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Grande Guerra: una storia a 100 anni dalla fine/5

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Improvvisamente a Innsbruck venne comunicato ai soldati di nazionalità ceca e magiara di tenersi pronti a partire per la Boema e l’Ungheria. A Trento, un reparto ungherese acquartierato nelle caserme dell’attuale via Brigata Acqui si radunò in piazza d’Armi – dove oggi sorge, da tempo dimenticato, il monumento ad Alcide Degasperi – fra canti e grida di abbasso la guerra, di viva la patria nostra, la libertà, la pace. I plotoni si inquadrano, tutti gli uomini sono armati e prima di mettersi in marcia staccano dai berretti le rosette di panno a filo d’oro, i bottoni di ottone con le iniziali dell’Imperatore e sulle divise fissano le coccarde con i colori della bandiera ungherese. E’ il 21 ottobre di cento anni fa, le armate del grande esercito forgiato da Francesco Giuseppe sono sull’orlo dell’anarchia. Gli ungheresi sfilano per le vie della città fra lo stupore dei trentini – lo raccontava l’avvocato Tullio Odorizzi che nato nel 1903 nel 1947 era diventato sindaco di Trento e il 5 gennaio del 1949 presidente della Regione – che si erano chiusi in casa perché la Magyarorszag Zaszlaja con i colori rosso, bianco, verde aveva fatto pensare all’arrivo di un reparto dell’esercito italiano.

In quelle ore dal campo di aviazione di Mattarello collocato nella zona del Lidorno decollava la squadriglia di caccia e ricognitori che nella valle dell’Adige aveva fronteggiato gli aerei italiani. Uno dei piloti aveva infilato, nel vano di coda della carlinga di legno di balsa e tela, una giovane trentina, la sua fidanzata. La formazione vola raso terra fin dopo Salorno: i piloti temevano, levandosi in quota, di venire intercettati da caccia italiani che volavano sempre altissimi per ridurre i rischi della contraerea. Poi avevano cominciato ad affrontare le montagne; più la squadriglia si avvicina al Brennero più il volo è reso difficile dalle turbolenze e da gelide raffiche di pioggia mista a neve. Le nubi chiudono l’orizzonte, i motori devono essere spinti al massimo, il capo squadriglia decide di volare poco sopra la linea ferroviaria. I binari si vedono bene nel paesaggio imbiancato dalla neve e il fumo delle locomotive che affrontano la salita sono un punto di riferimento. Ecco i monti delle valli del Wipp e dello Stubai e poi Innsbruck, il prato dell’aeroporto, l’atterraggio con un velivolo a capovolgersi e la ragazza, sfinita dal freddo e dalla paura, rifocillata. L’arrivo ad Innsbruck della squadriglia decollata da Mattarello è il segnale che l’Austria è alla fine. Anche a Trento si erano visti quegli aerei sparire verso nord mentre gruppi di soldati disarmati si erano radunati alla stazione ferroviaria, in attesa di un treno diretto al nord. Nelle case non c’è da mangiare, scarseggia la legna per le “fornasele”, le donne non escono di casa neppure per andare alla fontana a prendere l’acqua. Temono aggressioni: insomma la città è piombata nella paura.

E’ la sera del 28 ottobre e a Bolzano il capo di stato maggiore Arz von Strussenburg e il generale Svetozar Borovic von Boina avevano stabilito che non c’era più la possibilità di controllare le truppe. Si era sull’orlo del caos. Ci fu una riunione fra gli ufficiali che ancora rispondevano ai loro superiori; si tenne nel cuore della notte, alla luce di alcune lampade a petrolio perché era stata interrotta l’erogazione della corrente elettrica e si decide di costituire una commissione con il compito di entrare in contatto con il Comando supremo dell’Esercito italiano decidendo di alzare bandiera bianca all’alba del 29 ottobre. Il maggiore Kamillo Ruggera di Segonzano, che parla perfettamente l’italiano, è incaricato di portare il vessillo della resa di fronte alle linee italiane, giusto il tempo di arrivare da Bolzano a Rovereto con un treno – una locomotiva, il tender, un solo vagone – e proseguire con un automezzo fino a Serravalle dove la prima linea austriaca fronteggiava quella italiana. E la notte di quel 28 ottobre. Per telegrafo, attraverso la Svizzera, l’Austria – senza avvertire gli alleati germanici – chiedeva a francesi, americani e inglesi, l’armistizio. Negli anni successivi si diffuse una leggenda: gli austrici non si erano rivolti agli italiani. Che appare una diceria forse cresciuta con l’avvento del fascismo in quell’epoca caratterizzata dall’odio seminato nel Sudtirolo. Più correttamente l’Impero che il 2 agosto del 1914 aggredendo la Serbia aveva scatenato il grande, terribile conflitto era giunto alla fine del suo percorso storico, politico, militare. Si era disgregato e nei quartieri popolari di Vienna sventolavano le bandiere rosse. Il segno delle rivolte dei popoli.

A Trento il Giornale “Il Risveglio Austriaco” tarda ad uscire perché era stata sospesa, con quella del gas, l’erogazione della corrente elettrica ma quando compare nel chiosco che s’apriva in piazza delle Opere, oggi piazza Mario Pasi, i lettori restano allibiti. Tutta la prima pagina è un documento di 24 righe, datato “Vienna 28 ottobre”. Il titolo a caratteri cubitali è: “La risposta austro ungarica a Wilson” (Woodrow Wilson, il Presidente degli Stati Uniti, ndr). La seconda riga è “L’ Austria-Ungheria è pronta alla pace separata”. Poi il testo a spiegare agli attoniti lettori che Vienna aveva chiesto al Presidente degli Stati Uniti “di trattare separatamente con l’Austria-Ungheria la questione dell’armistizio e della pace”. Quel “separatamente” si ripete tre volte a dimostrare l’improvviso e irreversibile distacco di Vienna da Berlino “sulla questione della pace su tutti i fronti dell’Austria-Ungheria”. L’Italia non viene nominata, anche se quello italico era, nell’ottobre del 1918, quello più importante. Vienna riconosce i diritti di cechi, slovacchi e jugoslavi. Le poche copie vengono vendute in un istante; i borghesi si ritirano nelle loro case, i militari abbandonano le caserme portando fucile e munizioni. Avevano saputo che in Russia, nell’ottobre dell’anno prima, i soldati disarmati erano stati uccisi durante le rivolte. L’Imperatore Carlo, che poi faranno beato, si rivolge all’esercito e alla flotta con un “perseverate nella vostra fedeltà ancora per pochi giorni” e il richiamo al giuramento prestato è accompagnato dalla “benedizione di Dio” e dalla certezza che “finalmente c’è il divorzio politico con il pangermanesimo… l’aurora della pace, dell’affratellamento fra i popoli accasciati dall’immane sciagura della guerra, sorge fulgida e gloriosa. Liberi di decidere sulla nostra futura sorte, i popoli della grande monarchia si accingono a porgere la mano apportatrice di pace, al nemico di ieri”. Poi la frase che chiudeva un’epoca: “Le catene che ci tenevano avvinti al carro odiato della boria imperialista dei pangermanisti, sono spezzate e spezzate per sempre”.

A Vienna era grande la preoccupazione per il Tirolo e così ad Innsbruck si riunì la Dieta provinciale approvando una proposta di Michele Mayer. “Visto che è il Tirolo il territorio più minacciato dal pericolo di uno smembramento di terre tedesche e ladine nella cessione all’Italia, si esige una speciale rappresentanza alle trattative di pace in quelle questioni che interessano il Tirolo nei suoi futuri confini, per evitare che tale vertenza sia decisa da persone incompetenti”. L’appello era rivolto al Presidente degli Stati Uniti che voleva la libertà dei popoli. Rimase inascoltato. Quel 29 ottobre cominciava il calvario delle genti tirolesi.

 

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