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Grande Guerra: una storia a 100 anni dalla fine

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Le fatiche, i tormenti, le pene di quattro anni di guerra si indovinavano sui volti scavati delle donne, sui corpi gracili dei bambini con quei vestiti logori che ballavano attorno a braccia e gambe ridotte a pelle e ossa, sui visi dei vecchi quasi abbandonati nelle case dove, da troppi mesi, si soffriva la fame.

Nell’ottobre del 1918 appunto fame, tristezza, paura dominavano nelle città e nei borghi del Trentino dove si vedevano solo donne, anziani, ragazzetti perché gli uomini erano al fronte, o nei campi di prigionia sparsi in Italia, ancora in Siberia oppure in marcia, attraverso la Cina, per tornare in patria varcando il Pacifico, l’America, l’Atlantico oppure feriti degli ospedali o sepolti nelle fosse comuni disperse in località desolate, lontane, comunque sconosciute. La tragedia era cominciata il 7 agosto del 1914 quando era partita da Trento la tradotta che aveva portato in Galizia il Primo Reggimento Kaiserjäger del Tirolo e la fame aveva cominciato a farsi sentire già il 14 aprile del 1915 con un centinaio di donne – di popolane come si diceva all’epoca – che si era raggruppato in via Belenzani, davanti al Municipio, protestando per la scarsità della farina da polenta. Per sedare la sommossa, la prima nell’Europa in fiamme perché oltre a pane si era gridato pace, erano intervenuti Alcide Degasperi e il sindaco Vittorio Zippel mentre veniva sciolto il consiglio comunale e i militari nominavano l’avvocato Adolfo de Bertolini amministratore della città.

Il 20 maggio del 1915 da Mattarello alla Marzola, da Povo alle fortificazioni di Civezzano, al Monte Bondone, Trento era diventata città fortezza. Appunto Trento era un obiettivo storico per l’Italia risorgimentale che, rotta la trentennale alleanza con Berlino e Vienna si preparava ad attaccare l’Austria; i generali austriaci erano convinti che le armate italiane avrebbero puntato sulla città che non si poteva difendere e così, era la mattina del 21 maggio del 1915, era stato ordinato lo sgombero della popolazione civile che, all’improvviso, si era trovata la guerra sulla porta di casa (nella foto, campo di battaglia sull'Ortigara).

Moltissimi trentini, profughi nella loro patria, vennero trasferiti nelle «città di legno» in Boemia e Moravia, a Mitterndorf, Eibenschuetz, Katzenau e quelli raggiunti dalla breve avanzata del Regio Esercito, dispersi dal Piemonte alla Sicilia spesso trattati come nemici, quasi sempre visti come bocche da sfamare.
Nella primavera di 1917 la scarsezza di viveri era diventa totale e il giornale «Il Risveglio Austriaco» aveva scritto: «È molto importante utilizzare nella misura più vasta e fino al nuovo raccolto, tutti gli erbaggi che si prestano per la nostra nutrizione. Non va dimenticato che il trifoglio, come viene coltivato da noi, fino a che è tenero, è una verdura eccellente, oltremodo nutriente» e poiché quando arrivava nel rancio delle caserme, i soldati facevano il verso delle mucche e delle pecore, ancora il «Risveglio» avvertiva che «saranno puniti quanti, al rancio, faranno il verso degli animali».

Appunto nella primavera di quell’anno le flotte inglesi, francesi e la Regia Marina avevano bloccato, con le «sentinelle dei mari» cioè con naviglio veloce, tutte le rotte che portavano ai porti della Germania e quelli che l’Austria aveva sull’Adriatico e la fame aveva cominciato a tormentare tedeschi e austriaci e così «Il Risveglio» scriveva che «nel rione di San Martino i soldati liberi dal servizio apparivano sulle soglie delle abitazioni a chiedere un po’ di polenta o una patata, in cambio di  qualche lavoro, soprattutto legna da spaccare» mentre cominciavano le «giornate votive della biancheria» e il giornale invitava le donne «a tirar fuori dai cassetti qualche pezzo del corredo» perché «si devono preparare le bende necessarie negli ospedali».

Stampato per sostenere il fronte interno, il giornale scriveva: «La guerra [con l’Italia] ha rovinato il benessere delle parti meridionali del nostro paese; case e campagne sono state, per la maggior parte, distrutte. Che cosa faranno i nostri poveri profughi quando ritorneranno alle loro abitazioni devastate? Che cosa sarà dei loro bambini, delle loro donne, dei vecchi genitori?».

C’era una speranza, una speranza di pace. Su «Il Risveglio» si legge: «Il desiderio di pace va aumentando di giorno in giorno presso tutti i popoli degli stati belligeranti. Nel Regno d’Italia “l’Avanti!”, il giornale dei socialisti, ritiene che si possa fare assegnazione su una prossima offerta di pace da parte delle Potenze Centrali ed assicura che questa offerta non verrebbe più respinta dal Governo italiano».

Era lo sforzo per la pace dell’Imperatore Carlo e di Benedetto XV, il Papa che aveva che aveva chiamato la guerra «inutile strage» mentre a Torino, era il 22 agosto del 1917, le vie del centro erano state invase da una folla esasperata dalla fame – anche nel Regno d’Italia mancavano i viveri perché francesi e inglesi rifornivano gli italiani con il contagocce – dal numero enorme di morti, feriti, mutilati, dispersi e dalle durissime condizioni negli stabilimenti dove si lavorava con ritmi infernali per produrre armi. La manifestazione era guidata da esponenti della sinistra, fra i quali Antonio Gramsci; c’erano stati saccheggi e incendi di negozi e magazzini e quando la manifestazione aveva assunto aspetti di rivolta, il comando militare aveva schierato la truppa che aveva aperto il fuoco uccidendo molti dimostranti. Contro l’eccidio erano scesi in piazza anche le operaie di Milano, Como, e altre città: solo donne perché gli uomini se avessero lasciato gli stabilimenti, sarebbero stati spediti al fronte.

Venne ordinato lo stato d’assedio e i soldati inchiodati nell’orrore del Carso, volevano marciare sulle città per punire i «borghesi» e gli «imboscati», insomma quanti protestavano perché scarseggiava il pane, mentre loro, nelle trincee, rischiavano ad ogni istante la vita «per difendere la Patria del secolare nemico». Come si leggeva sulle pagine dei quotidiani del Regno.

Intanto dilagava un nuovo flagello, quell’influenza misteriosa e terribile che decimò l’Europa più di quanto fecero i cannoni. Come si legge nel diario di monsignor Donato Perli, arciprete di Tione in data 26 settembre 1918: «La spagnola è una specie di grippe che toglie la forza all’ammalto e lo obbliga a letto. Oggi abbiamo in paese circa 200 ammalati… a Brevine gli edifici trasformati in ospedali militari ospitano circa 500 soldati ammali o feriti sul fronte di Lardaro. Vi sono pigiati alla peggio, perché mancano letti e biancheria. Ne muore uno, lo si leva dal letto ed il posto viene tosto occupato da un altro ammalato. Senza previa pulizia del giaciglio. La malattia detta spagnola degenera in polmonite con esito fatale».

(1 - Continua)

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