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Nasce il Nuovo Trentino di Alcide Degasperi

mentre infuria la spagnola 

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E’ sabato 23 novembre 1918 e a Trento, nel chiosco di legno di piazza delle Opere, oggi piazza Pasi, compare “Il Nuovo Trentino”. La guerra è finita da solo 20 giorni e riaprire un giornale chiuso nel 1915 è il primo segnale di rinascita per un popolo, quello trentino, che alle ore 15 del 3 novembre da austriaco è diventato italiano. Per la forza delle armi, per la gioia di una irrisoria minoranza irredentista, perché il corso della storia ha deciso così.

La prima pagina del quotidiano porta un avviso firmato da Enrico Conci, Alcide Degasperi, Rodolfo Grandi, Guido Gentili ed Emanuele Caneppele. Quell’avviso di presentazione che ovviamente elogia il valore dell’Esercito italiano, diventa un inno contro la guerra, il richiamo degli enormi sacrifici sopportati dal popolo trentino, il ricordo del lavoro dei rappresenti del Trentino al Parlamento di Vienna. Ecco il giornale ripercorrere le ultime due settimane che hanno visto cambiare il volto del Trentino e dell’Europa, con un cenno al saccheggio dei Sai (oggi Sait, ndr) paragonato all’assalto ai forni di manzoniana memoria e all’ipotesi dell’arrivo di truppe di una potenza neutrale – forse soldati spagnoli – in attesa della pace.

C’è anche l’avviso firmato da Armando Diaz, il Capo di Stato maggiore del Regio Esercito a ordinare che tutti i militari dell’Esercito austroungarico “debbono essere denunziati a questo comando, qualora risultino occultati o nascosti o comunque ricoverati in case private ed in pubblici esercizi, allo scopo di sottrarsi all’obbligo  della propria presentazione ai campi di concentramento”. La guerra è finita, l’Impero d’Austria è diventato repubblica,  quello che venne definito “il più potente esercito del mondo” è distrutto, ma restano i campi di concentramento dove, appunto a guerra conclusa, saranno internati moltissimi trentini. Fratelli per l’italica retorica, ma sempre nemici per i militari del Regno. Intanto si inaugura la ripresa del traffico ferroviario fra Ala e Trento. Due convogli al giorno. E il fischio delle locomotive è un senale della pace raggiunta.

Negli ultimi numeri de “Il Risveglio Austriaco” il giornale dell’Imperial e Regia fortezza di Trento, stampati quando a Villa Giusti gli austriaci si arrendevano agli italiani, riportano i necrologi dei morti di “grippe” a segnare, anche nel Trentino, la tragedia della “spagnola” la misteriosa e micidiale epidemia che, con terrificante tempismo, si era abbattuta sull’Europa mentre l’umanità, stremata dall’orrore della guerra, si illudeva di aver superato ogni pericolo e si prepara a riprendersi la vita. C’era stata la peste nera del Trecento, quella raccontata da Alessandro Manzoni, che aveva spazzato via un terzo della popolazione dell’Europa; nell’autunno del 1918 quando si era capito che l’inutile strage dava gli ultimi colpi di coda ecco la “grippe” per i trentini, la “spagnola” per il resto del mondo. Almeno 50, forse 100 milioni di morti contro i 13 milioni di militari e civili uccisi dalla guerra. Ricordo a Trento il prof. Beppino Disertori che aveva studiato gli effetti di quell’epidemia, a confermare che non si sapeva cosa fosse e come si potesse curare, al di là di una certezza: fu micidiale, incontrollabile, responsabile di un’enorme strage.

Alla scienza non restava che ripetere quel “A chi la tocca, la tocca” di manzoniana memoria. Si narrava come a Como, Milano e Brescia i carri della “mortuaria” passassero ogni sera per i rioni a raccogliere i morti; per non deprimere le popolazioni, le campane non suonavano più, i funerali erano cerimonie spicce, i corpi sepolti per lo più in fosse comuni e irrorati con la calce. Ogni settimana nel porto di New York attraccavano le grandi navi inglesi e francesi che riportavano in patria i reduci delle guerra europea: malati, feriti, mutilati. Sulle banchine, colonne di ambulanze, schiere di infermiere, medici, volontari ad accogliere quella massa dolorante. Durante la traversata, l’epidemia aveva decimato i soldati, sepolti nelle acque dell’ Atlantico.

Senza riti di saluto, senza il suono delle sirene delle navi, senza squilli di tromba e trillare di fischietti. Nel silenzio, per non deprimere gli agonizzanti che giacevano in una condizione di semi incoscienza nelle loro cuccette che nessuno riusciva a pulire. Era la coda velenosa e terribile della “inutile strage”.

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