoglio, “finalmente un lunghissimo treno è pronto. Soldati trentini e soldati del Regio Esercito montano sul treno, sono oltre mille e due trenini e due ufficiali italiani salgono sulla locomotiva per sorvegliare macchinista e fuochista”. Il treno viene fermato al Brennero da gendarmi che non sanno che la guerra è finita, si rischia una sparatoria ma, chiarito l’equivoco, il treno riparte, più volte rischia di deragliare lungo la ripida discesa e passata la stazione di Salorno, si ferma per far scendere i trentini con la divisa austriaca che a piedi raggiungeranno i loro paesi in val di Non, in val di Cembra e nel Primiero.

Fra Salorno e  San Michele il treno verrà bloccato dai soldati italiani e i reduci dalla prigionia apprenderanno che la guerra è davvero finita ma che tornati ai loro reparti, dovranno spiegare perché si erano arresi, rendendosi conto che non avevano ricevuto cibo dall’Italia come punizione per aver ceduto le armi. Insomma, aleggiava l’accusa di codardia di fronte al nemico. Quanti italiani morirono di fame e di malattie nei campi di prigionia per quella decisione? Ma nell’euforia della vittoria, anche su questo misfatto calò il sipario.

A Isernia nel Molise finirono 1500 trentini fatti prigionieri a guerra finita, «custoditi come malfattori a soffrire la fame» come si legge nel diario di Luigi Molinari che al momento dello sfaldarsi dell’esercito austro ungarico si trovava in Albania, a Tirana e venne portato in Italia a bordo di una torpediniera della Regia Marina. A Isernia vennero poi concentrati soprattutto quei soldati che, prigionieri dei russi, potevano aver assimilato idee bolsceviche. E’ documento che già il 14 novembre del 1918 il Presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando aveva telegrafato al generale Armando Diaz per imporre una decisione. Ecco il testo: «Io ritengo che il primo atto che formalmente si deve compiere è la dichiarazione di prigionieri di guerra di tutti i militari che già appartenevano all’esercito austro-ungarico, salvo a consentire la liberazione ed il ritorno al domicilio di coloro che appartengono alle terre da noi occupate (nel telegramma il verbo è occupare non liberare, nda) la cui liberazione deve avvenire sotto due condizioni: primo, che sia opportunamente verificata l’appartenenza territoriale suddetta; secondo che l’individuo non risulti per se stesso temibile», cioè ancora di sentimenti austriaci.

Raccontò Giovanni Pistoia di Mezzano che il 2 novembre era partito dalla Boemia ed era tornato a casa. Vivo, felice, anzi «invaso dalla gioia» e che «fa festa» in onore di Vittorio Emanuele re d’Italia. E nel suo diario aggiunge «Ah’ che delusi si doveva restare in poco tempo… arrivò l’ordine che tutti coloro che erano al servizio austriaco dovevano per il giorno 19 [novembre] consegnarsi al comando militare in Fiera di Primiero per essere poi inviati in Italia. Certo che questo non lo si credeva di dover abbandonare ancora le nostre famiglie. Ma l’ordine era chiaro, perciò bisognava obbedire». Finì ad Isernia con altri trentini dove «vennero custoditi come malfattori».

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