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Grande Guerra: una storia a 100 anni dalla fine/2

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Si guardava con speranza alla Russia che era uscita dalla guerra. Si era saputo, nonostante la censura, che il Consiglio degli operai e dei soldati aveva fraternizzato con i tedeschi sul fronte del Baltico, che i bolscevichi avevano distribuito il pane in abbondanza e i militari avevano ucciso gli ufficiali che tentavano di trattenerli nelle trincee.

Il Giornale «Il Risveglio Austriaco» si era scatenato contro il bolscevichismo e anche a Trento era arrivata la notizia delle rivolte violente scoppiate, dopo quella di Torino, a Milano, Como, Bologna. Le donne che nelle fabbriche avevano preso il posto degli uomini inviati al fronte, si assiepavano sui cancelli al grido di «abbasso la guerra» e «pane e pace». Si urlava anche «abbasso Savoia»; qua e là, nei cortei improvvisati, comparivano le bandiere rosse e aerei austriaci decollati dall’aeroporto di Mattarello, avevano gettato fasci di volantini su Bergamo, Modena, Parma, Pavia e Reggio Emilia – le città dove era stato proclamato lo stato di guerra – invitando le popolazioni a ribellarsi a «Sidney Sonnino e agli altri mercenari d’Inghilterra, che adoperano anche truppe negre britanniche…» per spegnere ogni anelito alla pace.


Dopo Caporetto erano arrivati nelle città del Regno i profughi dalle zone del Friuli e del Veneto occupate dagli austro-tedeschi. Erano soprattutto donne sopravvissute a enormi privazioni. Nuove bocche da sfamare mentre a Trento era arrivata la notizia che in Russia i soldati trentini che vestivano la divisa austriaca ed erano stati fatti prigionieri in Galizia, sui Carpazi, sulle rive del San, a Leopoli venivano messi in condizione di lasciare i campi di concentramento sparsi soprattutto fra le nuvole di zanzare della Siberia, per indossare, una volta raggiunta l’Italia, la divisa del Regio Esercito.

Una vicenda minutamente raccontata il 23 ottobre del 1968 – era la vigilia delle manifestazioni del cinquantesimo anniversario della fine della Grande Guerra – da Servilio Cavazzani, all’epoca editore del quotidiano «Alto Adige». Che narrò anche l’incontro all’ambasciata d’Italia a Stoccolma con il barone Silvio a Prato di Mori, ufficiale del Regio Esercito. Poi, era la fine dell’agosto del 1918, a Villafranca, re Vittorio Emanuele III aveva passato in rassegna il 153esimo Reggimento americano.

I soldati sfilarono nelle loro perfette uniformi e nel delirio di quanti avevano potuto assistere a quella parata. Un reggimento era davvero poco cosa nelle trincee che dividevano l’Italia dall’Austria, ma era un segnale importantissimo. Sul fronte dell’Ovest gli spietati prussiani avevano già incontrato gli implacabili uomini della giovane America in quella guerra diventata mondiale e tutti avevano capito che la potenza industriale degli Usa avrebbe schiacciato gli Imperi Centrali dove la popolazione era ridotta alla fame dall’impenetrabile blocco imposto sui mari dalla flotta alleata.

Ecco lo spettro della fame raccontato da Alcide Degasperi dopo la visita ai trentini nel campo di concentrazione di Potterndorf: «Un cielo plumbeo, un caldo soffocante. I nostri bimbi si bagnano nella Leitha… nuvole di mosche tormentano i bambini macilenti che giacciono sui pagliericci. Le donne hanno le lagrime agli occhi e ci chiedono perché non lasciarci nelle nostre case? Quest’aria ci fa male, non possiamo vivere, il rancio è immangiabile… si mangia broda di crauti, fagioli, carne in miniatura. Ressa e baruffe di donne con le gamelle. Infine qualche gruppo resta senza cibo».

Guerra di uomini. Patimenti di donne. È il 3 ottobre del 1918 quando, dopo le ferie estive che devono essere state molto lunghe, riapre il Parlamento. Vittorio Emanuele Orlando saluta i soldati «che sul Piave hanno salvato la Patria» e poi ricorda che «nei campi e nelle officine era mancata la manodopera perché cinque milioni di uomini erano stati chiamati alle armi. Ma il Paese ha saputo resistere servendosi delle donne che, coraggiosamente, hanno preso il posto degli uomini sul fronte del lavoro».

Era la prima volta che si parlava della guerra delle donne. Le note degli stenografi del Parlamento annunciano che i deputati sono tutti in piedi mentre Orlando scandisce: «Quando l’ora della vittoria sarà suonata, la gratitudine nostra, se dovrà essere grande per i giovani che hanno sopportato con intrepido cuore il sacrificio delle battaglie e delle trincee, non meno grande sarà per le donne d’Italia che nelle campagne e nelle fabbriche con una fatica che io proclamo eroica nella sua umiltà, hanno fatto sì che la vita del Paese continuasse nel suo ritmo».

Probabilmente il messaggio di Orlando non arrivò nelle campagne, nelle fabbriche di armi e in quelle di esplosivi dove in piccole casematte lavorano le «canarine» chiamante così perché la loro pelle era diventata gialla per il continuo contatto con i velenosissimi prodotti chimici. Non arrivò neppure nelle filande dove lavoravano donne che erano ancora bambine, in maggioranza analfabete, prive di diritti, oberate di doveri, rese schiave dalle urgenze della guerra, che avevano sfidato i moschetti dei Carabinieri al grido di pane e pace, ma avevano saputo tenere in piedi una Nazione che, nei giorni di Caporetto, sembrava destinata allo sfacelo. Orlando le citò nel suo discorso. Poi nell’euforia della vittoria tutti le dimenticarono.

E c’è il racconto di Amabile Maria Broz di Vallarsa, trasferita a Legnano dove «siamo stati alloggiati, per mesi, in una tendopoli, sotto il controllo delle guardie di Pubblica Sicurezza. C’erano vecchi e bambini ammalati: tutti abbiamo dovuto dormire su un po’ di paglia sparsa per terra. Prima di arrivare a Legnano siamo stati trasferiti a Vicenza dove siamo stati tutta la notte in piazza senza ricevere neppure una tazza d’acqua. I bambini piangevano per la fame».

Nella Grande Guerra la figura della donna è stata gigantesca e sul «Risveglio», unico giornale di Trento che fu conservatore, si legge di «uguaglianza morale e civile dei diritti della donna e dell’uomo». Ma in quei giorni di ottobre è la spagnola detta «grippe» a riempire di necrologi le pagine del giornale. A Gardolo è morta la maestra Costanza Segatta. Ci sono i necrologi di Giulio de Vescovi Wilzbach di Mezzocorona, di Margherita Casari di Ledro, Maria Zeni nata Fontana che abitava a Besenello. E poi i nomi di Antonio Montanari, Maria Andreolli nata Stenghel, Ignazio Martini, Luigia Endrizzi e il giornale se la prende con i fiorai della città che «grazie alla spagnola, fanno affari d’oro. Trentacinque crisantemi sono stati pagati 50 Corone e della più semplice delle corone mortuarie si sono chieste 100 Corone. Questo ci pare molto forte». E così l’autorità militare decide di limitare l’ingresso al cimitero nella ricorrenza dei santi e dei morti.

(2 - continua)

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