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Grande Guerra: una storia a 100 anni dalla fine/9

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Ecco la storia del “rebalton” raccontata da un testimone, anzi da un protagonista del saccheggio del Sai (oggi Sait, ndr) che nell’ ottobre del 1918 aveva 15 anni e, come tutti i trentini, tanta, tantissima fame. Perché da giorni non c’era da mangiare: Tullio Odorizzi che diventerà avvocato, poi nel 1947 dopo la morte di Gigino Battisti il sindaco della Liberazione, il primo sindaco democristiano di Trento e dal 5 gennaio del 1949 al 3 gennaio del 1961, presidente della Regione. Il suo racconto è nel libro “Sulla Torre del Castello il Tricolore” che narra la fine della Grande Guerra a Trento e quelle ore di angoscia che precedettero l’arrivo delle truppe italiane.

“Si era ragazzi, ma eravamo vissuti per quattro anni in zona di guerra e il nostro spirito si era fatto attento a percepire ogni sintomo. Non ci poteva sfuggire quel movimento a ritroso dei soldati che tornavano disordinatamente dal fronte. Negli ultimissimi giorni di ottobre le strade delle nostre città ne rigurgitavano. Ci colpiva l’aspetto di disordine, di abbandono, di svogliatezza che presentava quella massa sempre più numerosa. Laceri, sporchi, affamati, i soldati giravano a gruppi, a colonne, a branchi. Poi cominciarono a circolare voci di indisciplina: un caporale aveva schiaffeggiato un tenente, i soldati non salutavano più gli ufficiali, molti buttavano i gradi, altri giravano per le osterie e si ubriacavano. Queste cose facevano impressione enorme su quel po’ di popolazione trentina che era rimasta in città e che era formata di vecchi, donne e ragazzi” ed era abituata a vedere il comportamento marziale, sempre corretto, di ufficiali e militari di truppa.

Il primo novembre, verso sera, cominciò il rebalton. I soldati affamati, le donne del popolo, i ragazzi presero d’assalto i magazzini dei viveri. Lì per lì l’ondata fu contenuta e respinta, le masse tenute a freno ma poi ciò non fu più possibile; io scappai da casa e mi portai in via Segantini” dove c’erano i magazzini del Sindacato Agricolo, appunto il Sait di oggi. “Avevo saputo che lì, il bottino sarebbe stato facile e ricco. Arrivato, trovai una folla urlante, le porte d’accesso al magazzino erano state sfondate, si intravvedevano casse sfasciate, botti sfondate, sacchi lacerati, rottami. Da tutte le parti un rovinio ed una confusione da non dire. C’erano laghi di olio per terra, un odore nauseabondo di rum, di vino, di aceto. I saccheggiatori ponevano i loro recipienti sotto il getto delle botti sfondate spingendosi, urtandosi, malmenandosi. Soldati qui e là, sparavano in aria”.

Quando mezzo secolo fa, Odorizzi raccontò al giornalista Aldo Gorfer de “L’Adige” quel saccheggio, ricordava che “da un locale rotolavano fuori tini colmi di marmellata. Pensai: ecco un bottino che fa per me. Corsi in avanti, ne afferrai uno, ma quei tini troppo grandi e pesanti non potevano essere portati a spalla ed avevano un maledettissimo difetto: non erano cilindrici ma fatti a tronco di cono e rotolando per terra, procedevano segnando una curva. Ero riuscito ad allontani per qualche centinaio di metri dal luogo del saccheggio quando incontrai due soldati boemi i quali, baionetta alla mano, mi strapparono il tino e se lo portarono via. Tornai verso casa e nelle vicinanze del castello, un vecchio se ne andava contento con il suo bottino che era una secchia piena di rum. Un soldato lo fermò e gli intimò di consegnarli il recipiente. Il vecchio rifiutò e il soldato, di colpo, gli piantò la baionetta nel ventre e il vecchio stramazzò, morto”. Il racconto di Odorizzi continua con altri episodi del saccheggio. Si narrava che l’altare della chiesa di San Pietro era stato saccheggiato; del tenente austriaco che rivoltella in pugno, blocca tre uomini che spingevano un carro carico di derrate e della gente che alle 9 di sera, affacciata alle finestre di via del Suffragio, gridava : “I vegn, i vegn, i vegn” perché si era sentito dire che “i taliani” erano a Calliano. Nell’ospedale restano pochi medici, si affannano le suore, non ci sono medicine, manca il cibo, l’acqua che si deve attingere alla fontanella che è sulla strada. Ma le suore non si sentono protette dal saio e restano barricate nell’ospedale dove si muore di spagnola e difterite.

Quasi tutti i soldati avevano gettato il fucile e molti, vista l’impossibilità di trovare uno spazio sui vagoni fermi alla stazione Meridionale perché non c’erano macchinisti per avviare le locomotive, si erano semplicemente incamminati verso nord mentre altri bivaccavano in Piazza d’Armi – oggi piazza Venezia – Piazza Fiera e attorno al monumento a Dante. Si improvvisano falò, i civili stanno alla larga, chiusi in casa con le fornasele spente e senza luce. Da giorni non c’è quella elettrica, né il gas e le candele sono diventate, assieme alle castagne, preziose per gli scambi. Le chiese sono chiuse nel timore di saccheggi. C’era in giro la leggenda che gli italiani fossero atei, senza dio, socialisti, massoni e – timore supremo – garibaldini. Meglio sbarrare i portali delle chiesa. A Trento non c’era più il tempo per pregare.

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